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	<title>forumsalutementale.it &#187; Punti di vista</title>
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		<title>La posizione di Legacoopsociali su Le Parole Ritrovate</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 16:22:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>
		<category><![CDATA[180]]></category>

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		<description><![CDATA[Carissimi,
ho visto la proposta di legge da voi elaborata, e francamente non mi ci ritrovo.
Non entro nel merito di singole affermazioni, che possono anche essere prese singolarmente per buone. Ma, in generale, mi pare una proposta confusa, un qualcosa di simile ad uno di quegli asettici &#8220;manuali della qualità&#8221; che sempre più tempo sottraggono, giorno ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/la-posizione-di-legacoopsociali-su-le-parole-ritrovate/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Carissimi,</p>
<p>ho visto la proposta di legge da voi elaborata, e francamente non mi ci ritrovo.</p>
<p>Non entro nel merito di singole affermazioni, che possono anche essere prese singolarmente per buone. Ma, in generale, mi pare una proposta confusa, un qualcosa di simile ad uno di quegli asettici &#8220;manuali della qualità&#8221; che sempre più tempo sottraggono, giorno per giorno, al lavoro concreto con l&#8217;utenza ed alla riflessione con noi stessi. Come in ogni altro luogo di questa società postmoderna, aumenta il rumore di fondo, e diminuisce la possibilità di concentrazione. Comprenderete quindi in mio fastidio per aver trovato addirittura un articolo della PdL dedicato alla &#8220;qualità totale&#8221;.</p>
<p>Credo che la scelta dello strumento legislativo sia sbagliata: la legge c&#8217;è già, dal 1978, e le stesse valutazioni che fate in sede di presentazione della PdL siano arbitrarie. Il PO del 1998-2000, che non era neanche il primo, lungi dall&#8217;essere stato privo di effetti, è stato quello che &#8211; grazie ad una ministra &#8220;unica&#8221;, come Rosi Bindi &#8211; ha prodotto la chiusura dei residui manicomiali, molti dei quali ancora di rilevanti dimensioni.</p>
<p>La centralità teorico-pratica della questione &#8220;TSO&#8221; viene da voi ridotta ad epifenomeno fastidioso, mentre invece è proprio su quello che si concentrano tutti gli attacchi: di libertà umana stiamo parlando, non di specifiche cure cliniche. E scusate se è poco.</p>
<p>La vostra pretesa di normare pedissequante ogni aspetto della vita di un mondo, come quello della salute, regionalizzato ed esposto (con luci ed ombre) ad una sperimentazione allargata, arricchita dal processo di riforma del sociale avviata con la 328 &#8211; anch&#8217;essa sotto attacco dai sanfedisti alla Sacconi &#8211; mi pare francamente il contrario di quello che bisogna fare, che è invece di allargare reti di relazioni e di promozione delle buone pratiche, suscitare il protagonismo degli utenti e favorire un&#8217;evoluzione non corporativa dei familiari.</p>
<p>Trovo infine significatimente asfittica la vostra proposta di riforma del DSM (art. 3), soprattutto rispetto alle Linee guida emanate nel 2006 &#8211; altra significativa dimenticanza della vostra &#8220;ricostruzione storica&#8221;, che prevedevano ben altra apertura all&#8217;associazionismo degli utenti e dei familiari (altra cosa rispetto alle generiche &#8220;associazioni&#8221; da voi indicate) oltre che a quella cooperazione sociale che rappresenta gran parte delle risorse umane dei servizi.</p>
<p>Insomma: di una nuova normativa non credo si senta il bisogno. Anzi, il continuare a presentare proposte di legge non può che favorire la massa di reazionari che ne hanno già intasato gli archivi parlamentari, in una sorta di notte in cui &#8220;tutti i gatti sono bigi&#8221;.</p>
<p>Cordiali saluti.</p>
<p>Gian Luigi Bettoli, responsabile del gruppo di lavoro sulla Salute Mentale di Legacoopsociali</p>
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		<title>181: un punto di vista</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 16:20:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>

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		<description><![CDATA[di Roberto Morsucci
Partiamo dalle premesse: l’assistenza alle persone che hanno esperienza del disagio psichico non è uguale nelle diverse regioni d’Italia. Io lo so bene perché da Roma mi sono trasferito a Trieste. A dirla tutta ero indeciso tra Trento e Trieste che mi sembravano entrambe realtà virtuose. Poi ha scelto mio figlio.
Come fare in ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/181-un-punto-di-vista/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Roberto Morsucci</p>
<p>Partiamo dalle premesse: l’assistenza alle persone che hanno esperienza del disagio psichico non è uguale nelle diverse regioni d’Italia. Io lo so bene perché da Roma mi sono trasferito a Trieste. A dirla tutta ero indeciso tra Trento e Trieste che mi sembravano entrambe realtà virtuose. Poi ha scelto mio figlio.</p>
<p>Come fare in modo che in tutta Italia si riesca ad avere un’assistenza di buon livello? Questo è un tema che mi appassiona particolarmente. Trento propone una legge. L’ho letta e sembra buona. Contemporaneamente mi chiedo: è sufficiente una legge? Perché in Italia le leggi, c’è chi le applica e c’è chi le interpreta. Il nostro Paese ha il più alto numero di leggi e il più basso rispetto delle medesime. Prima delle leggi, credo debba cambiare la cultura, il modo di vedere la salute mentale. E’ una cosa che riguarda non solo la nostra nazione ma tutto il mondo. Non dimentichiamo che, quantomeno nelle nostre realtà migliori, siamo, in questo settore, uno dei Paesi più avanzati.</p>
<p>Ma entriamo nel merito della questione. Questa legge può migliorare la salute mentale, ad esempio, nel Lazio (prendo per esempio questa regione perché la conosco meglio delle altre)? Mi sono spesso domandato qual è la differenza tra Roma e Trieste. Credo di aver individuato almeno due fattori che generano questa differenza. Il primo è che nel Lazio tra il 60 ed il 70% del budget regionale viene assorbito dalle cliniche private che, in ultima analisi, sono dei piccoli manicomi. Con l’aggravante che essendo private, queste strutture tendono a massimizzare i profitti e, quindi, a risparmiare sulla qualità delle prestazioni. Sono dei luoghi di reclusione dove si dispensano pillole, nient’altro. Lo so per esperienza personale, ci sono stato.</p>
<p>Il secondo fattore, anch’esso di tipo economico, è legato alla durata dei TSO. Nell’ultimo anno mio figlio è stato ricoverato tre volte per un totale di circa un centinaio di giorni. Un giorno di ricovero in ospedale costa dai 300 ai 700 euro per paziente. La regione Lazio ha speso per mio figlio almeno 30.000 euro.</p>
<p>In questi due anni che ho passato a Trieste mio figlio non ha effettuato alcun ricovero. Ma, se fosse stato necessario, sarebbe durato un solo giorno all’ospedale e qualche altro al CSM. Libero di andarsene quando vuole. In compenso ha avuto una borsa lavoro che, per un mese, ha lo stesso costo del minimo di un giorno di ricovero.</p>
<p>Allora rileggo la legge proposta da Trento e non ci trovo nulla sull’uso delle cliniche private e nulla sulla durata dei TSO. La 181 non porterebbe alcun beneficio alla salute mentale del Lazio perché le risorse a disposizione delle strutture territoriali rimarrebbero inalterate. Aumentare le risorse al 6% non è sufficiente perché il vero problema non è avere più soldi ma come si impiegano. Nel Lazio (dico questo pur consapevole che nella regione esistono realtà diverse molto dissimili tra loro) la 181 porterebbe più soldi alle cliniche private. Quest’ultime hanno i loro mezzi per convincere i funzionari ed i politici regionali, e chi non li ascolta fa la fine di Marrazzo.</p>
<p>Ancora c’è da chiarire il motivo per cui molte persone che soffrono di disturbi mentali, nel Lazio, spesso vengono ricoverati nelle cliniche. Perché i parenti, per lo più i genitori, non hanno altre alternative. Non sanno cosa fare e, spesso, sono condizionati dai pregiudizi dell’inguaribilità e della pericolosità. Ma nessuno si preoccupa di “informarli ed educarli”. Così, spesso a malincuore, si lasciano convincere a far ricoverare i loro cari per il loro bene. Se solo sapessero … ma non lo sanno. Anche perché chi dovrebbe informarli spesso arrotonda lo stipendio nelle strutture private e, anche di questo aspetto, non c’è nulla nella 181.</p>
<p>Con questo non voglio dire che non senta fortemente l’esigenza di migliorare il settore della salute mentale in tutt’Italia, portandola ad un minimo di decenza dovunque. Ma le modalità andrebbero discusse e condivise fra tutte le esperienze e le persone (queste sì in tutta Italia) più virtuose e consapevoli.</p>
<p>Sarebbe molto interessante se altri che vivono in altre regioni provassero ad immaginare gli effetti della 181 sulla loro realtà. Il dibattito è aperto.</p>
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		<title>Cosa resta di Basaglia? Considerazioni a seguito di due convegni</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 13:36:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>
		<category><![CDATA[porte aperte]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gloria Barbetta
Quale attualità resta oggi nella riforma psichiatrica attuata da Franco Basaglia a partire dal 1961, quando accettò a soli 37 anni la direzione del manicomio di Gorizia? Quale situazione nazionale accoglie oggi la sofferenza psichica, quando insorge, e le persone si trovano all’improvviso a ‘calcare’ le scene degli ospedali italiani, in una mappa ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/cosa-resta-di-basaglia-considerazioni-a-seguito-di-due-convegni/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gloria Barbetta</p>
<p>Quale attualità resta oggi nella riforma psichiatrica attuata da Franco Basaglia a partire dal 1961, quando accettò a soli 37 anni la direzione del manicomio di Gorizia? Quale situazione nazionale accoglie oggi la sofferenza psichica, quando insorge, e le persone si trovano all’improvviso a ‘calcare’ le scene degli ospedali italiani, in una mappa a macchia di leopardo circa il rispetto dei pazienti, che non dappertutto sono trattati come esseri umani, degni di attenzione e cure adeguate, evitando di utilizzare la sofferenza mentale come tema di stigma, quasi ad additare il soggetto che ne soffre, come fosse un argomento di vergogna? A questi interrogativi hanno provato a dare una risposta esperti di vari settori, psichiatri, sociologi, filosofi ma anche disoccupati, sindacalisti e bambini delle scuole al Festival dei Matti, che si è svolto a Venezia dal 16 al 19 novembre e al convegno allestito presso l’università di Gorizia, intitolato “Cominciò tutto nel ’61 quando Franco Basaglia arrivò a Gorizia”, che si è sviluppato il 17 e 18 novembre, in una due giorni dove gli eredi spirituali di Basaglia, un pool di addetti ai lavori italiani e francesi, hanno tentato di dare delle risposte a domande che si scontrano con temi dolenti come il welfare e la crisi economica. Argomenti –questi ultimi- che colpiscono come una scure le famiglie italiane ma anche del resto dell’Europa; problemi indicati dagli esperti che hanno parlato sia a Gorizia che a Venezia come cause determinanti dell’aumento del disagio psichico. E gli accenni alle ‘contenzioni’, i metodi coercitivi per costringere a letto e alla calma i malati particolarmente agitati, non sono mancate al convegno di Gorizia, quando psichiatri che hanno fatto parte dell’equipe basagliana come Domenico Casagrande hanno ricordato parole chiave del ‘medico-filosofo’ Basaglia come la storica frase “E mi no firmo”, ovvero ‘io non firmo’, un chiaro no dell’illuminato psichiatra veneziano alle contenzioni, che, per i non addetti ai lavori sono le cinghie più o meno strette che vengono usate tuttora in alcuni ospedali italiani e case di cura per anziani per gestire pazienti scomodi per la loro patologia. A lanciare il grido d’allarme sulla situazione contingente -in prima linea oggi come allora- il direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste Peppe Dell’Acqua e Franco Rotelli, psichiatra erede spirituale di Basaglia, storico direttore generale dell’azienda sanitaria triestina e membro del direttivo della Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia assieme ad Assunta Signorelli, psichiatra responsabile di Diagnosi e Cura dell’ospedale Maggiore di Trieste. “ Quando parliamo di questa storia –ha detto Rotelli riferendosi alla riforma psichiatrica in Italia portata da Basaglia- parliamo di un’infinità di questioni che si sovrappongono. Da Basaglia abbiamo imparato a non etichettare, a non semplificare, a tenere aperta la molteplicità delle questioni. C’è un tema da non sottovalutare: quello del welfare, dei sistemi sanitari pubblici, dell’esclusione che alcuni vivono più drammaticamente di altri. C’è il tema del disorientamento del cambiamento, del rischio sulla propria pelle per mandare avanti una riforma che ha bisogno di nuove regole, di nuove istituzioni che non rispondono ancora ai bisogni delle persone ma che se costruite con intelligenza possono fare qualcosa”. Poi Rotelli ha parlato delle “famiglie che si spezzano: la ricerca di una solidarietà e il continuo rifiuto di una società organizzata per vocazione mercantile, che si oppone alla volontà di essere pari. E ancora il tema della disparità assoluta negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari in Italia, i problemi nelle case di riposo o nelle prigioni”. L’appello di Rotelli a non fossilizzarsi sulle commemorazioni di quello che è stato bensì di guardare alla “drammaticità delle condizioni di vita di alcune persone, alla guerra dei forti contro i deboli” incitava a “dare un segno di civiltà nelle istituzioni pubbliche” e nel portare avanti la “democratizzazione dei servizi attraverso il coinvolgimento della gente passando per una medicina che riesce a misurarsi nelle case, nei condomini, nei quartieri e non solo nelle cattedrali ospedaliere”. La sfida per portare avanti la filosofia basagliana è tuttora aperta: Peppe Dell’Acqua ha aggiunto che “la preoccupazione nella regione Friuli Venezia Giulia per il futuro della sanità non è mai stata così grande: Rotelli ha parlato del pensiero di Basaglia come di una scuola di libertà e di deistituzionalizzazione intesa come un anteporre i bisogni delle persone alle regole. In questo momento i giovani subiscono un attentato alle loro radici etiche, politiche, culturali e scientifiche –ha precisato Dell’Acqua- Siamo preoccupati qui in Friuli Venezia Giulia perché siamo alla vigilia di una rivoluzione del nostro sistema sanitario, che era il positivo frutto della legge 180. Il senso di quella grande rivoluzione culturale di allora è stato portare i servizi vicino alle persone, ora si parla di nuovo di azienda unica, dipartimento di salute mentale unico quando la nostra risorsa era stata quella di lavorare sul territorio rispettandone le specificità. Il quesito ancora aperto è come recuperare oggi nella nostra operatività l’esperienza scientifica acquisita”. E Dell’Acqua ha aggiunto ancora che “la Società Italiana di Psichiatria non dice niente a Cagliari, Bologna e nei posti dove ci sono stati dei morti per le contenzioni, una lista dolorosa in una ricca Europa, dove tutto questo accade dentro i muri psichiatrici, tornati prepotentemente in forma di cliniche private o altre realtà che hanno un aspetto manicomiale”. Assunta Signorelli ha sottolineato che negli anni in cui Basaglia ha lavorato “la centralità della persona veniva agita: nel 2006 ho vissuto la mia esperienza di deistituzionalizzazione all’ospedale ‘Papa Giovanni’, dove mi sono sentita in un cronicario in piena solitudine mentre prima ero abituata a lavorare in gruppo. Occorre ricordare la corporeità delle persone sofferenti, l’impatto dell’incontro dei corpi fra loro e l’ambiente che li circonda. La simmetria tra il corpo della persona sofferente sul letto e il medico che dal suo sguardo la guarda. La pazzia è uno dei modi in cui l’individuo perde la sua libertà diceva Frantz Fanon e Basaglia ha saputo intaccare il mondo dell’ospedale dando riconoscimento della singolarità di ogni persona ricoverata e simmetria tra il medico e il paziente”. Nell’attesa nostalgica del ritorno dei padri ci si ammala di dimenticanza: la sofferenza della società odierna lo testimonia e come questo disagio riverberi su forme di potere è la domanda aperta, lasciata a chi avrà voglia di ascoltare, dei medici basagliani e di tutti coloro che credono nel rispetto di ogni essere umano. Sofferenti di disagi psichici compresi.</p>
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		<title>Narrare come conoscenza</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jun 2011 15:46:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>
		<category><![CDATA[Impazzire si può]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gloria Gaetano 
Il Narrare è l’attività più comunicativa, chiarificatrice dell’ordine simbolico di una individualità e di un gruppo, anche uperando i paletti del racconto orale, della grafica,del mito-fiaba-leggenda. , e divenendo narrazioni transculturali, mediatrici della presentazione del proprio vissuto,che può avvenire attraverso vari canali.. Raccontarsi significa farsi conoscere agli altri, o far conoscere esperienze collettive, ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/narrare-come-conoscenza/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gloria Gaetano </p>
<p>Il Narrare è l’attività più comunicativa, chiarificatrice dell’ordine simbolico di una individualità e di un gruppo, anche uperando i paletti del racconto orale, della grafica,del mito-fiaba-leggenda. , e divenendo narrazioni transculturali, mediatrici della presentazione del proprio vissuto,che può avvenire attraverso vari canali.. Raccontarsi significa farsi conoscere agli altri, o far conoscere esperienze collettive, anche di altri.</p>
<p>Attraverso l’uso della scrittura si tenta di dare una forma una rappresentazione al proprio vissuto,che cerca di attirare chi ascolta o legge.</p>
<p>E quindi ha un alto potere comunicativo, anche se rielaborato, di conoscenza di esperienza dell’altro che ci è di fronte, di tutto il mondo che lo circonda,della sua vita emotiva, detta e non detta, Strumento di conoscenza quindi, e, forse, nei modi della vera partecipazione, empatia e ascolto, un metodo vero e proprio di aiuto per chi esprime, anche con gesti e in forma delirante, la propria storia, la sua emotività.</p>
<p> </p>
<p>Le nostre vite sono legate a quelle di familiari, amici, persone, gruppi di lavoro e di prossimità abitativa, di luoghi di intrattenimento.,scuole, università, ambiti di lavoro.E anche si intrecciano alla vita di coloro che sono ormai scomparsi,ma le cui storie si raccolgono nella sabbia dei ricordi.,costituendo il canovaccio di una più grande storia,che si allarga a machhia d’olio.</p>
<p>Quindi la narrazione è liberatoria, per alcuni tipi di disturbi, fatica di vivere nel buio da cui si vorrebbe uscire, ed è anche , a livello, più letterario, fonte di conoscenza di tipi, caratteri, panoramiche storiche,viaggi, culture e bitudine che si vanno disvelando.</p>
<p>Ritrovare le storie e disporsi a un ascolto partecipe, è ritrovare anche il senso delle nostre vite,individuali e di tutti.</p>
<p>Il lungo monologo della nostra storia che ci intessiamo e re intessiamo ogni giorno è il modo per ritrovare noi stessi, aspetti non sempre chiari dell’esistere, e di far ritrovare ad altri identità disperse.,frantumate, riuscendo spesso ad essere anche veicolo di cambiamento, di restituzione alla propria identità che è parsa indicibile.</p>
<p>C’è un archivio nella nostra mente che serve proprio ,non tanto a raccontare la realtà, ma a documentare infinite varianti, che se noi raccordiamo, sono pur sempre simili,al di là dello specifico individuale, e riescono a fare un ritratto psichico della persona, anche cambiando i termini della storia. In questo processo di relazione tra il narratore, comunicatore,anche se restio, e l’ascoltatore attento, disponibile, attento, empatico, che cominciano ad emergere anche nuove aperture, nuove possibilità di vita. Magari una sola….Ma è quanto basta per uscire dallo specchio oscuro che rifletteva sempre immagini indefinite.</p>
<p>E’ l’inizio</p>
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		<title>Disagio mentale e lavoro</title>
		<link>http://www.news-forumsalutementale.it/disagio-mentale-e-lavoro/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 May 2011 20:34:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>
		<category><![CDATA[borse lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Impazzire si può]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianze]]></category>

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		<description><![CDATA[Responsabilità sociale d’impresa, contrattazione: quale relazione?
di MANLIO TALAMO
Si ha la sensazione che &#8211; in maniera molto prudente e abile &#8211; si stia aprendo una campagna per l&#8217;abrogazione delle faticose conquiste legate alla legge Basaglia di cui si è celebrato (speriamo non ultimo!), l&#8217;anniversario, il trentesimo.
Si fa perno sulla cosiddetta pericolosità sociale del malato mentale e ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/disagio-mentale-e-lavoro/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Responsabilità sociale d’impresa, contrattazione: quale relazione?</p>
<p>di MANLIO TALAMO</p>
<p>Si ha la sensazione che &#8211; in maniera molto prudente e abile &#8211; si stia aprendo una campagna per l&#8217;abrogazione delle faticose conquiste legate alla legge Basaglia di cui si è celebrato (speriamo non ultimo!), l&#8217;anniversario, il trentesimo.</p>
<p>Si fa perno sulla cosiddetta pericolosità sociale del malato mentale e sulla insostenibilità (ovvia) da parte delle famiglie, spesso, a convivere con familiari gravemente disturbati. Se passa il messaggio che la 180 è nefasta, ovvio che debba essere abolita!</p>
<p>Sono state presentate due proposte di legge, una a firma dell&#8217;on. Ciccioli (An) e l&#8217;altra a firma del senatori Carrara, Bianconi e Colli (Pdl). Tendono entrambe a rafforzare e prolungare il ricovero coatto. In quella del Senato si ripropone un processo di rimanicomializzazione, correlando il dissenso, non validamente espresso (sic!) dai malati di mente, con un intervento obbligatorio finalizzato al controllo soprattutto comportamentale dei malati stessi, controllo che, quando non possa ottenersi mediante idonee &#8220;terapie&#8221;, deve essere attuato in termini di custodia, con un ragionamento, del tutto manicomiale, per cui se i comportamenti malati non sono &#8220;guariti&#8221; dal trattamento, allora s&#8217;impone la prosecuzione di quello stesso trattamento (già risultato inefficace!) tenendo il malato rinchiuso.</p>
<p>&#8220;Dove non arrivano le cure (così in un commento al disegno di legge, trascritto dal sito del senato, come le precedenti informazioni) arrivano dunque i muri di recinzione, ovviamente solo ai fini di una pretesa tranquillità sociale&#8221;.</p>
<p>Probabilmente la Cisl può avere un suo ruolo costruttivo e innovativo anche su questo versante sociale,</p>
<p>perché &#8220;Diventa allora un obiettivo strategico di questa fase storica l&#8217;elaborazione sul piano culturale, economico e sociale di un &#8220;nuovo umanesimo del lavoro&#8221; articolato sull&#8217;etica della responsabilità e dell&#8217;impegno di ogni persona nel proprio lavoro, sulla priorità assoluta che la sicurezza e la salute sia sempre salvaguardata attraverso la prevenzione e la tutela , sull&#8217;esercizio attivo dei diritti contrattuali e delle tutele sociali per i lavoratori, sulla cultura della partecipazione dei lavoratori nell&#8217;impresa in cui operano&#8221; (dal documento per il dibattito congressuale Cisl, nel capitolo La strategia riformatrice della Cisl).</p>
<p>Per quanto riguarda il diritto al lavoro dei disabili, la legge n. 68 del 1999 ha lo scopo di promuovere l&#8217;inserimento e l&#8217;integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro attraverso servizi di sostegno e di collocamento mirato. In particolare, l&#8217;art. 2 ha una formulazione molto ampia e contiene l&#8217;indicazione di interventi per l&#8217;inserimento del disabile e di azioni positive per la soluzione dei problemi.</p>
<p>Al di là, quindi dei presupposti consistenti negli obblighi di assunzione e delle previste agevolazioni sia in forma fiscale e contributiva, sia in forma di rimborsi.</p>
<p>Sembrerebbe che la legge 68 abbia introdotto un sistema piuttosto avanzato, ma sappiamo però che raramente trova effettiva e concreta applicazione, soprattutto per coloro che, secondo la lettera della legge &#8220;sono affetti da un grave handicap mentale o psichico&#8221;.</p>
<p>Già la stessa previsione di legge potrebbe dare argomenti alle RSU, titolari del potere contrattuale aziendale, per stipulare accordi per l&#8217;attuazione delle assunzioni obbligatorie, previa predisposizione delle &#8220;azioni positive&#8221; previste dall&#8217;art. 2 della legge.</p>
<p>Ma ancora maggiori possibilità contrattuali possono trovarsi nella visione più partecipativa dei lavoratori alla vita, alle scelte e alle prospettive aziendali, che non è ancora diventata patrimonio comune e condiviso del movimento sindacale italiano, ma attraverso il quale possono ottenersi, con la contrattazione aziendale, risultati ulteriori quando vengono aperti spazi significativi dalla contrattazione nazionale, nei cui accordi possono trovare definizione alcuni principi e linee strategiche di futuro intervento, che predispongono gli strumenti per la specifica contrattazione aziendale.</p>
<p>Mi riferisco, qui, alla formulazione contrattuale, già presente in molti CCNL, della responsabilità sociale d&#8217;impresa, che già normativamente viene definita come &#8220;integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle aziende e organizzazioni nelle loro attività commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate&#8221; (articolo 2, comma 1, lettera ff) del D. Lgs 81 del 2008.)</p>
<p>La &#8220;volontarietà&#8221; della previsione legislativa, può diventare e diventa reale e attuabile solo attraverso la contrattazione che può ben riguardare anche più ampie prospettive di effettivo inserimento dei disabili.</p>
<p>In relazione al concetto di responsabilità sociale si sono sviluppati modelli di gestione aziendale innovativi, legati al tema dell&#8217;etica. A titolo semplificativo, la Social Accountability (SAI), organizzazione internazionale nata nel 1997, ha emanato la norma SA 8000 che certifica se e quanto nelle aziende siano assicurate condizioni di lavoro che rispettino la responsabilità sociale; certificazione applicabile ad aziende di qualsiasi settore, per valutare il rispetto da parte delle imprese dei requisiti minimi in termini di diritti umani e sociali, con riferimento alle convenzioni OIL, alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ecc.</p>
<p>Tutto questo materiale legislativo e contrattuale può essere la base per proporre, in attuazione della normativa richiamata, la percorribilità di &#8220;progetti di vita&#8221; cioè non progetti di cura, che appartengono ad altre competenze, ma progetti di inserimento lavorativo, che significa, appunto, laddove possibile, predisporre anche le condizioni ambientali e culturali per l&#8217;accoglimento e l&#8217;integrazione dei soggetti tutelati. Ma per far questo, occorre conoscere quali sono i progetti percorribili proposti da strutture pubbliche e private, per far sì che le organizzazioni sindacali possano in pratica trasferire alle RSU la necessità e le possibilità concrete di una contrattazione aziendale anche su questo tema. Sono certamente necessari approcci tra strutture pubbliche e private e le organizzazioni sindacali territoriali (confederali e di categoria) per quei progetti che contengano, in un intervento socio-sanitario ampio, il reinserimento o inserimento lavorativo, che possa, come tale, formare oggetto specifico di contrattazione aziendale.</p>
<p>È possibile, anche prevedere nella formazione sindacale dei moduli o dei seminari-laboratorio, in cui nel più ampio tema della contrattazione aziendale, possano inserirsi conversazioni, interventi, incontri, laboratori specifici sulla responsabilità sociale e, all&#8217;interno di questa, sull&#8217;aspetto dell&#8217;inserimento lavorativo dei disabili, che, partendo dagli strumenti legislativi e contrattuali, possa portare ad una miglior definizione e ad una più ampia individuazione degli spazi di contrattazione nell&#8217;ambito dell&#8217;attuazione della responsabilità sociale d&#8217;impresa. Vi sono molte realtà (Asl, fondazioni, associazioni) che cercano di costruire intorno al disabile una &#8220;proposta di vita&#8221;, che non può essere sconosciuta a un sindacato come la Cisl: potremmo così dare più respiro alla partecipazione e alla rappresentanza delle diversità.</p>
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		<title>Verso l’estinzione della schizofrenia</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 18:39:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>
		<category><![CDATA[porte aperte]]></category>
		<category><![CDATA[porte chiuse]]></category>
		<category><![CDATA[psicofarmaci]]></category>

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		<description><![CDATA[Dice Bauman che la solidità della fabbrica, dello stato sociale, della Chiesa, dell’impresa, dei sindacati e dei partiti, è progressivamente erosa dalla gelatinosa fluidità della modernità globalizzata. Ferito dal conflitto ciclico tra libertà e sicurezza, l’uomo liquido e alienato da una precarietà strutturale cerca spasmodicamente la sicurezza, non la rivoluzione o un sia pur esile ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/verso-l%e2%80%99estinzione-della-schizofrenia/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dice Bauman che la solidità della fabbrica, dello stato sociale, della Chiesa, dell’impresa, dei sindacati e dei partiti, è progressivamente erosa dalla gelatinosa fluidità della modernità globalizzata. Ferito dal conflitto ciclico tra libertà e sicurezza, l’uomo liquido e alienato da una precarietà strutturale cerca spasmodicamente la sicurezza, non la rivoluzione o un sia pur esile riformismo. Tutto sembra convergere verso un habitus di trasognata instabilità. Il lavoro precario diventa allora fonte di alienazione senza speranza. Ci si chiede piuttosto come facciano i lavoratori a non cadere nella follia in percentuale molto superiore di quella che viene rilevata. Il compromesso tra la sofferenza che scompensa e le difese contro la paura e la noia si rivela allora un’aspra conquista da rinnovare continuamente. Questa impegnativa normalità sembra sfociare il più delle volte in una faticosa tendenza schzoide, e l’assenza di deliri manifesti appare il prodotto di uno sforzo individuale continuo.</p>
<p>Sappiamo che la schizofrenia è una grave malattia mentale. Per la psichiatria biologica, non è che una demenza precoce. Per la psichiatria transculturale è la principale psicosi etnica dell’Occidente, strettamente legata all’organizzazione del lavoro. Per le multinazionali del farmaco, un enorme affare, da sviluppare ulteriormente.</p>
<p>Devereux ritiene la schizofrenia praticamente incurabile, perché i suoi sintomi principali sono sistematicamente mantenuti in vita dai valori più caratteristici della nostra civiltà. Infatti, gli schizofrenici di solito non si riproducono né biologicamente né socialmente. Sarebbe ragionevole pertanto supporre una loro rapida scomparsa. Questa sorprendente e variegata etnia non sembra però avere la minima intenzione di estinguersi, ma semmai di proliferare anche nelle zone del pianeta di fresca occidentalizzazione.</p>
<p>La schizofrenia presenta all’incirca la stessa prevalenza dappertutto, poco meno dell’1% della popolazione, e sembra allo stato attuale in ottima salute evolutiva. Circa 600.000 italiani ne soffrono, e 10.000 si ammalano ogni anno, mentre scissioni multiple proliferano su scale diverse nella nostra società ipnotizzata, mentre nel nostro paese la riforma psichiatrica figlia della legge 180 perde prestigio e sostegno. Se è vero che gli schizofrenici non si estinguono, tuttavia la schizofrenia sembra gradualmente passare di moda. Contenitore diagnostico versatile ma economicamente sempre più sterile agli occhi di Big Pharma, l’insieme delle multinazionali del farmaco, la schizofrenia deve quindi cominciare a rendere di più. Bisogna fare come con le altre psicopatologie. Non essendoci farmaci antinevrotici, le nevrosi sono andate fuori mercato. I nevrotici sono dati per dispersi, i depressi aumentano vertiginosamente, perché s’impongono gli antidepressivi. Si pone quindi l’esigenza di una cosmesi semantica del lessico psichiatrico. Il farmaco battezza il malato: depresso se curato con antidepressivi, psicotico se curato con antipsicotici, bipolare se curato con farmaci stabilizzanti dell’umore. I sali di litio, che fanno bene e costano poco, di fatto non li usa quasi più nessuno. E’ un antidepressivo sorprendente, la fluoxetina, che ha dato il via al processo. Il suo successo alla fine degli anni ’80 del secolo scorso determina un vero mutamento paradigmatico: non più farmaci nuovi per una malattia nota, ma la confezione di malattie nuove per un farmaco dato. Sino a quel momento, la sofferenza psichica veniva prima organizzata in sindromi specifiche, e solo dopo si elaborava una terapia. Quando è cominciata la corsa da parte delle multinazionali farmaceutiche all’acquisizione di sempre nuove indicazioni terapeutiche per i loro prodotti, allo scopo di estendere il numero dei potenziali consumatori, i nevrotici sono spariti, sostituiti da vaste moltitudini di depressi. Questo perché non esistono farmaci antinevrotici, ma solo antidepressivi. Esistono gli ansiolitici, ma poiché le vendite sono in flessione in seguito all’offensiva degli antidepressivi, gli ansiosi sono in fase di rapida estinzione. Adesso tocca alla schizofrenia. Mentre la salute mentale si avvia verso una lenta e malinconica irrilevanza, una psichiatria rampante e carica di promesse provoca il collasso dei presidi territoriali, determinando l’infiltrazione di mille piccoli e invisibili manicomi nelle case di chi soffre. Basta vedere la surreale vicenda – che si consuma mentre si legge questo articolo – dello sfratto esecutivo per morosità del centro di Salute Mentale di Monte di Dio a Napoli, nell’indifferenza della politica e delle istituzioni sanitarie a pochi giorni dalle elezioni comunali. La schizofrenia, la psicosi del ‘900, figlia illegittima della psichiatria kraepeliniana e della psicanalisi, agonizza sotto i colpi della lottizzazione di Big Pharma, che produrrà al computer mille molecole multiformi per i cento morbi gemmati dalle sue spoglie. Vogliamo elencarne qualcuno già nato e perfettamente operante? Schizofrenia tipo I a sintomi positivi, Schizofrenia tipo II a sintomi negativi, disturbo schizoaffettivo, disturbo schizofreniforme, disturbo psicotico non altrimenti specificato, e così via … In compenso risorge, incontrastato e pervasivo, il delirio di fine del mondo, nutrito dalla televisione, mediato dalla politica, coagulato dalla paura.</p>
<p>Su questi temi si è svolta all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici lo scorso giovedì una tavola rotonda nel corso della quale il Comitato territoriale “Monte di Dio” ha sostenuto con forza l’esigenza di vigilare sull’attuazione dell’art.32 della Costituzione che tutela la salute dei cittadini ; sui medesimi temi l’Istituto sta per pubblicare un mio volume, “Scissioni parallele”, che sarà liberamente scaricabile sul sito www.iisf.it come esempio di promozione dell’e.book quale strumento democratico di diffusione della conoscenza.</p>
<p>di Francesco Blasi, psichiatra territoriale a Monte di Dio</p>
<p>[ l’individuo e lo Stato ] a cura dell’ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI</p>
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		<title>Continuità, contesto e coinvolgimento per ridurre lo stigma</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 16:43:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
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		<category><![CDATA[comunicare]]></category>
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		<description><![CDATA[di Nico Pitrelli
Norman Sartorius, il presidente dell&#8217;Associazione per il miglioramento dei Programmi di Salute Mentale &#8211; AIMPH , sostiene che le campagne di comunicazione di breve durata contro lo stigma nei confronti di persone con disturbo mentale non sono la soluzione migliore per fronteggiare il problema.
Sartorius, in un articolo  apparso su Nature, che questa settimana dedica uno ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/continuita-contesto-e-coinvolgimento-per-ridurre-lo-stigma/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Nico Pitrelli</p>
<p>Norman Sartorius, il presidente dell&#8217;Associazione per il miglioramento dei <a href="http://aim-mental-health.org/en/activitiesoverview.html&gt;,">Programmi di Salute Mentale &#8211; AIMPH</a> , sostiene che le campagne di comunicazione di breve durata contro lo stigma nei confronti di persone con disturbo mentale non sono la soluzione migliore per fronteggiare il problema.</p>
<p>Sartorius, in un <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v468/n7321/full/468163a.html">articolo </a> apparso su Nature, che questa settimana dedica uno <a href="http://www.nature.com/news/specials/schizophrenia/index.html">speciale </a>  alla schizofrenia, sottolinea quali sono i limiti delle campagne di comunicazione che negli ultimi vent&#8217;anni hanno visto governi e organizzazioni non-governative, enti di beneficenza e altre istituzioni sparse in tutto il mondo impegnate nella battaglia per ridurre lo stigma.</p>
<p>Una prima lezione è che le inchieste campionarie estese su ampi strati della popolazione finalizzate ad indagare gli atteggiamenti pubblici nei confronti delle persone con disturbo mentale vanno usate con cautela. Se è importante capire se un datore di lavoro è disposto ad assumere qualcuno che soffre di depressione, lo è ancora di più comprendere quali sono i bisogni delle persone e dei loro familiari nei contesti specifici di vita: si scopre così che la discriminazione e un comportamento poco sensibile da parte dello staff delle strutture sanitarie è molto più dannoso degli atteggiamenti negativi e pregiudiziali del resto della popolazione.</p>
<p>La seconda lezione è che fornire informazioni, ad esempio sulle cause dei disturbi mentali, può anche aumentare lo stigma anziché ridurlo.</p>
<p>Questo dato conferma il controverso rapporto tra conoscenza, atteggiamenti e comportamenti.</p>
<p>Bisogna quindi pensare a nuove strategie perché per quanto bene siano condotte e implementate le campagne di comunicazione attuali non c&#8217;è nessuna evidenza che programmi ad hoc della durata di meno di un anno abbiano un effetto serio e duraturo sullo stigma.</p>
<p>Sartorius punta viceversa a strategie di comunicazione che entrino nelle routine lavorative dei servizi, a una programmazione basata sul contesto locale e a un coinvolgimento dei pazienti e dei loro familiari nella progettazione delle iniziative.</p>
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		<title>La psicologia non è il figliol prodigo!</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Nov 2010 18:18:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luana de Vita.
La Psicologia non è il figliol prodigo, non ha peccato. Freud non è il giovane figlio ingrato che prende la parte di eredità della Medicina che gli interessa e se ne va per il mondo a dilapidare il patrimonio di famiglia.
La Psicologia nasce con una bella fetta di eredità della famiglia di ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/la-psicologia-non-e-il-figliol-prodigo/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/public/figlio-prodigo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5537" title="figlio-prodigo" src="http://www.news-forumsalutementale.it/public/figlio-prodigo.jpg" alt="figlio-prodigo" width="150" height="150" /></a>di Luana de Vita.</p>
<p>La Psicologia non è il figliol prodigo, non ha peccato. Freud non è il giovane figlio ingrato che prende la parte di eredità della Medicina che gli interessa e se ne va per il mondo a dilapidare il patrimonio di famiglia.</p>
<p><strong>La Psicologia</strong> nasce con una bella fetta di eredità della famiglia di origine certo, ma non abbandona il padre per sperperare e sprecare, si prende quello che serve e<strong> costruisce nuove ricchezze di sapere e conoscenza</strong>. Perché le regole del padre, il linguaggio di famiglia, il modello, il metodo, il paradigma della medicina non era quello che serviva alla Psicologia per costruire “altro”. Freud non avrebbe avuto nessun bisogno di “altre parole per dirlo” se gli fossero bastate  quelle della medicina. Perché dovremo averne bisogno noi, dopo più di cento anni? Per sentirci come? Per essere cosa?</p>
<p>In più la Psicologia non è ridotta dalla fame, non è così tanto disperata da voler  tornare alla casa del padre e infatti non lo vorrebbe neanche fare, si direbbe che sia il padre  a pretenderlo. Sembra sia la medicina, il padre, a decidere che è giunto il tempo di riportare a casa il figlio scapestrato.  E sembra totalmente disinteressato al parere del figlio, molto più focalizzato a fregiarsi di competenze che non ha e che vorrebbe pretendere  solo accorpando il nome del figlio – Psicologia – a quello del padre – Medicina.</p>
<p>E infatti <strong>i colleghi psicologi iscritti all’Ordine Psicologi Lazio non sono neppure stati informati della riorganizzazione in essere</strong>, né da Università, né dall’Ordine stesso. Ovvero di quello che pensa il figlio, adulto, emancipato e legittimo, non sembra importare niente a nessuno. Mi dispiace ammetterlo  ma questo “sistema” non  sembra affatto “sano” e se il padre vuole “farci la festa” io preferirei non sedermi a quel banchetto.</p>
<p>Chiariamoci su questo punto, per evitare ridicoli richiami al ritorno alla casa madre e soprattutto inconcepibili dichiarazioni di “analfabetismo” medico, perché mai dovremo essere preoccupati di non conoscere la clinica dal punto di vista organico? Abbiamo formazione sufficiente per sapere che qualsiasi altra patologia di natura organica deve essere esclusa prima di formulare la nostra ipotesi psicodiagnostica, quindi nella normale prassi clinica se non sono già stati fatti tutti gli accertamenti utili a escludere altre patologie organiche che giustificherebbero i sintomi che il paziente ci porta, non dovremo neanche iniziare una terapia. Perché dovremo avere noi competenze che spettano a loro, o sono loro che vorrebbero forse pretendere le nostre?</p>
<p><strong>La Psicologia ha un’ottica distinta dalla psichiatria</strong>. Siamo due discipline diverse, possiamo per comodità usare lo stesso linguaggio, ma il modo in cui il medico/psichiatra parla di Disturbo di Personalità è molto diverso da come ne parliamo noi,  usiamo un paio di occhiali diversi. L’etichetta diagnostica è condivisa, non certo la matrice biologica della lettura del disturbo. Che poi la medicina di eziopatogenesi psicopatologica non ha mai detto nulla, al massimo è in grado di riconoscere e valutare le alterazioni  biochimiche del cervello e prescrivere psicofarmaci sintomatici. Vero è però che neanche quelli che gli psicofarmaci li costruiscono sanno come e perché certi farmaci funzionano.  Uno per tutti,<strong> il bugiardino del Ritalin: leggere e riflettere.</strong></p>
<p>La versione del  “bugiardino” originale non è proprio come quella in italiano, per amore di sintesi diciamo solo che nella parte che riguarda le considerazioni particolari sulla diagnosi del ADHD in inglese è chiaramente scritto che l’eziologia della sindrome è sconosciuta e non c’è un singolo test diagnostico. La diagnosi richiede risorse <strong>non solo mediche</strong> ma psicologiche, educazionali e sociali. In italiano si taglia la testa al toro con una traduzione che la dice lunga: “<em>dovranno essere presi in considerazione criteri medici, neuropsicologici, pedagogici e sociali.</em>”</p>
<p>La differenza è culturalmente marcata, in altri mondi, evidentemente, certi approcci mantengono la loro definizione, rispettano i confini, non confondono i ruoli. Potremo immaginare, allo stato attuale, che nel bugiardino di uno psicofarmaco distribuito in Italia ci sia scritto, come per altri paesi, che <strong>la diagnosi non può essere solo medica ma deve essere anche psicologica?</strong> Noi sappiamo che sono due cose diverse. Lo sappiamo vero?</p>
<p>Grazie alle evidenze che oggi  le neuroscienze consentono, la letteratura ha confermato che la psicoterapia al pari della terapia farmacologica produce modificazioni a livello neurocerebrale, dunque abbiamo efficacia dimostrata e pari dignità. Il dato clinico condiviso  internazionalmente è che la migliore terapia è quella integrata “ farmaco e psicoterapia”, proprio perché la medicina e la psicologia hanno diverse competenze, metodologie e strategie. Nell’integrazione di due competenze ha un senso la diversità, il valore aggiunto è determinato dalla propria definita e legittimata diversità.  Nessuna integrazione è possibile se una delle due parti è inferiore, si sente inferiore o è considerata inferiore, in quel caso si parla di “assimilazione”. E’ questo che vogliamo?</p>
<p>Permettetemi poi di ricordare che <strong>lo psicologo si occupa di relazione e significati</strong>, non di malattia, anche quando lavora esclusivamente in ambito clinico. Noi abbiamo modelli di riferimento diagnostici diversi dalla psichiatria, la diagnosi psichiatrica è diagnosi nosografica-categoriale, noi psicologi la condividiamo in termini di linguaggio (DSM) ma non ci serve a niente in termini di eziopatogenesi e quindi di coerente risposta terapeutica. Noi abbiamo una nostra prospettiva assolutamente diversa da quella medica. Alla medicina il fatto che l’ambiente/contesto produca una risposta X (sintomo) interessa fino a un certo punto, a noi moltissimo perché ci occupiamo di come l’esperienza del paziente viene processata all’interno di una coerenza di significati dell’individuo. E del suo mondo. Noi  infatti  ci occupiamo anche del processo inverso: del significato che quella risposta produce nell’ambiente/contesto e del significato che assume nella trama narrativa del paziente stesso. Qual è il vantaggio del sintomo?</p>
<p>Da un punto di vista epistemologico noi psicologi quando ci occupiamo di psicopatologia abbiamo alcune priorità che la medicina esclude, a meno che non opti per un intervento psicoterapeutico,  cioè non entri in un territorio comune agli psicologi:</p>
<ol>
<li><strong>la stretta reciprocità relazionale individuo/ambiente = per noi il paziente sarebbe incomprensibile senza guardarlo all’interno della sua rete relazionale e ambientale e della sua storia personale. Allo sguardo medico non  interessano i contesti del paziente in termini di “cura”, specialmente farmacologica</strong>.</li>
<li>noi diamo un peso importantissimo ad ogni minimo dettaglio della nostra relazione con il paziente</li>
<li>il valore del setting come spazio di significato della relazione (il significato dello spazio relazionale)</li>
<li>“last but not least”: <strong>noi favoriamo il “cambiamento” che è cosa lontanissima dall’idea di “cura” che ha l’approccio medico</strong>. Per noi psicologi la trasformazione delle relazioni di significato di sé e dell’altro da sé, dei comportamenti-relazionali più funzionali alla qualità e al contesto di vita del paziente è il vero obiettivo.</li>
</ol>
<p>Non dimentichiamo che il DSM avrà pure reso possibile una lettura “attendibile” della diagnosi ma non l’ha affatto resa “valida” e questo lo sanno anche i medici. Perché dovremo fingere di non saperlo noi? Perché fingiamo vero? Non è che non lo sappiamo, no?</p>
<p>Non ultimo, vorrei ricordare a tutti un simpatico dettaglio che ci aiuta a capire quanto sia importante che la psicologia si definisca e legittimi (quanto volte lo ripetiamo ai pazienti?!).  Sicuramente conoscete i prestigiosi premi che Harvard rilascia in occasione delle premiazioni dei NOBEL in Europa, ecco loro organizzano gli IG-Nobel: i premi per le ricerche che (parodiando il principio galileiano) non possono o non dovrebbero essere riprodotte. Siamo riusciti in Italia, paese notoriamente povero in termini di risorse economiche per la ricerca a vincerne uno nel 2000,  il riconoscimento per la chimica è andato a Donatella Marazziti, Alessandra Rossi  del gruppo di Giovanni  Cassano dell’Università di Pisa. Con il collega Hagop S. Akiskal dell’Università della California hanno scoperto che, dal punto di vista biochimico, l’innamoramento è identico ai disordini compulsivo-ossessivi.</p>
<p>Interessante vero?  Ma  da un punto di vista psicologico a noi che importa? E a loro, da un punto di vista medico? Tanto ancora non sanno né come né perché gli uni e gli altri, ossessivi-compulsivi o innamorati, dal punto di vista biochimico abbiano le stesse reazioni . Non sanno né come succede né perché. Lo hanno solo misurato e al massimo possono generosamente prescrivere farmaci agli uni e agli altri, posto che gli innamorati vogliano smettere di esserlo.  Ovvero “spegnere il sintomo” cioè la reazione biochimica, quel sintomo che però, per noi, è prezioso portatore di significato. Non ci saremo dimenticati di quanto è importante dal punto di vista psicologico cogliere il significato del sintomo?</p>
<p>Per la Psicologia è importantissimo,  anzi di più, il sintomo è quello che ci consente di comprendere, capire  quella persona, la sua storia individuale, il suo mondo relazionale, il modo in cui descrive la sua esperienza, il suo  malessere, come nella sua trama narrativa quel sintomo è spiegato, negato, rifiutato. A cosa mi serve spegnerlo con un farmaco?  Attenzione non sto contestando né la medicina né i farmaci, che sono preziosi e sono stati la “magia” grazie alla quale abbiamo potuto cancellare le istituzioni manicomiali.  Ma per uno psicologo il sintomo è anche la chiave, è il filo conduttore, l’indicazione più esplicita per il progetto terapeutico, perché dovremo accettare l’ottica medica che vede nel sintomo solo qualcosa da “curare” cioè eliminare?</p>
<p>E perché dovremo diventare più “hard” noi psicologi con questa ottica? Più “hard” in cosa?</p>
<p>La psicologia utilizza altri occhiali, altre prospettive, altre letture eziologiche dei disturbi, certo  condividiamo  il linguaggio della medicina nella psicopatologia ma non abbiamo nessuna necessità di “consegnare” il disagio psichico al modello biologico-medico.  Ne abbiamo tanti di modelli noi in psicologia, abbiamo davvero bisogno di quello medico per sentirci più competenti?</p>
<p><strong>Sicuri di comprendere appieno di cosa stiamo parlando?</strong></p>
<p>E la psicologia dello sport, dell’invecchiamento, delle organizzazioni, dell’emergenza, del lavoro, ma che “c’azzecca” con i medici? Davvero io non posso credere che soffriamo tutti di sindrome del brutto anatroccolo e che temiamo di non avere competenze di ben altro tipo e assolutamente legittime e distinte da quelle mediche.</p>
<p>Non credo che definirsi e legittimarsi debba corrispondere ad un conflitto che ci veda  per forza “contro” qualcuno o qualcosa, sicuramente però dobbiamo immaginare un conflitto, anche forte, determinato, per muovere “verso”, per portare le nostre competenze dove invece stanno entrando strane figure di ogni tipo: counselor, coach, personal trainer, maghi, ciarlatani, estetiste, psicosofi e chi più ne ha più ne metta.</p>
<p>Io non vorrei diventare “medico”, vorrei restare nel mio territorio, un territorio che è anche “fuori” dalle cliniche, fuori dagli ospedali, fuori dagli ambulatori, vorrei occuparmi di quello che è il mio territorio e collaborare con i territori limitrofi: medicina, neurologia, pediatria, psichiatria, sport, lavoro, pubblica amministrazione, scuola, famiglia, città, economia, sviluppo, turismo, disabilità, comunicazione, economia.</p>
<p><strong>Vorrei essere “psicologo” ed essere riconosciuto, come avviene nel resto del mondo.</strong></p>
<p>Infine, un dettaglio. Il nostro Ateneo a Roma, Sapienza, avrebbe potuto avere 12 facoltà, ne ha tirate fuori dal cilindro solo 11. Domanda: perché non accorpare Psicologia 1 e 2 totalizzare 12 facoltà come era possibile? Che problemi avevano a Medicina? Dovevano accorpare per forza Medicina 2 con qualcuno? Non potevano sopravvivere due facoltà di medicina? Non potevano accorparle e farne una sola?  Come mai l’ateneo romano ha dovuto fare tutto così di corsa, visto che il decreto Gelmini, il famoso DdL n.1905/2009, sarà discusso e votato  rispettivamente il18 novembre 2010 e il 25  novembre 2010 mentre la riforma alla Sapienza è in vigore dal 1 novembre 2010.</p>
<p>Mi auguro che i colleghi dell’Ordine Nazionale e degli Ordini Regionali prendano una posizione sulla questione. Non solo quella Universitaria,  proprio su quella del futuro del nostro paese in tema di salute mentale.  Perché perdere il nostro status di disciplina autonoma?  Dobbiamo davvero consegnarci a medicina? Possiamo davvero accettare che un medico-odontoiatra possa qualificarsi e operare come “psicologo di base”?</p>
<p>Siamo davvero così incapaci di definirci? Non possiamo davvero trovare “le nostre parole per dirlo” e “i nostri spazi per farlo”?</p>
<p>Luana de Vita, Psicologa e Psicoterapeuta</p>
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		<title>E&#8217; colpa di Basaglia</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Sep 2010 06:57:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Andrea Dell&#8217;Acqua
Se sono nato a Trieste è anche per colpa di Franco Basaglia. L&#8217;esperienza che prendeva corpo agli inizi degli anni settanta in quella città aveva attratto mio padre. In quel periodo molti giovani psichiatri, o comunque operatori della salute mentale, avevano visto nella pratica di Basaglia la possibilità di stravolgere un sistema, quello ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/e-colpa-di-basaglia/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Dell&#8217;Acqua</p>
<p>Se sono nato a Trieste è anche per colpa di Franco Basaglia. L&#8217;esperienza che prendeva corpo agli inizi degli anni settanta in quella città aveva attratto mio padre. In quel periodo molti giovani psichiatri, o comunque operatori della salute mentale, avevano visto nella pratica di Basaglia la possibilità di stravolgere un sistema, quello asilare-manicomiale, che cominciava ad apparire oppressivo, illiberale, vergognoso nel confermare e legittimare i meccanismi di esclusione dei soggetti anche se malati di mente; dal vivere comune. Molto spesso, in particolare ora, mi chiedo anche a cosa sia dovuta la mia scelta di diventare psichiatra. La &#8220;colpa&#8221; è ancora una volta, probabilmente, di Basaglia. Quando è morto io avevo appena otto anni.</p>
<p>Ho vissuto i primi anni della mia vita in continuo contatto con la realtà dell&#8217;ospedale psichiatrico di Trieste, dove in quel periodo si lavorava intensamente pensando alla sua chiusura, e con i luoghi dell&#8217;assistenza alle persone affette da malattia mentale. La mia infanzia era già stata &#8220;contagiata&#8221; dal contatto con loro.</p>
<p>Mio malgrado non potevo che riconoscere in loro persone, compagni di gioco, talvolta anche rivali nel contendermi l&#8217;affetto di mio padre. Sempre e comunque si trattava di persone ed imparavo a viverle come tali.</p>
<p>Ripensando ora quegli anni non è possibile non rivedere attraverso il filtro e gli occhi di me bambino quegli eventi e le problematiche che portavano con loro e che ora diversamente riesco a comprendere.</p>
<p>Più volte Franco Basaglia ha dovuto accettare un confronto difficile e ostinato con la città di Trieste mettendo in atto la deistituzionalizzazione. Il concetto,il pregiudizio della pericolosità che da sempre, accompagna le persone affette da malattie mentali è stato uno degli ostacoli più ardui da superare. Partendo dall’emozione finale, la paura per la presenza di “folli” in giro, emerge automaticamente il significato di contenzione,di sequestro dell’ospedale che fino a quel momento li aveva tenuti, quantomeno, lontani dalla vista.</p>
<p>È inevitabile per me il riaffiorare di ricordi, purtroppo spesso sfumati, che testimoniano l’impegno preso a dimostrare quanto non fosse necessario uno spazio separato, esclusivo per i “folli”. Inevitabile ricordare le feste estive nell’enorme e stupendo parco dell’ospedale psichiatrico di San Giovanni. I falò di San Giovanni, appunto, restituivano alla città un’area con tutta la sua problematicità, alludendo alla necessità di farsi carico del parco con i suoi abitanti entrambi segnati dal pregiudizio della “follia”. Il parco, costruito su una collina baciata dal sole secondo i dettami e le utopie positiviste della fine del secolo scorso, accoglieva finalmente la città dimostrando la sua bellezza, mostrando i suoi inquilini, invitando alla partecipazione. Non uno spazio impenetrabile a causa dei cancelli, che non c’erano più, non un luogo da evitare perché abitato da “pericolosi matti” che invece finalmente potevano abbandonare la divisa e svestirsi da quell’etichetta e mostrarsi accoglienti ed incuriositi piuttosto che violenti ed incapaci di comprendere. Il parco dell’ex OPP diventava uno spazio della città permettendo così che fosse riconosciuto il diritto di cittadinanza a chi, abitando nel manicomio, non ne veniva ritenuto degno.</p>
<p>Ancora adesso il problema della pericolosità attribuita alle persone affette da malattie mentali non è superato. L’essere “pericoloso per sé e per gli altri” è ancora un attributo immediato per chi manifesta una sofferenza psichica di qualunque tipo. Familiari, amici, colleghi sono abitualmente preoccupati prima di tutto dalle possibili conseguenze sociali del disagio e, se pure non si può dare loro la colpa di questo modo di pensare, appare necessario mettere a disposizione di tutti i mezzi,le conoscenze,le informazioni per comprendere quanto diversa sia la situazione. Vanno purtroppo considerati i limiti che una società basata sull’informazione dimostra nel raccontare dei sofferenti psichici.</p>
<p>Basaglia, consapevole della forza della comunicazione, ha speso con intelligenza le sue energie anche per smascherare le mostruosità costruite dall’intenzionale inerzia dei media. Ancora oggi, purtroppo, i “matti” appaiono abitualmente solo nel momento in cui compiono reati, meglio se gravi, per poi scomparire nuovamente nell’oblio. Ancora oggi si continua a ricercare “caratteri” e “segni” particolari del reo che, ancorché non sia un “paziente”, è forse semplicemente sfuggito alla catalogazione ed ha agito, quindi, da “folle”. Il lavoro di allora, intorno al tema della pericolosità ed al rapporto della psichiatria con la giustizia, non solo ha portato alla chiusura degli ospedali psichiatrici nel nostro paese ma rende oggi evidente l’anacronismo degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, che continuano ad alimentare l’immaginario del malato mentale pericoloso, incomprensibile ed inguaribile, impedendo di fatto l’accesso, anche per i “folli rei” a percorsi di giustizia nella normalità.</p>
<p>Prima ancora di accogliere la città nel parco dell&#8217;ospedale psichiatrico, ma il ricordo qui è più vago e si confonde con racconti e fotografie, era stato necessario dimostrare la cittadinanza degli ospiti di San Giovanni. Se non era accettabile pensare che gli abitanti di Trieste non riconoscessero dignità di cittadini agli ospiti del manicomio, il mezzo per stravolgere tale convinzione era dimostrare la contraddizione che le mura dell&#8217;ospedale malcelavano, ormai.</p>
<p>Diceva Franco Basaglia &#8220;È davvero un dramma dimettere una persona che stava in manicomio. Questa persona ha passato anni e anni di internamento e ora dovrà affrontare quella realtà che l’ha rifiutata e spinta in manicomio&#8221; e ancora &#8220;è come nella divisione dell&#8217;atomo, si scatenano reazioni, contraddizioni a catena&#8221;. Nella pratica di Basaglia non sono ammesse incoerenze, se contraddizione c&#8217;è va smascherata, spiegata, superata.</p>
<p>I vaghi ricordi che ho la fortuna di portare con me, in questo caso si riferiscono ad eventi che avevano luogo, volutamente, al di fuori dell&#8217;ospedale. Prima di invitare i triestini nel parco, in più di un&#8217;occasione li si era andati a trovare nella città, per le strade. Giuliano Scabia, regista teatrale e scrittore, aveva preparato &#8220;il cantastorie&#8221;. Come nella tradizione popolare in questo modo si raccontavano gli avvenimenti, così, con un enorme telo disegnato, si cantava di quello che accadeva dentro e fuori il manicomio. Si cantava di una città impaurita, ma lo si faceva sotto le finestre di incuriositi cittadini, costretti dall’evidenza ad ammettere la cittadinanza delle persone che da San Giovanni li avevano raggiunti nel loro rione. Un clima festoso, perché festa era la fine dell&#8217;oppressione manicomiale, perché festa era il ritorno alla realtà della vita comune. In anni precedenti era stato il momento di “Marco Cavallo”, il cavallo azzurro. Questa fu, a Trieste, la prima, storica esperienza di contatto con la città. Marco cavallo era di cartapesta, la sua pancia veniva riempita con i desideri degli ospiti di San Giovanni ed in corteo girava le strade. Uscendo dal manicomio novello “cavallo di Troia”,superava i muri,le difese e trasportava nella città tutti i matti e i loro concreti ed inesaudibili desideri .</p>
<p>La realtà del diritto di cittadinanza è diverso ora, nella pratica di chi affronta da operatore i problemi delle persone affette da disturbo mentale. Per la maggior parte dei colleghi più giovani il manicomio non è neppure un ricordo. Pochissimi hanno visto le strutture che detenevano le persone cui oggi possono offrire assistenza, qualcuno ha letto del manicomio, qualcuno ha visto foto o filmati, io stesso ho il ricordo di un manicomio dalle porte aperte. Probabilmente è una fortuna. Il racconto di chi ha visto e vissuto la realtà vergognosamente coerente dell&#8217;ospedale psichiatrico è sempre angosciato ed angosciante. Ricorda spesso, nei toni e nei contenuti, le descrizioni dei lager nazisti, non troppo differenti nella pratica basandosi sullo stesso principio di sottrazione di diritti e di dignità. Il mio ricordo dell&#8217;ospedale è sfumato, frammentato. Mi appare difficile, ora, ridisegnare cosa era San Giovanni avendone chiara la sua struttura e funzioni attuali. I padiglioni, pur rimanendo sostanzialmente uguali all&#8217;esterno, sono ora profondamente mutati ed ospitano divisioni dell&#8217;Università, scuole, servizi dell&#8217;azienda sanitaria. Pochissimi sono gli ex degenti dell&#8217;ospedale psichiatrico, ospitati in case famiglia create in alcuni edifici. Nel mio ricordo erano tanti di più. Durante le interminabili riunioni cui partecipava mio padre io giravo per il parco dell&#8217;ospedale, splendido nell&#8217;offerta di spazi e di natura. Da solo o con amici e vedevo e conoscevo. Ho, peraltro, frequentato l&#8217;asilo che fu subito creato all&#8217;interno del parco per i figli di operatori ed assistiti (si poteva allora cominciare a chiamarli così), i miei ricordi sono popolati dalle persone che frequentavano il parco. Credo che uno dei ricordi più vivi sia legato a Brunetta, una giovane ragazza, non era l&#8217;unica dell&#8217;ospedale ad aver subito una lobotomia, ma veniva spesso al cancello dell&#8217;asilo per offrirci caramelle. Per anni l&#8217;ho incontrata nel parco dell&#8217;ospedale, incapace ormai di far comprendere le sue parole camminava sempre sulle punte e, più di tutto, ricordo il dondolio del suo busto non appena si sedeva. Erano tutti effetti dell&#8217;intervento chirurgico che aveva subito. Anche la sua morte è stata conseguenza di quell&#8217;operazione.</p>
<p>Se pure la &#8220;dimissione&#8221; è un momento difficile della mia pratica clinica, e non mancano &#8220;reazioni a catena&#8221;, essa riguarda ora una persona ricoverata per un periodo assolutamente circoscritto di tempo. &#8220;Quando una persona vive in ospedale, si creano cambiamenti incredibili in famiglia. La famiglia si organizza in altro modo, indipendentemente dalla persona internata&#8221;. Per la generazione di operatori cui io appartengo, nella quasi totalità dei casi, questo problema non si manifesta più con quelle caratteristiche, pur presentandosi ancora drammaticamente l’esclusione, la deriva sociale, l’abbandono. È oggi naturale, ed è infatti nostro compito spiegare e dimostrare quanto la persona sofferente abbia necessità di confrontarsi e di trovare spazio nella sua famiglia, sul suo posto di lavoro, nel suo quartiere. Quanto rivoluzionario è oggi pensare che non esista un luogo della cura se non il luogo ove la persona vive. La presa in carico è, ora, un gesto direttamente conseguente alla pratica di quegli anni, confermato da una legge che da quel periodo è scaturita. Il lavoro critico svolto da Basaglia nei confronti della psichiatria permette oggi di affrontare problemi e di guardare alle persone in una luce ed in una dimensione sconosciuta alla psichiatria stessa soltanto trent’anni fa. Rifiutando il ricorso alla contenzione, alla separazione ed alla cancellazione dei soggetti è possibile oggi intravedere percorsi concreti di cura, di riabilitazione e di emancipazione nel &#8220;mondo reale&#8221;.</p>
<p>L&#8217;attuale pratica psichiatrica, anche se questa definizione credo piacerebbe poco a Basaglia, agisce nel solco che in quegli anni ha segnato lui stesso. La presa in carico, il rispetto che dobbiamo ai malati, la difesa che talvolta dobbiamo agire nei confronti di una società che esclude o di una famiglia che stenta a comprendere hanno avuto inizio allora, a partire dalla ricerca ossessiva di Franco Basaglia di confronto con “il mondo reale”. La legge 180, che delle pratiche sperimentate in quegli anni è il diretto risultato, obbliga a seguire altre strade, altri percorsi che, pure se impervi, dobbiamo perlustrare. Molte volte mi sono trovato a parlare con colleghi, perlopiù giovani, che poco sanno dell&#8217;origine delle loro attuali pratiche, di quello che, sperimentato da Basaglia e dalla sua equipe a Trieste negli anni settanta, permette ora di agire, di curare al di fuori dell&#8217;ospedale psichiatrico e delle separazioni.</p>
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		<title>Intervista a Basaglia, a Roma, dopo la legge</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Sep 2010 15:33:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Basaglia]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa intervista, di cui non conosciamo gli autori e pubblicandola speriamo di venirne a conoscenza, può essere collocata tra fine ’79 e primi mesi ’80, poco prima della malattia e al principio di quella che avrebbe dovuto essere il banco di prova romano per l’estensione e lo sviluppo della riforma psichiatrica. E&#8217;, quasi certamente, l&#8217;ultima ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/intervista-a-basaglia-a-roma-dopo-la-legge/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa intervista, di cui non conosciamo gli autori e pubblicandola speriamo di venirne a conoscenza, può essere collocata tra fine ’79 e primi mesi ’80, poco prima della malattia e al principio di quella che avrebbe dovuto essere il banco di prova romano per l’estensione e lo sviluppo della riforma psichiatrica. E&#8217;, quasi certamente, l&#8217;ultima intervista di Franco Basaglia.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/NNoK3_45UqU?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/NNoK3_45UqU?fs=1&amp;hl=it_IT" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object><br />
 </p>
<p>LA TRASCRIZIONE:</p>
<p>DOMANDA: Incontriamo il prof. Basaglia, da tutti conosciuto come colui il quale ha aperto i manicomi.</p>
<p>BASAGLIA: Questa è ormai una stereotipia, un discorso che campa da troppi anni. Direi che oggi con la legge e la normativa giuridica rispetto al problema della riforma sanitaria, e in particolare della psichiatria, io sono una persona rientrata in un ruolo sanitario, un ruolo medico, e, per creare un’immagine mia, io sono una specie di sceriffo. Come in tutti i film western lo sceriffo entra per portare la legge e in mezzo c’è un terreno molto difficile in cui è molto difficile far rispettare questa legge. Il film finisce sempre che se anche lo sceriffo deve sparare, riesce ad applicare la legge.</p>
<p>DOMANDA: Lei da circa un mese dirige e coordina l’attività psichiatrica del Lazio con 6 manicomi, 18 cliniche e circa 6000 degenti. Quali sono le sue prime impressioni di questo arrivo a Roma, una città disgregata e difficile, in un regione come questa che ha caratteristiche molto diverse.</p>
<p>BASAGLIA: Mi pare che Roma sia l’espressione di una situazione piuttosto nazionale, di un paese che sta trasformando le proprie strutture. Mettere le mani sulla città non significa normalizzarla, bensì dare la possibilità alla città di vivere in un’altra maniera, di trovare la sua vera pace. La legge della riforma sanitaria è uno degli elementi che aiuta Roma ad essere una città con un suo bagaglio culturale, pratico ecc.</p>
<p>DOMANDA: Le sue difficoltà concrete quali sono state al suo arrivo?</p>
<p>BASAGLIA: Quali sono più che quali sono state? La difficoltà concreta è trovare il bandolo della matassa, il filo d’Arianna, da dove muoversi per poter rispondere veramente ai bisogni della gente. Lei sa che a proposito della psichiatria si dice chiudere i manicomi, chiudere i luoghi sanitari, buoni o cattivi non importa, perché si è visto che questi luoghi non curavano ma determinavano una situazione negativa sulla salute della persona che stava male. Per chiudere gli ospedali bisogna creare una situazione alternativa per la persona che sta male. La legge ha creduto di vedere nel territorio, nella prevenzione la maniera di rispondere veramente ai problemi dei cittadini. Contemporaneamente il grosso lavoro è la deospedalizzazione dal manicomio, ovvero questa gente dove va?</p>
<p>DOMANDA: Ecco, e dove va a finire questa gente?</p>
<p>BASAGLIA: Quando mi chiede dove va a finire questa gente io le rispondo da nessuna parte, perché la collocazione della gente deve essere proporzionale alla coscienza che noi possiamo avere di cosa è un malato e di cosa possiamo fare tutti noi per una persona che è malata, di cosa possiamo fare per noi. Direi quindi che noi dobbiamo crearci una coscienza diversa…</p>
<p>DOMANDA: Lei crede che questa nuova legge sui manicomi sia entrata nella coscienza della gente? Dalle esperienze pilota d’avanguardia di Trieste e prima ancora Gorizia a Roma… ha sentito la difficoltà di creare attorno a questa legge un movimento, una mobilitazione di operatori, di paramedici…</p>
<p>BASAGLIA: Sì. Direi che, per come intende lei entrato nella coscienza della gente così come lo ha fatto la medicina tradizionale, no, da questo punto di vista non è entrato sicuramente, però io mi meraviglio anche molto. In questi giorni sto girando per Roma e la regione, e ogni volta che vado in un posto c’è un dibattito, in Comune, in Provincia o per la strada o proprio sul territorio, in tutti questi posti si dibatte sulla legge. Ciò che mi meraviglia è che sono presenti politici, tecnici, medici e cittadini. La cosa che mi meraviglia è vedere che nessuno prende in considerazione il problema che la legge sia da cambiare, non perché ci sia la gente di una sola parte, perché c’è gente dappertutto, ma la gente discute di come chiudere i manicomi. Il problema è che questa situazione di normativa è entrata nella coscienza della gente perché si pone il problema, perché anche la riforma sanitaria è qualcosa che aiuta ad aumentare la democrazia nel territorio.</p>
<p>DOMANDA: Però è un progetto, è una cosa tutta da realizzare, e oggi…</p>
<p>BASAGLIA: è e sarà sempre un progetto, non avrà mai un fine, è qualcosa che muta e mutando continua a creare delle contraddizioni.</p>
<p><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/public/Basaglia-a-Roma-dopo-la-Legge1.pdf">Basaglia a Roma, dopo la Legge</a></p>
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