C’era una volta la città dei matti. Storia e favola di San Giovanni

di Pier Aldo Rovatti

Cominciamo dalla fine. Del libro di Peppe Dell’Acqua. Del manicomio di Trieste: dal 1971 al 1979, anno per anno, dove gli eventi e le storie si mescolano in un crescendo.

E da quella prima lezione tenuta da Franco Basaglia, nel settembre del 1979, al nuovo corso per “operatori”, viatico per chi restava e atto di ricomposizione di un conflitto interno che a tratti era sembrato insanabile…

È uno dei materiali di cronaca e riflessione che Dell’Acqua ha aggiunto in questa rinnovata edizione del suo libro. La “Storia del manicomio”, che faceva da pendant alle “Storie dei matti di San Giovanni” nella edizione del 1980 (un libro che è stato strumento prezioso per tanti), diventa ora la parte più ampia, si arricchisce attraverso uno sforzo rilevante di documentazione grazie alla memoria e ai taccuini dell’autore, e si intitola appunto “La fine del manicomio”. E cambia anche volto, come vedremo tra poco.

Basaglia sta lasciando Trieste. Si rivolge agli infermieri. Cosa abbiamo da insegnarvi? “Ciò che è avvenuto in questi anni, noi stessi non lo comprendiamo bene. Non comprendiamo per quale ragione prima c’erano mille persone in ospedale e oggi non ci sono più. Come mai questa istituzione ha cambiato la sua cultura, i suoi limiti. Come mai il manicomio, che era chiuso e ben delimitato dalle sue mura, oggi non ci sia più e al suo posto ci sia un nuovo tipo di rapporto tra chi ha bisogno e chi risponde ai bisogni”. Adesso inizia un’altra storia, aveva esordito Basaglia, e a un certo punto dice anche: “Se noi pensiamo alla storia che ha portato al superamento del manicomio, vediamo che questo non è avvenuto per l’opera dello spirito santo!”.

Qualche settimana dopo Dell’Acqua e gli altri dello staff si ritrovano con lui per una serata di commiato: hanno preparato un videotape scherzoso e un po’ irriverente. C’è disagio, ma tutti sono allegri. “Ridiamo”, ricorda Dell’Acqua.

Una nota ironica è percepibile anche nella presentazione al libro, fin qui rimasta inedita, e che Dell’Acqua ha rintracciato tra le proprie carte. Scrive Basaglia: “Dell’Acqua ha voluto raccontarci delle storie come le ha vissute da psichiatra che fortunatamente non capiva cosa volesse dire essere psichiatra”. C’è un’affermazione, poco prima nella stessa presentazione, che dà la chiave del pensiero di Basaglia: “La follia è vita, tragedia, tensione. È una cosa seria. La malattia mentale, invece, è il vuoto, il ridicolo”. Chiave limpidissima (personalmente, mentre leggo queste righe, non posso non ripensare alla chiarezza della Storia della follia di Michel Foucault) entro cui risuonano le pagine del libro di Dell’Acqua, ma che, al tempo stesso, ci permettono di leggerle per differenza, poiché nelle “storie” di Dell’Acqua follia è anche, oltre che buco agghiacciante, amore, nostalgia, favola, canto, e un sommesso suono di risa.

Dunque Giuseppe Dell’Acqua, autore del libro Non ho l’arma che uccide il leone… Storie del manicomio di Trieste, scritto alla fine degli anni Settanta, quando aveva trentatrè anni, dopo il “Reseau” internazionale a San Giovanni, dopo le lotte interne, quando la “180” è varata e Basaglia sta andandosene (quel libro che Franco Rotelli nella sua nota aveva definito un misto di “fantasie e realtà”), diventa nel 2007 Peppe Dell’Acqua, quel “Peppe” che moltissimi hanno incontrato e imparato a conoscere. E ora il lungo sottotitolo recita: “Trent’anni dopo, la vera storia dei protagonisti del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni”.

Non so se per fortuna o per disgrazia, io non sono uno psichiatra. Sono arrivato a Trieste a insegnare filosofia negli ultimi anni Settanta. Ho lambito gli eventi epocali della fine del manicomio. Ho sfiorato Franco Basaglia. Poi mi sono sempre più avvicinato alla questione della follia e ho avuto modo di conoscere da vicino Peppe Dell’Acqua. Ho anche assistito, negli ultimi mesi, alla passione con cui si è immerso nel suo “vecchio” libro. E forse mi trovo nella posizione giusta (una specie di fuori-dentro) per tentare una piccola riflessione su quello che è certamente il cuore di questo appassionato lavoro.

Già “Giuseppe” che diventa “Peppe” – una sorta di abbassamento del tono autoriale – ci potrebbe mettere sulla strada. Che significa “storie”? Come si relazionano le sue storie con la storia al singolare del grande evento di cui stiamo parlando? Con la “vera” storia che si annuncia nel sottotitolo? Come stanno insieme – cosa che non mi pare così ovvia – la “verità” della storia della fine del manicomio di San Giovanni e il carattere di “favola” di tutte le storie, anche terribili, che qui vengono raccontate, da quella “esemplare” di Giovanni Doz, che apre il libro, a quella (più normale?) di Boris che lo chiude?

Intanto, sgomberiamo la scena dal possibile equivoco di un supplemento di poesia applicato alla scabrosità delle pratiche quotidiane. Niente di più lontano dalle intenzioni di Dell’Acqua, che consistono nello stanare quell’insieme di elementi che chiamiamo “favola” nelle pieghe della realtà, nel farci infine toccare con mano che questa operazione non è poi così impossibile, se solo riusciamo a snebbiarci un poco gli occhi dalle pur motivate caligini delle pratiche defatiganti, e foriamo gli involucri già stabiliti e già attesi entro cui, spesso inconsapevolmente, tendiamo ad avvolgerle. Basaglia si chiedeva, fin dal suo giovanile soggiorno inglese, che cos’è un’istituzione. Dell’Acqua vuole ricordarci che l’istituzione riguarda anche i discorsi che facciamo sui soggetti e l’ascolto che prestiamo loro. E anzi che, magari meno visibilmente, riguarda soprattutto l’ascolto e che dunque le sue “storie” possono essere molto più politiche di quel che sembrano, purché riusciamo a forzare le retoriche di questo ascolto, dimenticando la cartella clinica o facendo diventare anch’essa parte della favola.

Non c’è nulla da inventare o su cui esercitare una semplice fantasia: la “verità” di queste narrazioni è il loro stesso essere favola, mescolanza di sofferenza e di gioia, e quindi anche attesa, allegria, sogno. Ci sento qualcosa che mi ricorda il ridere dello Zarathustra di Nietzsche. Ma, allora, non c’è o non ci dovrebbe essere iato tra i racconti individuali, fatti deragliare dalle loro rotaie istituzionali, e la cosiddetta storia “vera”, che immaginiamo di solito come una cronologia esatta e insieme critica degli eventi pubblici più significativi. La “vera” storia di San Giovanni – suggerisce Dell’Acqua – passa certo per gli eventi sociali e politici che ne dettano la cronologia, ma questi eventi ci scivolerebbero di mano se non venissero continuamente innervati dalla “favolosità” delle storie individuali e dalla gaia follia che le sostiene.

Cosa intendeva Franco Basaglia quando diceva, nel 1979, che restava qualcosa di misterioso che forse non si era riusciti a comprendere? Credo che Dell’Acqua abbia preso molto sul serio questa domanda negli anni seguenti e fino a oggi, ma già nel suo libro era e resta presente un’ipotesi (certo non l’unica, direbbe lui stesso) di risposta attraverso le incursioni nelle soggettività individuali e nella loro esplosiva vitalità, e attraverso la capacità di sgombrarsi la mente, da parte di chi presta professionalmente l’orecchio, fino al punto di realizzare un ascolto finalmente de-istituzionalizzato. Allora, l’eredità pesante, che la rivoluzione condotta da Basaglia lascia ai continuatori del suo lavoro, è quella di riuscire a mettere in atto una trasformazione dello sguardo e dell’esperienza che possa permettere o solo avviare questo ascolto.

Le storie sono fragili, tuttavia vere. E ogni volta sciolgono un poco la pseudoverità di ciò che viene per lo più considerato reale. Rendono un poco permeabili le durezze, riescono a smussare alcuni spigoli. In fondo, anche la alquanto triste festa di commiato dell’ottobre 1979, che ho ricordato prima, può essere narrata come una piccola storia e quella sottolineatura (“ridiamo”) toglie un po’ di rigidità al microevento, e forse gli restituisce altrettanta verità.

Infine, in che senso possiamo dire che questo libro di Peppe Dell’Acqua, datato 2007, e che pure ripropone il libro del 1980, segna una differenza rispetto ad esso ed è in effetti un “nuovo” libro? È una questione di sutura e di accentuazione di un certo tono.

Dell’Acqua correda la prima parte, ovvero le storie dei matti di San Giovanni, con alcune brevi cornici che situano con più esattezza alcune di esse, spiegandone nomi e luoghi. Poi amplifica in maniera consistente la seconda parte con descrizioni più puntuali e dettagliate, e vi riversa una quantità di appunti e di documenti, come abbiamo appena visto, iniziando a tessere una fitta tela a testimonianza di quegli anni cruciali, e cioè di quella lunga, travagliata ma anche fantasmagorica marcia verso la fine del manicomio di Trieste. I fili di questa tela gli si moltiplicano tra le dita e potrebbe andare avanti parecchio a tessere. Sta scrivendo un altro libro? Certo, adesso i pesi tra i due movimenti del libro sono cambiati, e quella che forse era nata come una semplice appendice cronologica a supporto diventa una sorta di spaccato d’epoca. Del quale, bisogna dirlo, si avverte ancora la mancanza, soprattutto presso le nuove generazioni, nonostante tutto quello che si è scritto, registrato e filmato in proposito.

Eppure, la mossa principale di Dell’Acqua, a mio parere non sta in questo. Bensì, nel tentativo di promuovere la voce che racconta le storie dei matti di Trieste, la tonalità di tale voce, a stile di verità dell’intera vicenda. Questa tonalità, che Dell’Acqua cerca, anche nella sua scrittura, è quella popolare del cantastorie. Con la sua leggerezza, la sua distanza-prossimità, la sua punta ironica e talora irriverente, la sua epicità magari sgangherata, l’evocazione di una comunità riunita lì ad ascoltare, a turbarsi dinnanzi alla crudezza dei fatti ma anche a partecipare a un evento infine festoso.

Ecco la “verità” della favola, che ripropone ogni volta un rituale collettivo. Credo che si possano ritrovare qui la cifra dell’operazione di Dell’Acqua e lo stile di questa nuova edizione del suo libro. Un solo esempio, per concludere. Leggiamo con attenzione i siparietti (che ora citerò in modo abbreviato) che introducono quasi visivamente ognuno degli anni della parte, per così dire, documentaria:

1971, Il magnifico frenocomio: “Dove la paura di uscire dal manicomio della maestra elementare Eleonora Biason dà inizio alla storia”.

1972, La festa delle castagne: “Dove ogni cosa diventa ‘ rivoluzionaria’ e gli internati producono cinquecento manifesti”.

1973, Marco Cavallo: “Dove il tumultuoso avvio di un laboratorio di matti artisti e artisti matti stravolge definitivamente l’ordine”.

1974, I concerti in manicomio: “Dove si spostano mobili per annunciare il cambiamento ma non serve a molto”.

1975, Villa Fulcis: “Dove cento matti volano su Venezia e vedono con nostalgia l’Istria dall’alto”.

1976, I centri di salute mentale: “Dove il manicomio è mezzo chiuso e i centri di salute mentale ormai mezzo aperti scatenano curiosità e paura”.

1977, Il manicomio chiude: “Dove il papà di Luciano piange frastornato per l’annuncio dell’impensabile chiusura e i bambini saltano e giocano in un letto a rete”.

1978, La casa del marinaio: “Dove si fa una mostra itinerante sulla Casa che a Trieste c’è ma non per ex ricoverati, disoccupati, giovani o pensionati e allora qualcuno propone di prendersela”.

1979, I falò di San Giovanni: “Dove termina l’epopea garibaldina dei matti e la fortezza è conquistata e abbattuta”.

Ustrine, luglio 2007

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