La lettera di Eleonora. A 30 anni dalla chiusura dei manicomi, cosa è cambiato?

essere_nessunoHo 37 anni, ora vivo a Perugia e seguo con interesse e partecipazione i dibattiti e le tematiche che si svolgono intorno alla Psichiatria soprattutto dopo la mia negativa esperienza di un anno in un Centro di Salute Mentale territoriale.

Sono stata giudicata, discriminata e offesa perché non mi sono lasciata sottomettere alle pratiche terapeutiche in uso, perché ho contestato una certa rigidità e la scarsa professionalità generale. Ero e sono un’utente scomodo.

Provo tutt’oggi una rabbia e un’impotenza indescrivibili e sto attualmente lottando per ottenere giustizia, se ancora esiste da qualche parte. Tutto questo, comunque, è stato per me ulteriore spunto di riflessione e da qui si è consolidata la mia convinzione e il mio NO, non ci sto.

Da quello che ho potuto constatare di persona, quella Psichiatria non riesce a venire incontro alle esigenze degli individui in quanto ancora legata a vecchi e inadeguati modelli, regole rigide e coercitive, modalità terapeutiche superficiali basate sul poco ascolto, assenza di iniziative volte al raggiungimento di obiettivi concreti e all’autonomia del paziente.

Manca un ascolto attento dei bisogni, esiste molta leggerezza e scarsa professionalità, specie in quei Centri di Salute Mentale, c’è un uso e spesso abuso di farmaci in quanto modo più facile e veloce per tenere “a bada” i pazienti: metodi terapeutici inefficaci che cercano di affrontare solo il sintomo del problema e che connotano i Servizi di tal genere qualitativamente scadenti e di serie C.

A 30 anni dalla chiusura dei Manicomi, cosa è cambiato?

In certi posti, assolutamente nulla.

Quella Psichiatria si sta solo trascinando stancamente sulle orme di vecchi modelli del passato.

Si sono fatte battaglie e accesi dibattiti intorno alla rivendicazione della dignità e dell’integrazione sociale del “malato” ma in realtà ancora oggi questi obbiettivi non si sono raggiunti affatto.

Sono sorti i Reparti di Diagnosi e Cura per il ricovero a tempo determinato dove vivono spesso e volentieri lassismo e scarsa serietà , e i Dipartimenti di Salute Mentale che come una specie di incubatrice calda e soporifera alimentano l’annichilimento dell’identità e dell’autonomia della persona.

Queste strutture improntate ad arcaiche ideologie e impostazioni infondono nel paziente, tramite assurde e sbrigative etichettature da Manuale, confusione e avvilimento, alimentano l’incertezza, il dubbio, la frantumazione e dispersione dell’IO: questa è la vera follia. Questo è un grande e inaccettabile paradosso.

Invece di promuovere una realizzazione personale ed esistenziale si crea, al contrario, sottomissione e una sorta di dipendenza psicologica.

Quella Psichiatria nasconde subdolamente dietro l’uso di fissati termini retorici come “guarire”, “aiutare a stare meglio”, “malattia”, i suoi veri significati:

diversità = malattia

curare = cambiare

Accanirsi per voler cambiare una persona a tutti i costi è ingiusto, disumano e inutile: significa uccidere quella persona o creare un mostro.

Cambiare in nome di che cosa?

Di sterili parametri accademici per cui lo “stravagante, il bizzarro, l’emarginato, il disadattato” significa “malato”??

Alda Merini diceva che anche l’emarginazione è un diritto.

Chi ha il diritto di erigersi a giudice e stabilire cosa si deve fare e come si deve essere?

Bisogna pesare 60 kg invece di 45?

Bisogna fare questo lavoro e non l’altro?

Bisogna controllare la rabbia? Quando invece a volte sarebbe più salutare dare un pugno al muro ?

Non si devono leggere certe cose?

Non si devono pensare certe cose?

Si devono prendere certe medicine?

Bisogna stare attenti a quello che si dice, una parola, un’espressione, un pensiero e si viene subito catalogati, inseriti in una categoria .

Si finisce inevitabilmente nel pregiudizio, nel giudizio vero e proprio e spesso nella generalizzazione.

Quella Psichiatria dovrebbe rivedere e mettere in discussione certe sue convinzioni e rigidità e capire soprattutto che non esiste solo un modo di vedere il mondo, una sola logica definita, ma esistono logiche soggettive per le quali un individuo per la conformazione della sua personalità o esperienze accetta una certa interpretazione delle cose, mentre un altro fa sua un’interpretazione diversa.

Si tratta sempre comunque di una scelta personale.

La Psichiatria dovrebbe accettare e rispettare le caratteristiche personali e la diversità di ogni individuo, aiutarlo a raggiungere consapevolezza di ciò che egli è nella sua totalità , e lavorare insieme per trasformare tutto questo in risorsa.

Fondamentale a tal proposito, la preparazione e la predisposizione empatica del terapeuta che deve affacciarsi insieme al paziente sull’orlo del precipizio e riuscire a “comprendere così lo sguardo disordinato del tempo e dello spazio .Gli abissi possono divenire frequentabili per la loro ricchezza o per il loro vuoto”. (Wilfred Bion ,psicoanalista britannico)

Occorre necessariamente cambiare l’approccio terapeutico e non le persone.

“L’errore – scrive Umberto Galimberti – sta nello scindere e voler studiare separatamente le componenti dell’individuo: corpo, anima, psiche, inconscio. L’uomo và compreso nella sua totalità”.

Quella Psichiatria ha costruito se stessa sulla separazione mente-corpo: così facendo essa non comprende l’uomo, lo spiega.

Eleonora

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