È l’umanità scartata che va ritrovata

di Peppe Dell’Acqua

Giornata internazionale delle persone con disabilità.
Intervento alla tavola rotonda per la presentazione della Mostra DIS/INTERGRATION voluta dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Sapienza. La mostra accoglie le opere dei Laboratori d’arte della comunità in dialogo con artisti impegnati sullo stesso fronte.

La mia esperienza intorno a pittura, teatro, calcio e psichiatria  inizia a San Giovanni, in uno stanzone di un reparto uomini dove i matti, ma anche adolescenti disabili ricoverati in manicomio, disegnano, pitturano, usano la creta. I “mati”, come dicono a Trieste per dire di un altro, di un amico, di un incontro, e come cominciammo a dire noi per eludere la parola “internato”, malato di mente, paziente, dipingono, passano due ore ogni mattina in laboratorio e come capirò tempo dopo, malgrado le buone intenzioni, quelle attività non possono fare altro che produrre infantilizzazione, espropriazione, assenza.

È il 1973 nel primo reparto vuoto nasce Marco Cavallo e col cavallo azzurro centinaia di grandi fogli ricchi di colore, di forme, di racconti, di poesie, di canti. Un mese di meraviglia e di impensabile gioia. Qualche settimana dopo un’osteria popolare di San Giacomo, il rione operaio a ridosso dei cantieri, accoglierà le opere nate intorno al cavallo. Circa cinquanta persone espongono insieme, per metà sono artisti, per metà malati di mente. O meglio: metà hanno ruolo,  sicurezza e credibilità sociale, hanno oggetti, spazi, tempi e affetti propri, una propria biografia; l’altra metà sono uomini e donne che non hanno ruolo se non quello di malato e sono  stati espropriati  degli oggetti, degli affetti,  dei loro abiti, del loro tempo, del loro spazio. Della loro stessa vita. Anni dopo una donna con drammatiche esperienze di malattia scriverà: “Abbiamo solo la nostra storia. Ed essa non ci appartiene”.

Cinquanta opere esposte nell’osteria tutte insieme quasi a voler tentare attraverso la suggestione delle forme e dei colori il superamento di una disuguaglianza, di una separatezza, di una distanza. La magia dell’arte  può  solo aprire spiragli e aiutarci a capire e individuare i meccanismi che alimentano l’oggettivazione, l’esclusione, la sopraffazione, la violenza.


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Gli anni dimenticati in cui si è «fatta la 180»
Recensione di Luca Negrogno al libro di Tommaso Losavio Novembre 2021 Come afferma Maria Grazia Giannichedda nella densa postfazione al libro di Tommaso Losavio, sarebbe oggi necessario ritornare a studiare il periodo compreso tra la promulgazione della legge 180 e la chiusura degli ultimi manicomi, nel 2000. Un simile studio dovrebbe riprendere in mano questioni di ordine teorico e pratico della massima importanza, come suggerisce Giannichedda. In primo luogo, contrastare la visione lineare e semplicistica sottesa all’espressione “applicare la riforma”. Tale espressione, usata lungamente all’interno dello slogan «la legge 180 è giusta ma è applicata male», che fungeva da strumento di resistenza contro i tentativi di controriforma e come strumento di dialogo con le prime associazioni di familiari (come URASAM o DiaPsiGra) attestatesi su posizione reazionarie negli anni ‘80 e negli anni ‘90, può oggi essere rimessa in discussione perché rischia di dare l’immagine di un processo asettico, «l’esito di azioni lineari, puntuali, di amministrazione più o meno ordinaria, per far sì che i cittadini obbedissero alle nuove norme, sanzionando eventualmente i trasgressori». Piuttosto, secondo Maria Grazia Giannichedda, si è trattato di «creare ex novo un corpo istituzionale da mettere al posto di quello precedente e di far funzionare questo corpo in modo diverso anzi opposto a quello precedente: la cura non la custodia, l’integrazione non l’esclusione (...), ciò che si richiede è ben altro che revisioni dell’esistente, riorganizzazioni, aggiustamenti: è necessario allocare in modo diverso i poteri e le risorse, riconfigurare le priorità, bilanciare altrimenti gli interessi tra attori per fare spazio a quelli che erano rimasti fino a quel momento esclusi».

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Luigi Benevelli. Per riprendere i caffè della piazza del Forum
Con questa lettera di Luigi Benevelli, cominciamo a pensare che i caffè della piazza del Forum ricominceranno a essere frequentati da noi. Come sempre le analisi di Luigi sono illuminanti. Caro Peppe, partecipo del tuo dolore e della tua angoscia per la condizione dei Servizi di salute mentale di Trieste, una condizione che nasce dalle scelte politiche della Regione Friuli Venezia Giulia. Purtroppo, in modi più o meno espliciti e clamorosi, lo stesso sta accadendo da tempo, talvolta da sempre, in altre Regioni dell’Italia, senza suscitare l’ interesse pubblico. Secondo me, i problemi, le difficoltà che abbiamo  nascono dal fatto che tutte le scelte di politica sanitaria, e di salute mentale quindi, sono pienamente legittimate da decisioni delle Giunte regionali  condivise dalle maggioranze politiche che le sostengono. Le Regioni, infatti,  sono titolari delle politiche sanitarie.

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Le notti di guardia in manicomio. A margine del convegno “no restraint”
di Peppe Dell’Acqua 23 novembre 2021 Ho partecipato al convegno che si è tenuto a Trieste/Gorizia nei giorni scorsi. Ascoltando interventi e testimonianze di notevole spessore non ho potuto non ripercorrere i momenti, le svolte anche drammatiche che hanno impedito che nemmeno per un attimo l’armamentario della contenzione trovasse posto nella mia cassetta degli attrezzi. Sono stato molto fortunato! Ripensando oggi ai turni di guardia notturna in manicomio mi viene da dire che tanta parte del cambiamento si è realizzata proprio in quelle circostanze. L’urgenza, l’emergenza, l’allarme ponevano, allora in manicomio e pongono oggi nei Diagnosi e Cura ma anche in tutti i luoghi della vita e della cura delle persone con disturbo mentale, scommesse cruciali. Come se ti dicessero, ora come allora: “va bene tutto, i diritti, le storie, i bisogni, l’umanizzazione ma, quando uno è agitato, è pericoloso, è aggressivo, tu cosa fai?”. Durante le notti di guardia eri costretto su questa domanda a giocarti tutto.

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Fino a quando …
Vitaliano Trevisan: dalla finzione alla crudele realtà. In "C'era una volta la città dei matti", internato e leader dell'assemblea goriziana. A Montecchio, internato per davvero e senza assemblea. da "La Repubblica", 05 novembre 2021 “Io, un matto trattato senza pietà” Dopo il ricovero coatto in psichiatria, lo scrittore vicentino racconta la sua esperienza. E denuncia le condizioni in cui si tengono i pazienti di Vitaliano Trevisan Un uomo che cammina in piena luce, in Italia, è scoperto, nudo, indifeso. \[…\] Cammina come una vittima, e come un colpevole. \[…\] È lì, scoperto, inerme, esposto ai colpi, alle indagini, alle accuse. Non si può né schermire, né difendere. È una condizione terribile: noi Italiani, non ci possiamo difendere, mai, da nulla, né dall’assassino né dal giudice» (Curzio Malaparte, Misura della Francia, Il Tempo, 4 dicembre 1952). Né tantomeno, in un paese come l’Italia, ci si può difendere dallo psichiatra, specie se, com’è il (fresco) caso di chi scrive, si è soggetti a un A.S.O. (Accertamento Sanitario Obbligatorio), parente stretto del famigerato, e ben più noto, T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio), ovvero accertamento e trattamento “psichiatrico” obbligatorio, giacché sanitario sta qui per psichiatrico.

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Franco Basaglia, sessant’anni fa e oggi
di Massimo Cirri A commento del Convegno SDPC No Restraint "A sessant'anni da Mi No Firmo" Sessanta anni fa, il 16 novembre 1961, Franco Basaglia entra da Direttore nell'Ospedale Psichiatrico di Gorizia. Non ne ha mai visto uno. E' uno psichiatra universitario ma l'università lo ha cortesemente messo alla porta. Franco Basaglia, 37 anni, è un po' “disallineato” per i canoni della disciplina: legge troppi libri di filosofia, fenomenologi soprattutto, e il suo capo accademico, professor Giovanni Belloni, Clinica delle malattie nervose e mentali dell'Università di Padova, lo chiama “Il filosofo”. Che non è proprio un complimento. Quindi gli tocca il manicomio. Quello di Gorizia, ma è un caso. Il direttore di prima si chiamava Antonio Canor, veniva da Pola, era un esule, nel manicomio ci abitava con l'anziana madre. Non usciva quasi mai. L'aveva fatto in un giorno di sole, per andare a trovare un fratello a Udine. Sulla strada tutta dritta verso Gradisca d'Isonzo era finito in un fosso, morto.

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Dopo Trieste, ancora Trieste
di Giovanni Rossi. Quando due anni fa, dicembre 2019, con Alessandra Oretti, che dirige il SPDC della Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina, abbiamo cominciato a ...

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La panchina. Su “Noi due siamo uno” di Matteo Spicuglia
Pubblichiamo questo scritto di Amedeo Gagliardi, che ringraziamo per la bellissima analisi, in occasione dell'incontro di martedì 16 novembre, alle 18.45, all'Arsenale della Pace di Torino. Peppe Dell'Acqua Dialogherà con Renato e Maria Cristina Soldi, padre e sorella di Andrea, morto durante un TSO LA PANCHINA di Amedeo Gagliardi ottobre 2021 La sua panchina Mauro non l’aveva mai dimenticata, tanto che l'aveva riprodotta in una fotografia appesa in bella vista sopra il mobile in ingresso. Se andavi a casa sua non potevi non notarla ed alla domanda su cosa rappresentasse, prontamente rispondeva che quello era il luogo che lo aveva accolto quando, a meta’ degli anni Ottanta, dopo imprevisti e fallimenti, si era ritrovato per strada. Oggi nelle citta’ sono sempre piu’ numerose le persone “in panchina”. A volte tendono la mano chiedendo qualche spicciolo. Persone ferite, statiche, congelate da una agonia che lentamente le allontana dal mondo, spesso percepite solo come presenze dis-turbanti. Avvicinarle sembra impossibile. Fermarsi e prestare aiuto pericoloso. Con Mauro invece qualcuno si era fermato e così lui aveva potuto riprendersi la sua vita e mettere su la casa dove poter appendere la foto di quella panchina. Anche per Andrea la panchina doveva essere importante, ma in quel pomeriggio afoso nella Torino del primo agosto 2015, le persone che andarono a prenderlo non erano interessati a capire come mai stava lì. Non avevano tempo, avevano fretta di intervenire e concludere il TSO. In quella fretta, nel caldo afoso e nella presunzione di chi pensa di essere dalla parte giusta, la panchina diventa così il luogo della tragedia che mette fine alla vita di Andrea in sole due ore. La storia di Andrea la racconta Matteo Spicuglia nel bel libro Noi due siamo uno, edito da Add Editore. Grazie alla sua abilità di cronista ripercorre la storia della sua famiglia e della sua malattia durata circa venticinque anni, partendo dal drammatico epilogo. Una storia che racconta come la vicenda di una famiglia alle prese con la malattia mentale evidenzi l’incapacità collettiva e dei servizi di comprenderne la sofferenza, di saperla ascoltare andando oltre gli inevitabili sensi di colpa che via via emergono, ed evitando di premeditarne la traiettoria, magari complicandola, verso direzioni definite a priori.

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Uno spettro si aggira in Friuli Venezia Giulia
A dare avvio all'intensa discussione online sulle politiche della salute mentale il FVG, la Lettera aperta degli ex Direttori di DSM del Friuli Venezia Giulia, Roberto Mezzina, Renzo Bonn, Franco Perazza, Angelo Cassin, dello scorso ottobre. *** C’è uno spettro che si aggira in questa regione, il cui obiettivo è disfare i servizi per la salute mentale più brillanti del mondo. I suoi scopi non sono chiari, le sue motivazioni neppure; si muove nell’ombra e sfugge ad ogni confronto pubblico. Produce documenti di programmazione in segreto, che nessuno può conoscere finché non vengono subitaneamente, proditoriamente adottati. Dopo mesi di suspence, di silenzio pubblico o di discorsi sottovoce in segrete stanze, e perfino di rassicurazioni ai familiari e agli operatori, si sono svolti alcuni concorsi per direttori dei servizi, risultati alla fine assai poco congruenti con la missione, la visione e i valori dei dipartimenti, come ormai a tutti noto. Nominare alla guida un dirigente, senza tener conto della conoscenza e delle competenze specifiche per un sistema particolare come il nostro, è stato non solo un segnale allarmante di scarsa considerazione, ma un attacco diretto alla storia e al presente dei servizi. Come è noto, ciò ha già suscitato diverse petizioni, anche all’estero, con migliaia di firme, articoli sulla stampa e su tutti i media, anche sui giornali scientifici (tra cui il prestigioso the Lancet), prese di posizione da parte di organizzazioni internazionali e nazionali, di leader, operatori, familiari, politici, ed è ora annunciata un’audizione al Ministero.

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“Non potrete fare più danni di quelli che sono stati già fatti”
5 novembre 1971 - 5 novembre 2021 Sono passati cinquant'anni. È un'urgenza che prende corpo sin dall’esperienza goriziana, che non si è conclusa come avrebbe voluto. Nella sua visionarietà, sta pensando che quella storia deve ricominciare quanto prima. Trieste, con Zanetti, è ...

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”Verso servizi no restraint. A sessant’anni da Mi no firmo”
di Club SPDC No Restraint, 4 novembre 2021 Nel sessantesimo anniversario dell'atto con cui Franco Basaglia pose il problema delle persone legate nel manicomio di Gorizia, il Dipartimento di Salute Mentale di Trieste e Gorizia, nel corso  della mattina del 15 novembre, vuole dar conto del panorama nazionale ed internazionale, insieme a rappresentanti dell’OMS, delle Regioni, dei Tavoli tecnici ministeriali, degli Ordini professionali, dei Direttori dei Dipartimenti di salute mentale, delle Associazioni di utenti e familiari oltre ai portavoce della Campagna E tu slegalo subito e del Coordinamento nazionale salute mentale. È atteso, salvo imprevisti, un intervento del Ministro della Salute Roberto Speranza.

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