La sfida della medicina territoriale / 4

Di Maria Grazia Cogliati Dezza, psichiatra, già responsabile del Distretto 2 e coordinatrice socio sanitaria dell’Azienda sanitaria triestina

La medicina si fa realtĂ 

Spesso negli anni, e forse ancora oggi qualcuno lo pensa, l’ospedale ha definito la medicina territoriale come una forma di sotto-medicina e il lavoro del distretto quasi una sorta di assistenza sociale. Noi pensiamo, invece, di fare davvero la medicina di territorio, e intanto cominciamo a pensare alla medicina di comunitĂ .

La cura, medica e assistenziale, indicata da linee guida internazionali, è la stessa in ospedale e nel territorio, per quelle patologie, specie in quelle di lunga durata, che possono essere curate nei due differenti ambienti. Certo dipende dalla gravità della patologia. Ma in ospedale, giustamente, si guarda la malattia; va raggiunto il massimo risultato nel più breve tempo possibile per restituire la persona alla sua vita. Nel territorio, si guarda il malato, e guardare la malattia sarebbe dannoso e poco efficace. Quello che conta a domicilio, calcolando le infinite variabili che circondano e condizionano il decorso della malattia, non è solo la cura, ma è il prendersi cura. Garantire un accompagnamento della malattia che permette al malato di accedere alla cura.

Tra il curante e il curato c’è spesso una distanza abissale, un vuoto inerziale. Nelle case ove entriamo, troviamo spesso pile di farmaci prescritti, acquistati, non consumati; prescrizioni di esami diagnostici mai effettuati; una persona affetta da diabete che assume la terapia prescritta con acqua colma di cucchiai di zucchero; persone con importanti lesioni da decubito che abitano in case dove l’igiene è un lontano ricordo.
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Storie
La sfida della medicina territoriale / 3
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La sfida della medicina territoriale / 2
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Psicofarmaci. Riabilitare il prescrittore
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La sfida della medicina territoriale / 1
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