40#180. Le 3 giornate di Firenze. Il Manicomio invisibile.

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Si è concluso il ciclo di incontri dell’iniziativa il Manicomio invisibile, organizzata in occasione del 40° anniversario della legge Basaglia dai collettivi Codice Rosso di medicina e Laboratorio 15 di Psicologia dell’università di Firenze. Una tre giorni all’insegna della legge 180 che ha permesso agli studenti di approfondire l’esperienza basagliana e la situazione attuale della cura del disagio psichico.

I temi toccati sono stati molti, grazie anche ad un’ampia partecipazione da parte degli studenti che hanno riempito le aule e i luoghi di dibattito, portando le loro domande e riflessioni agli interlocutori, psichiatri e psicologi provenienti da diverse realtà italiane.

In apertura, Peppe dell’Acqua e Patrizia Guarnieri hanno parlato a più di 200 studenti riuniti nel plesso di Psicologia in via della Torretta e, tra la piacevole narrativa su Basaglia e Marco Cavallo, hanno proiettato i partecipanti all’interno del pensiero basagliano, trasmettendo l’essenza della sua rivoluzione. Mettere tra parentesi il disagio psichico, questa è stata l’operazione portata avanti da Basaglia, così da poter recuperare un rapporto tra esseri umani, rendere dignità alle persone, alle loro storie e ai loro traumi, brutalmente celati dietro lo stigma della malattia mentale. Durante l’incontro si è inoltre sviluppata un’analisi delle leggi pre-180, in particolare della legge sui manicomi del 1904, della legge Mariotti e della legge 833 sull’istituzione del Sistema Sanitario Nazionale e si è così approfondito il contesto storico politico di quegli anni.

Il secondo incontro, dedicato all’organizzazione delle strutture sanitarie e delle reti sociali adibite alla cura e al reintegro del malato, ha visto la presenza di Walter Ciardo (primario di psichiatria dell’ospedale di Ponte a Niccheri), degli psicologi dell’associazione AIDET, di Lauro Mengheri (presidente dell’ordine degli psicologi Toscana) e di Kevin Nicolini (rappresentante dell’associazione Franco Basaglia di Trieste). I temi approfonditi sono stati l’organizzazione dei Centri di Salute Mentale, la funzione degli SPDC e l’organizzazione territoriale delle associazioni che permettono al malato di inserirsi in un contesto nel quale identificarsi, non ridotti alla loro malattia, ma nella pienezza di esseri umani. Gli psicologi hanno poi approfondito le loro esperienze formative e sottolineato l’importanza della presenza della figura professionale dello psicologo nel pubblico.

Al termine del dibattito si è svolta la passeggiata-spettacolo “C’era una volta il manicomio”, a cura della compagnia teatrale Chille de la Balanza. L’evento ha permesso ai presenti di riflettere sulla forza della rivoluzione basagliana, grazie anche ad alcune immagini tratte dal documentario “I giardini di Abele” di Sergio Zavoli, ad alcune lettere scritte dai pazienti rinchiusi nei manicomi e alle immagini di San Salvi dopo la sua chiusura.

L’ultima giornata ha chiamato Vito d’Anza e Piero Cipriano, rispettivamente da Pistoia e da Roma, ad affrontare insieme agli studenti il tema della contenzione medico-psichiatrica. Entrambi gli psichiatri portano avanti la lotta per l’abolizione della contenzione da molti anni (vedi “..etu slegalo subito29, pur ritrovandosi in contesti e ruoli molto diversi. Uno infatti è direttore di un SPDC a porte aperte, l’altro un dipendente in un SPDC cosiddetto restraint, dove la contenzione, sia essa di tipo meccanico che chimico, è pratica comune. Interessante il confronto delle esperienze, alla luce del quale emerge la disomogeneità della realtà della salute mentale italiana, da Vito d’Anza descritta come “a macchia di leopardo”: ci sono infatti alcune realtà in cui la contenzione non viene applicata, ma sono poche e sporadiche, dovute all’esempio e alla lotta dei singoli individui. Durante il dibattito entrambi gli ospiti hanno sottolineato che la legge italiana è praticamente perfetta e che siamo noi quindi, futuri medici e psicologi, a doverci fare portatori del messaggio basagliano e lottare contro una cultura che non vede il malato come soggetto, ma come oggetto, e che, ancora oggi, fa uso di pratiche disumanizzanti come la contenzione e la coercizione.

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