9 domande a Franco Rotelli
LA COMUNICAZIONE INVENTATA

L’11 novembre su Radio Popolare network la prima puntata del settimanale “La Terra è blu. La salute mentale in onda” e in contemporanea questo sito, ridisegnato secondo i criteri di un giornale on line. Due espedienti a portata di chiunque ritenga che la comunicazione sia necessaria, che comunicare faccia bene alla salute.

Come usarli questi mezzi e perché, metterli al servizio di chi e di che cosa è l’argomento della conversazione con Franco Rotelli*, medico psichiatra direttore dell’Azienda per i Servizi Sanitari Triestina meglio noto come il successore diretto di Basaglia, che dà il via alla rubrica “n domande a” sul nuovo sito Forum Salute Mentale.

Comunicare perché? Si può dire che la comunicazione, non meno della libertà, sia terapeutica?

«Esistono molti livelli di questa questione. Per quanto riguarda la salute mentale è un problema di chiarificazione costante delle questioni attinenti alla psichiatria, alle sue pratiche. Una comunicazione ragionevole, una comunicazione sensata, che lavori a far piazza pulita di tutta una serie di equivoci e di falsificazioni costantemente messi in opera è di grande importanza.

Altra questione è la terapeuticità della comunicazione. Questa ovviamente rimanda a un’interazione tra soggetti che travalica l’oggetto stesso della comunicazione. Credo non ci sia alcun dubbio sull’importanza estrema che la possibilità di interagire tra soggetti abbia nella vita della gente. E che il comunicare debba avere una finalità. C’è tanta comunicazione in giro di cui non si capisce assolutamente il senso né la direzione. Per carità, va benissimo comunque, però quello che mi interessa è una possibilità di comunicazione diretta verso qualcosa, che abbia una sua finalizzazione, una sua stella polare, una sua indicazione generale. Dove vogliamo andare, di che cosa vogliamo parlare».

Franco Basaglia è stato un grande comunicatore. Che cosa possiamo imparare dal suo esempio?

«La sua capacità di fare comunicazione anche di massa, di stare attentissimo anche ai Mass Media, così come l’intensità che metteva nel cercare di creare meccanismi comunicativi all’interno della struttura dentro cui lavorava. La comunicazione dentro i gruppi, dentro la distanza ravvicinata, la sua attenzione alla ricchezza interpersonale sempre legata a questo suo capire che occorreva alimentare costantemente una contraddizione. Che la comunicazione era mettere in luce le contraddizioni e che ciò avveniva, avviene solamente dentro una possibilità comunicativa vasta.

La sua capacità di continuamente rimettere in gioco le questioni, di non accettare il dato ma di fare di tutto questione aveva ovviamente bisogno di casse di risonanza, di enti comunicativi di tutti i tipi. Dal giochetto di Marco Cavallo alle trasmissioni televisive, al libro fotografico “Morire di classe”, alla ricerca di un’alleanza con fotografi, uomini di cinema, giornalisti. Il suo interesse era ovviamente quello di far uscire dall’inerzia di una ripetitività istituzionale la questione psichiatrica nella fattispecie, che andava visitata costantemente, ma più in generale pensando alle questioni della gente».

Salute mentale e comunicazione. Come riuscire a comunicare ossia “mettere in comune con” un pubblico quanto più vasto ed eterogeneo le questioni di cui andremo a occuparci?

«Intanto io ho qualche perplessità sul tenere il gioco limitato alla salute mentale. Nel senso che oggi è sempre più chiaro che la salute della gente ha una componente formidabile di qualcosa che potremmo chiamare il côté salute mentale nella salute globale delle persone. Ma appunto, questo côté salute mentale è per la gran parte dei cittadini ormai svincolato dal problema della follia piuttosto che della malattia mentale conclamata in quanto tale, che pure resta ovviamente questione. Questione drammatica su cui vale la pena continuare a soffermarsi nel suo essere e nel modo in cui si risponde al disturbo mentale, ai problemi psichiatrici.

Credo però che la stragrande maggioranza della gente può oggi inquadrare meglio che in passato la questione della salute mentale dentro quello che è la preoccupazione in generale di tutti sulla salute. La stragrande quantità di persone che oggi hanno il problema di disturbi cognitivi legati all’età, l’Alzheimer tanto per dire una parola. La rivoluzione demografica, che è dato storico più rilevante di tutti questi anni, che travalica qualsiasi altra rivoluzione come importanza, come peso, fa sì che oggi noi abbiamo per forza milioni di cittadini con problemi mentali non legati a malattie mentali di vecchio tipo, ma legate all’età. E quindi abbiamo un problema di dipendenza da sostanze che in passato mi sembravano molto più relativi. Non che l’alcolismo si sia inventato oggi, però le persone che dipendono da sostanze sono oggi centinaia di milioni nel mondo. E questo è un nuovo fantastico problema.

Quindi ci sono delle rivoluzioni rispetto alla salute generale della gente che hanno degli impatti forti sulla salute mentale come fatto specifico, però vanno oltre quello che il campo tradizionale delle questioni che vanno affrontate con la psichiatria.

Allora mi pare che una radio, un giornale sul web, dovrebbe affrontare un po’ più generalmente queste questioni, non limitandosi al discorso della salute mentale ma inserire questo discorso molto rilevante in un quadro molto più generale che credo sia di più generale interesse per la popolazione, per chiunque. E quindi con quegli stimoli reciproci che possono, che dovrebbero essere più ricchi. Ed è anche il modo, secondo me, per portare avanti un ragionamento più progressivo anche rispetto al campo specifico della psichiatria, dei servizi, del problema dei matti».

Entriamo nel vivo di questi due prodotti che sono il settimanale radiofonico e il foglio di carta virtuale. Come se li immagina?

«Credo che ci sia un elemento di ridondanza emotiva intorno alla questione della malattia e della salute in ciascuno di noi. Negli ultimi anni assistiamo alla proliferazione di giornali, riviste, trasmissioni dove la malattia e la salute diventano oggetto specialistico di trattati specialistici e di settori specialistici. In tutto questo ovviamente l’organizzazione sanitaria, le nuove tecniche, le nuove scienze, le nuove o vecchie forme di medicalizzazione, i problemi hanno la loro centralità.

Ma io credo che una radio dovrebbe molto di più badare all’aspetto soggettivo, emotivo, affettivo che attorno a queste questioni gioca sulle persone. Convocare il peso o il non peso della malattia nella vita della gente, convocare la loro percezione di quello che gli sta succedendo. Ho mia mamma che ha l’Alzheimer, oddio che cosa posso fare, come vivo questa situazione, cosa possa dire e come posso trasmettere l’angoscia di questa situazione o come posso chiedere aiuto o chi mi aiuta o cosa devo costruire attorno a questo aiuto o che aiuto mi è stato prestato, come ho potuto gestire, affidarmi, fare qualcosa dentro questo problema che mi è capitato. Con il mio diabete come me la cavo? Con il mio problema di insonnia, di depressione, di qualsivoglia cosa come me la cavo?

Questa dimensione personale, affettiva, emotiva, credo che la radio potrebbe giocarsela molto e su questa chiamare in causa, allargare moltissimo un’interazione».

E il giornale on line sul sito?

«Può riguardare specifiche questioni intorno alla sanità, questioni politiche se vogliamo, la 180 sì la 180 no, organizzazioni, progetti obiettivo, trasformazione dei servizi, richieste di reddito, fondi per l’autonomia, i problemi della cooperazione sociale, le vacanze, i bisogni. Su tutto questo può essere utile un’informazione che arricchisca la capacità di presenza e di mobilitazione della gente sul rivendicare risposte più corrette, sul denunciare cose nefaste che tuttora accadono. Una materia che può essere benissimo gestita. Credo che se si riesce a far percepire che ciò che interessa è affrontare le questioni si riuscirà a destare la partecipazione di un pubblico piuttosto vasto».

Il “cambiamento”, parola talvolta usata come sinonimo della riforma in atto da oltre 30 anni nel campo della salute mentale in Italia, un campo si diceva prima sempre meno circoscritto dove entrano aspetti non più, non soltanto legati al tradizionale disturbo o malattia mentale. Che cosa è realmente cambiato e che cosa deve ancora cambiare?

«Il cambiamento credo che sia giocato su un fenomeno che indubbiamente esiste e cresce ed è il protagonismo delle persone. Del cittadino che non accetta più di essere succube dei poteri dei medici, dei poteri istituzionali, dei poteri di qualcun altro che decide sul tuo corpo, sul tuo destino. Non c’è dubbio che i grandi cambiamenti che sono avvenuti in tutti questi anni e che continuano ad avvenire, crescono. Sono cambiamenti che vanno nella direzione della rivendicazione dei diritti e di una rivendicazione di poteri da parte dei soggetti portatori di problema. Questo riequilibrio di poteri tra chi ha un problema e chi teoricamente viene incaricato di affrontarlo è un lungo percorso, non è dato, non è acquisito, non è scontato. Probabilmente un processo infinito. Certamente nella psichiatria ha avuto alcuni aspetti caricaturalmente più importanti in positivo e ne ha ancora di caricaturalmente importanti in negativo. Vediamo che in molti luoghi questi poteri sono ancora molto pochi e il potere di abuso, il potere delle istituzioni, dei medici, dei servizi è ancora uno strapotere ingiustificato e ingiustificabile.

Però indubbiamente un cambiamento enorme c’è stato a partire da quella che forse era una situazione più arretrata nell’ambito della medicina. Più in generale, la medicina che si sposta dall’ospedale al territorio, dall’ospedale dove il medico ovviamente è sovrano perché lì, come il prete in chiesa, ha il governo globale di tutto quello che accade, mentre a casa tua così come nel cosiddetto territorio questo non non può accadere. Il medico continua ad avere un potere ma diventa molto meno attivo, molto più relativo. Questo cambiamento è epocale».

Il Nobel per la pace al presidente degli USA Barack Obama ha scatenato le reazioni dei Mass Media di tutto il mondo. Si è tornato a parlare, come del resto ogni anno, della cecità di Stoccolma, di riconoscimenti immeritati e di quelli mancati. Franco Basaglia potrebbe essere uno dei tanti Nobel mancati?

«Credo di sì. Sarebbe stato un bel Nobel per la medicina indubbiamente. Non si è trattato di un fatto puramente localistico e quindi di difficile notizia, l’Europa e il mondo hanno avuto ampia eco di questa impresa. Ci si poteva benissimo attendere un Nobel.

Fermo restando che io sono molto contento che sia stato dato il Nobel a Obama. È un uomo che parla di pace rispetto a chi lo ha preceduto che parlava soltanto di guerra. Questo è sicuramente un grande segnale, al di là di che cosa riesca a fare o non fare. Il Nobel dato alla speranza mi pare importante».

Un apposito Nobel alla speranza?

«Perché no. Non dato a degli individui ma a una parola d’ordine».

L’ultima domanda è personale. Che cosa farebbe di Franco Rotelli l’uomo più felice del mondo?

«Non lo so, non ne ho la più pallida idea. Ma credo che non sei tu che vai alla ricerca di quella cosa là che ti rende felice, piuttosto sono le cose che ti capitano e che tu scopri che ti rendono felici…

Continuare a essere molto affascinato, interessato, appassionato delle pratiche di cambiamento, di poter usare le mani mie e di altri a produrre qualcosa d’altro che prima non c’era; quanto più questo accade, tanto più mi fa felice. Mi piace immaginare che si possono ancora cambiare tante cose, di essere ancora in tempo a cambiarle. E che questo possa riprendere a essere fatto in tanti, ritrovando questa dimensione collettiva, corale della produzione del cambiamento che oggi è diventata molto più difficile.

Certo, se questo affare qua [NDR. Il magnifico roseto ovvero l’Officina delle Rose da poco inaugurata nel parco in cima alla collina di San Giovanni a Trieste dove la conversazione ha luogo] crescerà molto mi renderà felice».

Se son rose fioriranno, è il caso di dirlo.

C.M.

Trieste, 15 ottobre 2009

*Franco Rotelli (Casalmaggiore 1942), medico psichiatra, dopo i primi tempi di lavoro a Parma – clinica psichiatrica dell’Università – e a Castiglione delle Stiviere – ospedale psichiatrico giudiziario –, collabora dal 1970 al 1980 con Franco Basaglia, prima in Emilia e poi subito a Trieste. Ha poi diretto i servizi psichiatrici di questa città dal 1980 al 1995. Come coordinatore del Centro Studi per la salute mentale della Regione Friuli Venezia Giulia (centro collaboratore OMS) è stato consulente dell’Organizzazione panamericana della sanità in Brasile, Argentina, Repubblica Dominicana. È stato responsabile di vari progetti di cooperazione, per il ministero degli Esteri italiano e la U.E. (Cuba, Grecia, Slovenia, Argentina). Ha svolto cicli di conferenze in molti paesi ed è autore di varie pubblicazioni.

È tra l’altro autore con Ota De Leonardis e Diana Mauri del volume L’impresa sociale (Edizione Anabasi).

Dal 1998, Direttore Generale dell’Azienda per i Servizi sanitari A.S.S. n. 1 Triestina ha poi dal 2001 al 2003 diretto l’Azienda Sanitaria Locale Caserta 2 in Campania, per rientrare come direttore generale a Trieste dal 2004 a tuttora.

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Un Commento a “9 domande a Franco Rotelli
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  1. A parte le rose…parole sante

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