2 miliardi per la salute mentale

[articolo uscito su sossanità.org]

Le prime indicazioni del gruppo di lavoro, composta da più di 12 associazioni, che si è riunito con il coordinamento di Stefano Cecconi e Nerina Dirindin per individuare una linea per il buon uso dei finanziamenti europei, finalizzati soprattutto all’assistenza sanitaria sociale territoriale

▪ L’emergenza sanitaria da Covid-19, e le gravi conseguenze sociali ed economiche che ha provocato, hanno spinto i Governi dell’Unione Europea a riconsiderare le politiche di austerity, perseguite in questi anni con esiti catastrofici, e a mettere finalmente a disposizione ingenti risorse per il rilancio dei Paesi colpiti dall’epidemia. Si tratta di una fondamentale occasione per ripensare e rilanciare il nostro welfare socio sanitario.

▪ Le risorse sono sostanzialmente, ma non solo, quelle provenienti dal Recovery Fund (progetto Next Generation UE; per l’Italia: 209 miliardi di cui 90 come sovvenzioni) e quelle (ancora da decidere) del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Tuttavia non è scontato che saranno spese bene: sarebbe imperdonabile fare errori o sprecarle. Perciò occorre inserire le risorse in Progetti con obiettivi chiari e verificabili, destinandole in modo significativo al welfare socio sanitario.

▪ La drammatica lezione della emergenza pandemica ci ha confermato che è indispensabile rendere più forte il Servizio Sanitario Nazionale, pubblico e universale e che priorità assoluta sono il potenziamento e la ristrutturazione dell’assistenza integrata sociosanitaria territoriale, avendo ben presente che la sua risorsa principale, come si è visto, è il Personale. È evidente che il modello che separa sanità da sociale, fondato prevalentemente sul “ricovero”, sia in ospedale che in altre strutture residenziali, come le Rsa, ha mostrato enormi limiti. È invece diritto e aspirazione di ogni persona vivere e curarsi nel proprio contesto di vita, con il sostegno dei servizi domiciliari e territoriali. Ciò è più efficace e sicuro, a maggior ragione quando la persona è più vulnerabile: anziana e non autosufficiente, con malattie croniche, con problemi di salute mentale, dipendenze, disabilità, detenuta, migrante, ecc.

▪ È necessario che si affermi in maniera compiuta un modello di “salute di comunità e nella comunità”. È necessaria una transizione da un sistema sanitario focalizzato sulla patologia a un sistema centrato sulla salute, che non eroghi solo prestazioni, ma operi per contrastare le malattie, in un’ottica di prevenzione e promozione della salute. È necessario un rinnovamento delle politiche sociali, a lungo relegate al margine delle politiche pubbliche, per accompagnare gli individui lungo l’intero percorso della vita, in particolare nei momenti di fragilità, in modo integrato con il sistema sanitario. Tutto ciò è indispensabile per aiutare le persone a stare bene, per costruire comunità locali resilienti, per garantire un’assistenza continua e globale, facilmente accessibile e flessibile, capace di prendersi cura delle persone nel contesto in cui vivono, assicurando continuità tra territorio e ospedale, promuovendo un utilizzo appropriato dell’ospedale, favorendo il protagonismo di individui, formazioni sociali e sindacali.

▪ In questo contesto, il potenziamento del territorio è parte di un disegno complessivo e unitario di rinnovamento del sistema sanitario e rappresenta un modo di concepire la sanità che riguarda tutti i livelli di assistenza, compresa l’assistenza ospedaliera. In tal senso il superamento degli storici divari nell’offerta ospedaliera (a danno delle popolazioni di alcuni territori, in particolare del Mezzogiorno) costituisce un obiettivo da perseguire in sinergia con quello del potenziamento del Distretto, in un’ottica di reciproco rafforzamento.

▪ Le risorse che si renderanno disponibili possono permettere, finalmente, di realizzare questo modello, la cui costruzione è stata ostacolata non solo dalla mancanza di finanziamenti ma anche dalle molte resistenze culturali e da precisi interessi. Un simile modello presuppone una forte propensione all’innovazione e al cambiamento. Le malattie croniche non trasmissibili, la sofferenza e la disabilità che comportano – protratte e variabili nel tempo, sfidano il modello dominante di assistenza sanitaria e richiedono modelli altamente innovativi capaci di coniugare interventi sanitari e interventi sociali; richiedono inoltre una grande flessibilità nella organizzazione dell’assistenza (come sostiene l’OMS).

▪ Ecco perché le risorse vanno indirizzate verso progetti di innovazione del nostro welfare, piuttosto che incanalate nei settori “tradizionali” in cui sinora si sono concentrate. Occorre perciò investire in Progetti dedicati a una forte infrastrutturazione dei servizi territoriali, una loro solida organizzazione, ragionevolmente omogenea su tutto il territorio nazionale, una ben più robusta attenzione ai determinanti sociali della salute.

▪ Ciò implica un utilizzo delle risorse per Progetti strategici, superando distribuzioni “a pioggia” o a quota capitaria, per evitare dispersioni e duplicazioni e, soprattutto, per evitare il perpetuarsi dei divari preesistenti, a lungo denunciati ma poco contrastati.

▪ I singoli Progetti devono indicare anche percorsi di convergenza finalizzati al superamento delle disuguaglianze di salute tra la popolazione e tra territori (Nord e Sud in specie) e al loro interno, per una maggiore uniformità nel Paese nell’accesso a servizi e a prestazioni di qualità, come prevede la nostra Costituzione, e per raggiungere un’effettiva universalità nel godimento dei diritti sociali.

▪ Le risorse devono essere destinate non solo a spese in conto capitale, ma anche a spese correnti per progetti “start up” e per l’acquisto di beni. Non solo “muri e attrezzature tecnologiche”, peraltro importanti, ma formazione e ricerca, progetti personalizzati di presa in carico, assistenza domiciliare, coprogettazione intersettoriale e partecipazione democratica, senza i quali il progetto di infrastrutturazione sarebbe incompiuto.

▪ Perché questo cambio di paradigma metta solide radici c’è bisogno di un ripensamento profondo della formazione dei futuri e degli attuali professionisti della salute e del sociale, a partire dalle università, per superare la diffusa carenza di competenze su temi quali la sanità pubblica, i determinanti di salute, il lavoro in rete, l’integrazione fra settori, istituzioni e professionisti, il ruolo delle comunità.
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