A noi giovani manca un Basaglia

schermata-2021-08-28-alle-23-32-35di Allegra Carboni

Il 29 agosto di quarantuno anni fa moriva Franco Basaglia.

Banali motivi anagrafici (sono nata vent’anni dopo) mi hanno impedito di conoscerlo, eppure mi sembra di averlo fatto: credo di averlo incontrato nell’operato di molte persone qui a Trieste, uomini e donne che con coraggio e determinazione hanno continuato negli anni a edificare sul terreno preparato da lui, ad abitare quel luogo d’incontro sulla soglia, tra salute e malattia.

La legge 180 del 1978 è innanzitutto una radicale scelta di campo. È una scelta faticosa, di grande responsabilità, che chiede di stare nelle cose, di opporsi all’incapacità di ascoltare e di accogliere. Dai racconti di Peppe Dell’Acqua emerge spesso l’abilità di Basaglia di sconvolgere ogni certezza, di portare continuamente a interrogarsi su ciò che si sa veramente fare, di graffiare la coscienza di chiunque gli capitasse a tiro. Con Basaglia la cura non è demandata alle studiate mani di un medico in camice bianco, ma è affidata a un’organizzazione intera, a una macchina ben oliata non trainata da rapporti di potere e rigide gerarchie, ma dalla collaborazione e dal confronto costante, dal riconoscimento del valore del singolo, delle competenze che ciascuno possiede e può mettere a servizio degli altri. È su queste solide basi che a Trieste è nata e cresciuta una nuova cultura che ha travolto tutti: medici, infermieri, operatori, amministratori, persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale, cittadini. Per costruire ci vogliono tempo, sudore e sacrifici, distruggere invece è facilissimo, come stiamo dolorosamente constatando in questi mesi. In Friuli Venezia Giulia lo smantellamento di un modello conosciuto e apprezzato in tutto il mondo è una minaccia reale, tutt’altro che velata, che impone di darsi più coraggio, di non ascoltare senza reagire, di non temere di alzare la voce, e ci ricorda che il fascismo non è un’idea o un’opinione, ma un metodo.

Da quando frequento la piazza del Forum Salute Mentale ho imparato una cosa che riconduco alla sconfinata eredità di Basaglia. Ho capito che è possibile non avere paura di essere fragili, che anche nel momento di massima vulnerabilità ci sarà qualcuno ad accogliermi, a prendermi per mano. Questa consapevolezza è frutto di una rivoluzione, la più bella, e di una liberazione impensabile che ha toccato tutti, anche chi, ancora, non ha imparato a dire grazie.


*studentessa di Medicina, Università di Udine
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