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	<title>forumsalutementale.it &#187; Punti di vista</title>
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		<title>Psicosi collettive contemporanee</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 14:03:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Noi parliamo molto di salute mentale, di diritti dei malati, di autodeterminazione, emancipazione, rapporti operatori-utenti, in altre parole si parla di psichiatria.
Noi siamo pronti a metterci in discussione, ad ammettere che alla fine dei conti “da vicino nessuno è normale”.
Ma forse stiamo guardando con la lente d&#8217;ingrandimento un piccolissimo aspetto del tutto.
Nel 2005, un tifoso ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/psicosi-collettive-contemporanee/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Noi parliamo molto di salute mentale, di diritti dei malati, di autodeterminazione, emancipazione, rapporti operatori-utenti, in altre parole si parla di psichiatria.</p>
<p>Noi siamo pronti a metterci in discussione, ad ammettere che alla fine dei conti “da vicino nessuno è normale”.</p>
<p>Ma forse stiamo guardando con la lente d&#8217;ingrandimento un piccolissimo aspetto del tutto.</p>
<p>Nel 2005, un tifoso del Liverpool si tolse la vita nell&#8217;intervallo della partita dopo che la sua squadra del cuore era sotto di tre gol. Ironia della sorte volle che il Liverpool alla fine vinse quella partita e divenne campione d&#8217;Europa.</p>
<p>L&#8217;assurdo si è ripetuto in questi giorni:<span id="more-4565"></span> due tifosi del Brasile residenti ad Haiti si sono tolti la vita gettandosi sotto un auto in corsa dopo l&#8217;eliminazione della nazionale verdeoro. Un tifoso è morto d&#8217;infarto in seguito allo stesso evento, un altro è stato accoltellato ed ha perso la vita in seguito a dei tafferugli.</p>
<p>Una partita di calcio: quattro morti.</p>
<p>E queste persone non erano seguite dai servizi psichiatrici&#8230;</p>
<p>Questo è solo un piccolo esempio, un assaggio di come, e in che modo, la società moderna non sia in grado di stimolare le persone alla salute mentale che, guarda caso, è strettamente correlata con la salute e l&#8217;incolumità fisica.</p>
<p>Questo è solo un piccolo assaggio della crisi di identità e di valori verso cui ci stiamo dirigendo.</p>
<p>Quando ci vediamo costretti ad identificarci in un gruppo, in una squadra di calcio, in un partito politico, in una nazione o in un&#8217;ideologia, significa che stiamo perdendo il contatto con noi stessi, con la nostra natura, con la nostra essenza. Significa che non siamo consapevoli e l&#8217;inconsapevolezza ci porta a vivere una vita poco serena, infelice, irrealizzata.</p>
<p>L&#8217;inconsapevolezza ci spinge lontano, a largo da noi stessi, laddove dimora la follia.</p>
<p>di fede_shoe</p>
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		<title>Mamme e figli</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 16:32:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>

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		<description><![CDATA[Possiamo osservare ultimamente l’oscura tendenza ai suicidi delle mamme con i propri bambini; dico oscura perché è chiaro quanto evidente che quando una mamma decide di porre fine alla propria esistenza portando con sé i propri figli vi è una rinuncia totale alla conservazione della specie che va contro l’istinto alla sopravvivenza ed ogni principio ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/mamme-e-figli/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Possiamo osservare ultimamente l’oscura tendenza ai suicidi delle mamme con i propri bambini; dico oscura perché è chiaro quanto evidente che quando una mamma decide di porre fine alla propria esistenza portando con sé i propri figli vi è una rinuncia totale alla conservazione della specie che va contro l’istinto alla sopravvivenza ed ogni principio umano di diritto alla vita. Sì, perché qui non si tratta soltanto di decidere della propria sorte ma di quella di esseri umani inermi ed innocenti, perlopiù dipendenti da noi in qualità di genitori e chi non ha provato la maternità o paternità può solamente intuire che cosa questo possa profondamente significare. I figli non a torto si considerano il bene più grande e in effetti la tenerezza e il richiamo viscerale di appartenenza fanno della prole il tesoro più ambito per realizzare pienamente la vita di ogni essere umano. Perfino negli animali è ben evidenziato questo importante valore istintuale che però nella razza umana dovrebbe essere accompagnato dalla capacità raziocinante e di discernimento dei genitori. E’ proprio qui il problema: per una mamma arrivare a rinunciare alla vita è già segno di una devastante frattura interiore che origina il desiderio di autodistruzione ma quando questo malsano intendimento coinvolge anche l’esistenza dei propri figli significa che è intervenuta nella capacità d’analisi della psiche una considerazione talmente negativa della vita, da scegliere, in un gesto estremo, di spegnerla in maniera cruenta per sé e per gli altri da sé; Perché questo è il punto: noi tutti ci pregiamo di possedere una capacità di autocontrollo e di gestione delle proprie emozioni strettamente legata all’intelletto ma quando il cuore e il relativo sentimento vengono segnati profondamente in modo negativo ecco intervenire l’istinto alla conservazione della specie che tramite il ragionamento e lo sfogo compensativo a livello emozionale fa sì che il dolore autodistruttivo “rientri” nei limiti della possibile sopportazione. Quando questo mec canismo viene a mancare, la su citata compensazione è assente e la mente genera un’ossessione deviante che ha come ultimo scopo la cessazione della vita e cioè del dolore e della situazione problematica. Ma se anche per assurdo ciò fosse valido per noi stessi in qualità di individui adulti e liberi di scegliere cosa ne è del rispetto per non dire amore, dell’altro da sé. I figli non ci appartengono: essi sono e resteranno per la vita, esseri autonomi dotati di una loro esclusiva identità che può solo per alcuni aspetti ricordare la nostra, ma che nella somiglianza di caratteri dovuti alla genetica non deve indurre nessun genitore, sia madre o padre, a considerare questo valore identificativo come un diritto a scegliere per conto loro, ma solo come un’ assunzione di responsabilità dovuta al legame di sangue o di appartenenza. Questo senso di responsabilità dovrebbe indurre una madre, che è per natura depositaria della preservazione della specie, ma che in noi esseri umani è anche scrigno dei sentimenti più elevati e puri riguardo alle caratteristiche precipue della maternità, a non far prevalere l’istinto sia all’autodistruzione sia all’ assassinio dei propri figli nel tentativo disperato di volerli allontanare da un dolore avvertito, ma non necessariamente da loro condiviso. L’altruismo, il rispetto per l’altro da sé fa capire anche nei momenti più bui che non abbiamo diritto sui nostri figli se non quello positivo e produttivo di dar loro la possibilità di crescita e di acquisizione che a noi stessi sono state negate. Se si riuscisse a capire ciò si potrebbe anche esorcizzare il male che abbiamo dentro proprio tramite la vita dei nostri cari bambini: diamoci una possibilità e diamola anche a loro, un futuro senz’altro migliore ricompenserà i nostri sforzi.</p>
<p>Maddy</p>
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		<title>Neo mamme e depressione: «Il problema resta l&#8217;assistenza, una visita non basta»</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 15:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>
		<category><![CDATA[dalla stampa]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luana De Vita
ROMA (14 giugno) &#8211; Due convegni sulla salute mentale a Roma in una settimana, uno il 9 giugno, per sostenere il disegno di legge dell’onorevole Ciccioli di riforma della legge 180 cui ha partecipato anche il ministro Fazio intitolato “Andare oltre la 180” e un altro, il giorno dopo, per parlare di ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/neo-mamme-e-depressione-%c2%abil-problema-resta-lassistenza-una-visita-non-basta%c2%bb/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luana De Vita</p>
<p>ROMA (14 giugno) &#8211; Due convegni sulla salute mentale a Roma in una settimana, uno il 9 giugno, per sostenere il disegno di legge dell’onorevole Ciccioli di riforma della legge 180 cui ha partecipato anche il ministro Fazio intitolato “Andare oltre la 180” e un altro, il giorno dopo, per parlare di “Cosa non serve alla Salute mentale in Italia. Un’occasione per discutere e affrontare la questione partendo dal presupposto che la Legge 180 non è e non è mai stata “il problema” e presentare la riedizione del libro “Fuori come va?” di Peppe dell’Acqua, direttore del Dipartimento di salute Mentale di Trieste. Non è più una questione di 180, la legge Basaglia è storia non attualità. Attuale invece è parlare di promozione del benessere, di risorse economiche, di organizzazione di servizi, di qualità degli interventi di informazione, promozione, prevenzione, assistenza e cura. Molto attuale sarebbe parlare di percorsi di sostegno, di riqualificazione, di riabilitazione che consentissero di riappropriarsi della qualità della propria vita, quella dei malati e quella dei familiari dei malati che vengono coinvolti, di progetti terapeutici che includano opportunità concrete di abitare, lavorare, vivere nel contratto sociale. Sembrano concetti astratti, parole prive di senso eppure basta osservare da un altro punto di vista eventi recentissimi per capire di cosa stiamo parlando.</p>
<p>Una mamma, in provincia di Rieti getta dalla finestra la sua bimba di pochi mesi, depressione post-partum . La notizia viene diffusa da diversi organi di stampa che riportano però un errore grossolano sin dalle prime righe: «La signora Daniela Altamura era in cura da uno psicologo che le aveva prescritto una terapia farmacologica». Gli psicologi non possono prescrivere farmaci, non sono medici, quindi quanto riportato è una macroscopica corbelleria o un autentico reato ai danni della signora, ma nessuno lo segnala. Resta il fatto che in Italia si può affermare una simile sciocchezza senza che alcuno si accorga di quanto sia insensata al punto da riportarla in cronaca. Cose da pazzi, ma non solo.</p>
<p>Nei giorni successivi si levano voci autorevoli a segnalare che in Italia c’è un’emergenza, quella delle neo-mamme in depressione, e una possibile soluzione quella del Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) extraospedaliero, ovvero a domicilio. La proposta è indirizzata al ministro della Salute da Giorgio Vittori, presidente della Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia), e Antonio Picano, presidente dell’associazione Strade Onlus, medico, psichiatra e responsabile del progetto “Rebecca” per la prevenzione e il trattamento della depressione in gravidanza e nel puerperio. Cos’è il TSO? E’ un istituto giuridico – previsto proprio dalla legge 180- che prevede l’intervento terapeutico obbligatorio, ossia contro la volontà del paziente, anche in condizioni di non ricovero, ovvero a domicilio.</p>
<p>Daniela Altamura rifiutava le cure? No, anzi. Era effettivamente in cura psicofarmacologica e lo conferma proprio Antonio Picano, perché la signora si era rivolta anche al progetto Rebecca del San Camillo di Roma e proprio Picano l’aveva incontrata: «La signora si era rivolta al nostro servizio su suggerimento di un’amica, era stata seguita da un neurologo privatamente. Aveva già avuto la sua diagnosi, la sua prescrizione farmacologica, aveva bisogno di un riferimento di assistenza pubblica ma nella sua zona di residenza non certo a 70 km di distanza. Ho personalmente contattato il Centro di Salute Mentale di Passo Corese, non ho potuto parlare con un medico ma ho spiegato ad un’infermiera la necessità della paziente. Ho dato massima disponibilità alla signora lasciandole perfino i miei recapiti personali».</p>
<p>Ma allora perché parlare della necessità di trattamenti obbligatori domiciliari? «Lanciare l’idea del Tso è servito a suscitare un’attenzione specifica al problema, che è un problema serio di organizzazione dell’assistenza &#8211; spiega Picano – Ci deve essere una procedura, che sia uguale per tutte le donne che hanno un problema psichiatrico di questo tipo, un trattamento che sia obbligatorio, dove l’obbligatorietà si intenda soprattutto per il servizio di salute mentale: assistenza domiciliare, non solo per una visita medica, perché sono necessarie attenzioni particolari per la paziente che ha una condizione a rischio».</p>
<p>Daniela Altamura ha dovuto aspettare 15 giorni per il primo appuntamento, il giorno della tragedia avrebbe dovuto incontrarsi con una psicologa dei servizi. Il direttore del Dipartimento di Salute Mentale (DSM) di Rieti, Roberto Roberti, spiega che i tempi di attesa sono nella norma e in linea con quelle che sono le risorse del DSM: «una paziente inviata da uno psichiatra e in trattamento farmacologico che ha richiesto un supporto psicoterapeutico, psicologico. Una donna che ha cercato aiuto, che si è rivolta a psicologo, neurologo privatamente, poi ha cercato un centro specifico per la sua patologia, quindi è arrivata ai servizi territoriali. Troppo tardi, purtroppo, ma non si può proprio dire che non volesse curarsi, che non riconoscesse di stare male o che non cercasse una soluzione per stare meglio». Alla fine però Carlotta è volata giù da una finestra ed è morta, sua madre è stata arrestata per figlicidio. Sei mesi passati a parlare con i medici, ad assumere psicofarmaci, a cercare un aiuto. Ma in molte realtà italiane questa è la norma. Persone che girano, cercano, rimbalzano tra servizi privati e pubblici, e con loro figli, genitori, parenti. Cose da pazzi, ma non solo.</p>
<p>Il sottile filo che divide il grande dibattito sulla salute mentale è tutto qui: le cose non funzionano, ma non sono certo i pazienti il problema, il problema è chi se ne occupa, anzi come se ne occupano e se davvero se ne occupano. Le soluzioni? Si direbbe che la psichiatria si stia spostando su un nuovo versante teorico, quello “difensivo”, al centro non c’è il paziente, c’è il mondo intorno al paziente che deve essere improvvisamente difeso, tutelato, stimolato a reagire ed agire: rinchiudiamo, obblighiamo, prolunghiamo, insomma smantelliamo la 180. E tuteliamo chi? Familiari, servizi, medici. E le persone che soffrono di disagio psichico? Smettono di essere persone e non interessano più se non come “oggetto” da controllare in un’ottica difensiva.</p>
<p>Lo ha spiegato bene anche il ministro Fazio che ha abbandonato, contestatissimo, il convegno cui aveva aderito. Se la proposta dell’onorevole Ciccioli insiste su prolungamenti di Trattamenti sanitari Obbligatori per tutti e riforma della legge 180 la prospettiva del ministro della Salute è un’altra: “Riteniamo che la attuale situazione non funzioni, dobbiamo lavorare tutti insieme, compreso chi vede in questo momento nel Tso prolungato e quindi nello smantellamento della legge 180 che ci invidia tutto il mondo, una soluzione. Non è questa l’unica soluzione – ha concluso Fazio – una soluzione bisogna trovarla ma non è questa”. Bene, ripartiamo sereni da questa affermazione.</p>
<p>E invece no, l’onorevole Ciccioli mentre Fazio lascia il convegno, rassicura la platea di aver personalmente parlato con il Premier: “ La riforma della 180 si farà.”</p>
<p>Ma il giorno dopo una nota di Palazzo di Chigi smentisce: “ Il Presidente Silvio Berlusconi non ha mai parlato di modifiche alla Legge 180 con nessuno”. Fuori come va? Cose da pazzi in Italia, ma non sono i malati il problema.</p>
<p>*psicologa e psicoterapeuta</p>
<p> da Il Messaggero.it</p>
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		<title>Psichiatria: la marcia indietro di Berlusconi</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 14:58:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>
		<category><![CDATA[180]]></category>
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		<description><![CDATA[Per chi segue le sorti dei servizi di salute mentale e della legislazione del 1978 quelle trascorse sono state giornate convulse, ricche di colpi di scena. Praticamente chiusa la discussione generale nella XII Commissione Affari sociali della Camera con il via libera al relatore, l’on. Ciccioli (Pdl) alla stesura della bozza di testo unificato, il ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/psichiatria-la-marcia-indietro-di-berlusconi/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per chi segue le sorti dei servizi di salute mentale e della legislazione del 1978 quelle trascorse sono state giornate convulse, ricche di colpi di scena. Praticamente chiusa la discussione generale nella XII Commissione Affari sociali della Camera con il via libera al relatore, l’on. Ciccioli (Pdl) alla stesura della bozza di testo unificato, il 27 maggio a Roma si è tenuta una manifestazione vivacissima, molto partecipata e combattiva organizzata da Unasam ( che raccoglie e rappresenta le associazioni dei famigliari e degli utenti ) a favore del mantenimento della legge in vigore. L’8 giugno a Milano si è tenuto un importante convegno sul tema della “posizione di garanzia degli operatori” con l’intervento di giudici e giuristi dell’Università Bicocca; il 9 giugno, sempre a Roma, al Capranica, intorno all’on. Ciccioli, si sono riuniti i sostenitori delle proposte di modifica. In quella sede il ministro Fazio è stato duramente contestato e fischiato per aver sostenuto che non è necessario rivedere la legge o aggiungere nuove norme e che i bisogni della psichiatria italiana sono altri e risolvibili in altri modi. L’on. Ciccioli gli ha replicato che rientrava nell’autonomia e nei poteri del Parlamento l’andare avanti per la propria strada, a prescindere dalle opinioni del Ministro, ma subito dopo è arrivata un’ ANSA nella quale Berlusconi dava piena copertura al ministro. Il mattino del 10 giugno nella Sala degli Atti Parlamentari del Senato si è svolta una tavola rotonda, promossa da Aresam, Cgil, Fp Cgil, Fondazione Franca e Franco Basaglia, Forum salute mentale, Legambiente, Sos Sanità ed Unasam sul tema “Cosa (non) serve alla salute mentale”. Sono intervenuti il senatore Ignazio Marino, presidente della Commissione d’Inchiesta sui servizi sanitari e operatori e famigliari dei servizi di salute mentale. Il 10 pomeriggio alla XII Commissione della Camera si sono tenute audizioni nel corso delle quali la gran parte degli interventi ha convenuto nel sostenere che il problema principale era quello di garantire su tutto il territorio nazionale a pazienti e famiglie di avere risposte puntuali e rapide, e non essere abbandonati.</p>
<p>In sintesi, da tutti questi eventi ed interventi si può ricavare che, per ora, il lavoro dell’on. Ciccioli è fermo. Eppure Berlusconi aveva inserito nel suo programma di governo del 2008 modifiche al regime del trattamento sanitario obbligatorio (tso). Che cosa è successo allora? Perché la “marcia indietro” di Berlusconi?</p>
<p>Fra le ipotesi che si possono fare vi è quella che, al momento, il governo non può consentire neanche di discutere provvedimenti che aumentino la spesa sanitaria e che indirizzino la stessa verso scenari neomanicomiali (tso prolungato) che possono desertificare le reti dei Dipartimenti di salute mentale. È stato importante che la reazione di associazioni, famigliari, operatori, pezzi di opinione pubblica alle proposte di Ciccioli ci sia stata e si sia fatta sentire, ma ha pesato certamente anche il fatto che le Regioni, in quanto titolari delle politiche sanitarie, quindi anche di quelle psichiatriche, non sarebbero in grado di fronteggiare le polemiche e reggere l’impatto di scelte nazionali che le obbligassero a modificare gli assetti dei servizi. È probabile quindi che siano state proprio le Regioni dei “governatori amici “ del governo in carica a lanciare l’allarme e pretendere lo stop al lavoro dell’on. Ciccioli.</p>
<p>Pericolo scampato allora, almeno secondo chi difende servizi orientati alla salute mentale e ai diritti dei cittadini con disturbo mentale e si oppone a chi propone servizi centrati sulla figura del medico psichiatra demiurgo che gestisce i destini di vita dei pazienti ( e delle famiglie) in nome delle ansie securitarie? Penso di no, anche se per l’immediato la discussione e la mobilitazione potranno avere una pausa. Potrebbe essere utile dedicare il tempo che si è liberato per affrontare, approfondire il confronto sulle questioni che si sono evidenziate come centrali: il consenso nei percorsi di cura, la presunzione della pericolosità sociale e la “posizione di garanzia” attribuita agli operatori dei servizi pubblici, sollecitando le competenze e le intelligenze dei giuristi, della Magistratura per misurarsi con quei pezzi di psichiatria clinica e forense che hanno alimentato e condiviso l’elaborazione di Ciccioli.</p>
<p>Luigi Benevelli</p>
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		<title>Omar Bianchera e dintorni</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 18:35:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buone e cattive pratiche]]></category>
		<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>
		<category><![CDATA[dalla stampa]]></category>
		<category><![CDATA[pericolosità]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Benevelli
Domenica 25 aprile scorso a Volta Mantovana Omar Bianchera, 43 anni,  ha eseguito una vera e propria “condanna a morte” di tre persone:  la ex moglie, una anziana vicina di casa 71enne, il figlio di una persona con cui aveva avuto un contenzioso per questioni di soldi e affari. Armi del delitto: due ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/omar-bianchera-e-dintorni/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luigi Benevelli</p>
<p>Domenica 25 aprile scorso a Volta Mantovana Omar Bianchera, 43 anni,  ha eseguito una vera e propria “condanna a morte” di tre persone:  la ex moglie, una anziana vicina di casa 71enne, il figlio di una persona con cui aveva avuto un contenzioso per questioni di soldi e affari. Armi del delitto: due pistole ed un fucile a pompa regolarmente denunciate che, pare, avrebbe potuto usare solo al poligono di tiro. Si racconta  che Bianchera, divorziato da 10 anni, che si trovasse in gravi ristrettezze economiche anche perché di recente condannato a risarcire la ex moglie della somma di 30.000 euro.</p>
<p>Omar Bianchera aveva il porto d’armi, la patente di guida, andava a sparare al tiro a segno, frequentava una palestra per tenersi in forma, faceva  la sua vita. Magari non era granché socievole e di compagnia, era molto ma molto arrabbiato con la moglie che pare avesse dovuto provvedere a blindare la porta della propria casa temendone le irruzioni, ma che risulta non lo avesse mai denunciato ai Carabinieri che a loro volta non avevano evidentemente avuto ragioni per negare  il possesso e l’uso di armi. Parenti, qualche amico, oltre alle vittime conoscevano il suo stato d’animo, l’accumularsi di una forte aggressività.</p>
<p>Sui mezzi di informazione di questi giorni è stato scritto “troppa  gente pericolosa è libera di colpire”,; “più trattamenti psichiatrici coatti e prolungati” sono stati invocati.</p>
<p>Omar Bianchera non si era mai rivolto al Cps del suo distretto socio-sanitario, e non  risulta che abbia mai frequentato né psichiatri né psicologi da cliente “privato”né che la sua esasperazione sia mai stata segnalata ai servizi sanitari o alle agenzie di sicurezza locali (carabinieri). Questo non vuol dire che si sentisse bene, ma che egli riteneva di poter risolvere le sue questioni  senza bisogno di “accompagnamento” e consigli e che chi lo conosceva non era a tal punto preoccupato da richiedere interventi , soccorsi “esterni” . La sintesi  possono essere le parole del sindaco di Volta Mantovana  (che  è anche un medico di famiglia) che ha parlato dell’omicida e della moglie come di “due cittadini come tutti gli altri, come Comune non c’è mai stato motivo di occuparcene” (Gazzetta di Mantova,  26 aprile 2010).</p>
<p>Invece “La Stampa” di Torino del 26 aprile ha titolato sulla strage di Volta Mantovana “L’Italia dei pazzi armati” invocando la riapertura dei manicomi, addebitando quanto accaduto alla carenza dei trattamenti psichiatrici. A gettare benzina su questo fuoco ci si è messo anche il prof. Francesco Bruno, criminologo romano celebre anche perché frequentatore del salotto di Bruno Vespa, che dichiarava “quell’uomo è un malato. Un depresso (…) Qualsiasi psichiatra ne avrebbe potuto riconoscere i sintomi e fermare la mano” (Gazzetta di Mantova, 27 aprile). Sulla base di questa fulminante affermazione, pare di capire che se il triplice omicidio non è stato evitato la responsabilità è della mancanza di uno  psichiatra che  abbia letto o sia stato messo nelle condizioni di leggere per tempo nel pensiero del “reo folle”. Proprio così, perché deve essere chiaro, dice il  prof. Bruno che ci troviamo di fronte a delitti compiuti da un folle. Il professor  Francesco Bruno è uno dei  “signori” delle perizie psichiatriche, di quegli esperti di cose umane chiamati nel corso dei  processi a stabilire se al momento di compiere il reato, l’autore del crimine fosse in grado di intendere e di volere, quindi <em>dopo </em>che il reato è stato commesso.  Ma nel nostro caso egli si è pronunciato su ciò che altri non avrebbero fatto <em>prima</em>, argomento sul quale non però deve avere molta esperienza non lavorando in un servizio di salute mentale:  che i locali servizi di salute mentale possano sapere e intervenire per tempo è del tutto improbabile, infatti, se la persona in questione o chi la conosce non avvertono una  situazione che rischia di sfuggire di mano.</p>
<p>Io non so se Omar Bianchera sarà sottoposto a perizia psichiatrica e quali saranno le conclusioni della stessa; per adesso, almeno dalle informazioni disponibili so che né  Omar Bianchera né chi lo conosceva o aveva a che fare con lui hanno pensato di rivolgersi ad una agenzia psichiatrica o ad allertare i Carabinieri. Se ciò corrisponde al vero, tuttavia sono del tutto comprensibili gli interrogativi in ordine a come è possibile prevenire drammatici  eventi come quelli di Volta Mantovana. Tanto più che Volta Mantovana non è una grande metropoli dove la gente va per la sua strada e nessuno vede niente, né, come nei film <em>western </em>un villaggio dove si può girare armati a farsi giustizia da sé, ma un piccolo, ricco comune della collina morenica dove si potrebbe dire che c’è controllo sociale, dove  tutti conoscono tutti, nessuno passa inosservato. O forse si potrebbe dire che <em>c’era un forte controllo </em>sociale, che anche a Volta Mantovana le donne e gli uomini sono più soli, isolati di prima, o meglio ancora che negli ultimi anni il forte controllo sociale è stato indirizzato agli immigrati, dando per scontato che dei nativi, vale a dire i “nostri”, c’è da fidarsi.</p>
<p>Quanto accaduto pone invece un ulteriore problema, in rapporto alla condizione non tanto e non solo della salute mentale di Omar Bianchera, ma a quella della comunità locale nel suo complesso. In altri termini ci si può chiedere se i servizi di salute mentale debbano accontentarsi di aspettare l’arrivo o la segnalazione di chi sta male e della sua famiglia o se invece non possano svolgere un ruolo più attivo nella vita di quella determinata popolazione, non da soli certamente perché devono essere supportati da politiche di coesione sociale. A questo, mi pare, ha fatto riferimento Luigi  Ferrannini, presidente della Società italiana di psichiatria che a commento della vicenda di Volta Mantovana ha affermato<em>:</em></p>
<p><em> Diverse le cause che portano a gesti folli, ma è il contesto ad avere oggi un ruolo sempre più importante. Il complesso di elementi che producono comportamenti a rischio non necessariamente coinvolge persone già in trattamento . Come nei recenti episodi delle depressioni post parto, di situazioni di famiglie divise dove la donna rimane sola, sono scenari che non vanno letti soltanto come il prodotto di una mente, ma di una mente all’interno di un contesto di risorse, di aiuti, di supporti, anche sanitari ma non solo. Leggiamo la complessità dei contesti e non riconduciamo i fatti soltanto alle patologie quasi ci fosse un nesso di causalità che dice che a fronte di una data patologia non può che succedere qualcosa.</em></p>
<p>Sono  evidenti quindi la strumentalità dei titoli de “La Stampa” e delle dichiarazioni del prof. Bruno: cogliere l’inquietudine e lo smarrimento dell’opinione pubblica di fronte a gravissimi delitti contro la persona per spostare la discussione sul lavoro, le finalità e l’utilità dei servizi pubblici di assistenza psichiatrica italiani come sono oggi.  Il signor Omar Bianchera con le sue responsabilità non c’entra niente.</p>
<p>A tale riguardo Peppe Dell’Acqua, direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste, ha scritto al direttore de “La Stampa” lamentando che</p>
<p><em>non si è pensato di informare i lettori, con un paio di semplicissime cifre, che questa stessa Italia dei “folli autolesionisti” è, tra i paesi d’Europa (e non solo), il paese con il numero di suicidi più basso. E che, dati alla mano, i suicidi messi in atto dagli italiani nel 70% dei casi non hanno nulla a che vedere con la “follia” o malattia mentale non curata a causa di “un’ostinazione ideologica” smascherata dagli “ultimi fatti di cronaca”. E che altre nude e crude statistiche accessibili a ogni giornalista, familiare e cittadino che li volesse consultare, confermano dati alla mano, che di malattia mentale non solo ci si può curare, ma anche grazie al cielo guarire. Più precisamente, si guarisce nel 25% dei casi di schizofrenia severa e nel 50% si guarisce socialmente, conquistando le persone ruoli lavorativi, sociali e di cittadinanza che, con un supporto terapeutico adeguato, le rendono cittadini autonomi, partecipi, produttivi e realizzati oltre che contenti di esserlo.</em></p>
<p>Forse non è casuale la coincidenza con il fatto che presso la XII Commissione Affari Sociali della Camera è cominciata la discussione sulle proposte di legge di modifica della legislazione in vigore, nota giornalisticamente come “legge Basaglia”.</p>
<p>I testi presentati da deputati del centrodestra sono costruiti in risposta a cronache giornalistiche e racconti di delitti  attribuiti a persone con disturbi mentali, invece che sulla conoscenza di quanto succede nella realtà  quotidiana dei servizi di salute mentale che operano secondo quanto scritto nel primo comma dell’art. 33 della legge 833/78:</p>
<p><em>gli accertamenti ed i trattamenti sanitari sono di norma volontari</em>.<em> </em></p>
<p>Stanno crescendo le spinte per indurre una deriva dei servizi di salute mentale in direzione di una  «psichiatria difensiva»  (rispetto ai rischi della relazione con chi sta male e fa fatica a vivere) che porta ad abdicare alla funzione alla cura, ad intendere l’assistenza come braccio della magistratura o della polizia, a più trattamenti coatti, a evitare le situazioni più emblematiche e rischiose (e quindi minore tutela della comunità), più ricorsi al giudice, al carcere all’Ospedale psichiatrico giudiziario, a una sicurezza (dello psichiatra) ottenuta tramite la coercizione del paziente.</p>
<p>A fronte di questa offensiva restauratrice del buon ordine manicomiale, se  il diritto alla  salute mentale e a una buona assistenza psichiatrica sono,  e certamente lo sono, un problema di ordine nazionale, vale la pena piuttosto di chiedere conto alle Regioni del lavoro da loro svolto in questi trent’anni per assicurare alla popolazione  buoni servizi di salute mentale. Perché potrebbe essere che molte Regioni abbiano fallito l’obiettivo.  Gli amministratori regionali e locali, i dirigenti delle Aziende sanitarie  in questi trent’anni sono stati infatti titolari delle politiche per la salute mentale, hanno avuto a disposizione due progetti-obiettivo nazionali e, da ultimo, le indicazioni in materia di esecuzione dei t.s.o. licenziate dalla Conferenza Stato-Regioni- autonomie. Che ne hanno fatto?</p>
<p>Recenti vicende come quella del Comune di Milano (con l’istituzione del tavolo della pericolosità sociale e la proposizione di percorsi separati per gli utenti certificati “pericolosi” dai servi pubblici ), quella dello sgombero in Calabria di Serra d’Aiello (e annesse delibere regionali che prevedono un nuovo grande internamento senza diritti e senza tutele- ma con molti affari, fra cui l’apertura del nuovo manicomio di Girifalco), quelle di pazienti morti legati nell’Spdc di Vallo di Lucania e di Cagliari e quelle delle condanne di operatori giudicati responsabili di reati compiuti da pazienti loro affidati (tema della sovrapposizione di cura e di custodia), ci dicono della necessità di ottenere risposte, chiarimenti, attribuzioni di responsablità sulla base di un confronto leale con le persone più coinvolte, in primis operatori, famiglie, pazienti e amministratori locali.</p>
<p>Bisogna fare il possibile per evitare che si vada (ritorni) verso una psichiatria di manicomi, contenzioni, coazioni affidata a medici demiurghi.  Anche perché,  in sintonia con quanto affermato di recente dal ministro Fazio che non vi è nessun bisogno di riforma della legge, ma di monitorare costantemente la rete dei servizi pubblici e privati accreditati, di perseguire una omogeneità di offerta su tutto il territorio nazionale, di ribadire che gli operatori dei Dsm hanno solo responsabilità in ordine a diagnosi, cura e riabilitazione, non alla custodia e nemmeno a svolgere funzioni di “psicopolizia”.</p>
<p>Riproporre la presunzione della pericolosità sociale dei malati psichici vuol dire ignorare  che i soggetti con questi problemi non delinquono in maniera superiore rispetto ai soggetti “normali” (con esclusione degli alcolisti e dei tossicodipendenti), anzi più spesso sono oggetto di violenze piuttosto che attori di violenze. Le cronache di questi giorni sono piene di episodi criminali, spesso efferati, compiuti da persone in apparenza “normali”, per ragioni per lo più passionali o patrimoniali. Concentrare l’attenzione solo sulla salute mentale è fuorviante e richiama la logica del pregiudizio, dello stigma.</p>
<p><strong>Va affermato che l</strong>e persone con disturbo mentale e le loro famiglie hanno <em>comunque e sempre</em> diritto a:</p>
<p>-  ricevere cure adeguate , essere informate sui percorsi possibili ed essere protagonisti delle scelte terapeutiche;</p>
<p>- essere accolte in servizi accoglienti, ospitali, rispettosi della dignità del cittadino;</p>
<p>- continuità terapeutica anche tramite l’integrazione fra pubblico e privato nella declinazione dei percorsi dei trattamenti, specie nelle situazioni più gravi;</p>
<p>- sostegno attraverso l’auto-mutuo-aiuto;</p>
<p>- casa e lavoro;</p>
<p>I recenti drammatici fatti di cronaca nera hanno scatenato prese di posizione che se sono comprensibili sul piano dell’emotività, risultano sbagliate e devianti sul piano delle conclusioni operative. Le persone che hanno compiuto gravissimi delitti erano state lasciate sole non dalla psichiatria ma da comunità che non sono state in grado di offrire né solidarietà né controllo sociale. Per questo fare salute mentale significa non solo occuparsi di chi soffre di disturbi psichiatrici ma anche della qualità delle relazioni sociali e della vita sociale delle comunità a livello locale (prevenzione, lotta allo stigma, riabilitazione).    </p>
<p>L’aspetto da porre al centro di una  riflessione il più possibile comune è quello della facilitazione, della coltivazione e della promozione della confidenza nelle relazioni fra servizi pubblici e utenti ( e viceversa),  vera pre-condizione perché si possa parlare di <em>salute mentale</em>. Anche perché, come ha scritto di recente Eugenio Borgna, una psichiatria che si affida solo agli psicofarmaci è una psichiatria senz’anima e senza speranza nell’uomo. Va confermata quindi la centralità della persona anche perché, come afferma il documento del direttivo della Società italiana di psichiatria, marzo 2009,</p>
<p><em>non vi sono evidenze scientifiche che la coazione prolungata di un trattamento(…) porti ad una maggiore efficacia della cura</em>.</p>
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		<title>Lettera aperta di un familiare alla sig.ra Zardini</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 18:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Signora Zardini,
sento parlare di lei e di quello che dice da decenni sulla salute mentale. Sento le sue critiche che, per amor di dio, hanno sacrosante motivazioni dettate da condizioni di sofferenza e di impotenza. Sentimenti che vanno guardati con rispetto. Però, anche lei, si sforzi di far la stessa cosa. Non fosse altro per ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/lettera-aperta-di-un-familiare-alla-sig-ra-zardini/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Signora Zardini,</p>
<p>sento parlare di lei e di quello che dice da decenni sulla salute mentale. Sento le sue critiche che, per amor di dio, hanno sacrosante motivazioni dettate da condizioni di sofferenza e di impotenza. Sentimenti che vanno guardati con rispetto. Però, anche lei, si sforzi di far la stessa cosa. Non fosse altro per un questione di reciprocità. E non perché non abbia diritto a criticare, a dire quello che pensa, ci mancherebbe altro. Il manicheismo immutato nel tempo, oramai anacronistico, nel quale insiste a stare, non si addice a una causa quale la salute mentale.</p>
<p>Qualsiasi cosa succeda o è successa, al di là della gravità e delle responsabilità, usa lo stesso metro, sempre con lo stesso giudizio. Unico, irreversibile e, sempre con la stessa logica, in cui mai in lei adombra un minimo di dubbio di alcun genere, che ne so… un po’ di sana autocritica o una valutazione un po’ più obiettiva delle cose. Le interpretazioni che lei esprime in relazione alla vita di persone con problemi di salute mentale coinvolte in fatti delittuosi, a mio parere suonano come un po’ troppo basati su certezze assolute. Il suo pensiero sulla legge 180 non è cambiato, non che dovesse necessariamente cambiare. Tuttavia questa immutabilità di pensiero mi colpisce, mi fa dire che ogni volta che può inserirsi, “trova l’occasione” alza lo scettro contro la legge 180, come una mannaia..</p>
<p>Mi permetta di dirle che noi, signora Zardini, anche se indirettamente, ci conosciamo, o meglio ci troviamo su strade identiche ma separate. Identiche perché anch’io come lei, da familiare ho speso moltissime delle mie energie per mio fratello e mia sorella. E non solo per loro.</p>
<p>Nella mia lunghissima attività di combattente per la salute mentale, le garantisco che sono stati centinaia e centinaia i familiari con i quali ho condiviso storie e vite rotte, lacerate dall’esperienza del disturbo psichico dei loro congiunti. Ho sostenuto i loro diritti di salute, di cure e trattamenti, non direi più umani, ma rivendicando il trattamento delle persone come atto dovuto, non solo da parte di cura e come atto di rispetto nei confronti di persone deboli, vulnerabili, ma anche da parte della società, (in) civile? e non per gentile concessione come si trattasse di un favore.</p>
<p>Anch’io come lei penso di avere diritto di parola. Rivendico questo diritto perché io e tanti altri abbiamo molto ma molto meno la possibilità di raccontare delle nostre esperienze. Al contrario lei è molto spesso sui giornali, tv ecc. La mia storia, la nostra storia, di oltre 35 anni di impegno nel campo della salute mentale, mi porta a dire e sostenere con forza che occorre guardare oltre l’ossessione della 180, che l’ossessiona da parecchio. Ammesso e non concesso, può darsi anche che la legge venga riformata come lei ama ripetere ormai da decenni; ha mai pensato con coscienza quale futuro ci sarebbe per i suoi congiunti, i miei e i tanti utenti e i tanti familiari nel nostro paese? Pensa ed è ancora strenuamente e fortemente convinta di vedere un futuro più radioso, più tollerante e rispettoso per le persone con disturbo mentale? No e No signora Zardini, non possiamo e non dobbiamo accettare, anche lei dovrebbe impedire uno scenario buio oltre la 180. Basterebbe leggere con lenti sfuocate per capire che le proposte di legge che giacciono in Parlamento e che lei sicuramente conosce molto bene,segnano notevoli passi indietro sul piano dei diritti, della salute, delle libertà delle persone, ma anche e soprattutto sul piano culturale.</p>
<p>Loro, le persone con disturbo psichico, hanno bisogno di attenzione, di cure,di essere curati, curati e riaccompagnati alla vita, alle loro vite che, come le vita di ciascuno di noi, richiede affetti, identità, salute e riconoscimento da parte della società. Piuttosto, sosteniamo senza pregiudizi appelli come quelli della signora Angela di Brescia e di molti di tanti altri familiari che non cercano altro che soluzioni, interventi, progetti, cure per i loro congiunti. Le scorciatoie, le alzate di voci, le interviste di denuncia lasciano il tempo che trovano. Certamente non si rende giusta causa a chi soffre e, soprattutto, il tempo passa e il pantano dentro il quale ci si trova si allarga sempre più.</p>
<p>Tenga conto, per cortesia, signora Zardini, che ci sono ancora in questo paese un numero elevatissimo di famigliari, e io tra questi, che non vogliono assolutamente il ritorno a un passato di antiche atrocità, sofferenze e soprusi, perpetrati negli angusti manicomi. Così come non accettiamo pratiche di cure in quei posti, belli, confortevoli che oggi si ammantano di buoni trattamenti.</p>
<p>Io, mio creda signora Zardini, capisco la sua lotta, il suo dolore e il dolore di cui lei si fa interprete, ma capisco un molto meno l’antipatia che nutre nei confronti del vituperato Basaglia pensiero. Se ne faccia una ragione, signora Zardini, la legge 180 e chi sostiene la sua filosofia, e le pratiche ispiratrici nei servizi di salute mentale, haimé, ancora dopo trent’anni non sono moltissimi nel paese, non sono loro il male assoluto, gli untori da caccia alle streghe , né tanto meno, in generale, sono responsabili di fatti che angosciano e accomunano sul piano umano tutti, sia quelli che la pensano come lei, sia noi che la pensiamo diversamente da lei. Di ben altre cose dovremmo essere preoccupati. E tanto.. Ad esempio, l’indignazione, la vergogna, il pudore spariti dalla condotta umana, oramai sono atteggiamenti e comportamenti riprovevoli. Al contrario. Chi si indigna ancora, chi si vergogna, chi ha pudore esce fuori dai binari dell’ordinario. Oramai omologati. Una omologazione “culturale,” la banalizzazione del male e dell’insignificanza.</p>
<p>E’ debole per antonomasia chi si piega, e per chi si piega e viene piegato, non c’è pietas. Per dirla con Gillo Dorfles:: impera un horrror pleni Tutti triturati e nel contempo affannati a fortificare una identità vuota, a costruire una immagine, merce alla mercé di un sistema che produce sempre più disuguaglianze.</p>
<p>Si figuri lei signora Zardini, i nostri matti chi li vuole in una società, distratta, indifferente, basata sull’estetica e vuota di etica. Ma se proprio la società non può fare a meno di loro, allora teniamoli lontano. A distanza. Il più lontano possibile. Così, stiamo tutti bene e a nessuno sarà più fatto del male. Ovviamente a quelli che stanno “fuori” ( i sani…?) Salvo a loro, i matti, che continuano a pagar sulla loro pelle. Tanto del loro male chi se accorge. Sarebbero rinchiusi come ai vecchi tempi. Lontano dagli occhi e lontano dai cuori.</p>
<p>Andrea Meluso</p>
<p>Milano, 3 maggio 2010</p>
<p> (NdR: la Sig.ra Zardini è la presidente dell&#8217;ARAP, Associazione per la Riforma dell&#8217;Assistenza Psichiatrica di Roma)</p>
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		<title>Verona, Vinoebufalitaly: si può far corretta informazione sul vino in Italia?</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Apr 2010 06:54:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>

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		<description><![CDATA[In contemporanea allo sfarzo e alle luci patinate del Vinitaly, Verona ha ospitato anche la nostra manifestazione dal titolo “Vinoebufalitaly, gli altri volti del bicchiere”.
Questo evento, ispirato al libro di Enrico Baraldi e Alessandro Sbarbada “Vino e bufale, tutto quello che vi hanno sempre dato da bere a proposito delle bevande alcoliche” (Stampa Alternativa, 2009), ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/verona-vinoebufalitaly-gli-altri-volti-del-bicchiere/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In contemporanea allo sfarzo e alle luci patinate del Vinitaly, Verona ha ospitato anche la nostra manifestazione dal titolo “Vinoebufalitaly, gli altri volti del bicchiere”.</p>
<p>Questo evento, ispirato al libro di Enrico Baraldi e Alessandro Sbarbada “Vino e bufale, tutto quello che vi hanno sempre dato da bere a proposito delle bevande alcoliche” (Stampa Alternativa, 2009), ha cercato di dare visibilità a ciò che la ribalta politico-mediatica di Vinitaly si sforza di oscurare.</p>
<p>Il senso della manifestazione è ben sintetizzato nel seguente Manifesto minimale di sei punti, irrinunciabili per la corretta informazione su vino, alcolici e salute, sottoscritto da autorevoli professionisti di questa materia: </p>
<p>1) Il vino e le altre bevande alcoliche non hanno mai effetti positivi per la salute.</p>
<p>2) Le bevande alcoliche sono la prima causa di morte per i giovani europei tra i 15 e i 29 anni.</p>
<p>3) Il vino e le altre bevande alcoliche sono la seconda causa evitabile di cancro dopo il fumo di sigaretta. Per numerosi tumori il rischio aumenta significativamente già con uno-due bicchieri al giorno.</p>
<p>4) In Italia il vino è la bevanda alcolica più consumata ed anche quella che maggiormente contribuisce a determinare rischio e danno alla salute della popolazione.</p>
<p>5) Dal punto di vista economico il vino e le altre bevande alcoliche rappresentano per il nostro Paese non un affare ma un costo. Per ogni euro legato al giro d’affari lo Stato ne spende almeno due.</p>
<p>6) Il coinvolgimento dei produttori di bevande alcoliche e delle industrie collegate in programmi di educazione è inaccettabile in quanto il loro supporto, diretto o indiretto, può essere visto come un tentativo di promuovere i consumi anche attraverso la prevenzione, enfatizzando il bere &#8220;responsabile e moderato&#8221; e negando il rischio assoluto del consumo degli alcolici.</p>
<p>Si tratta di informazioni indispensabili per una adeguata conoscenza degli effetti della bevanda “vino”, così pomposamente celebrata nel suo discorso inaugurale dallo stesso Presidente Napolitano.</p>
<p>Ma è significativa anche un’altra considerazione: Verona ha riproposto negli spazi che hanno ospitato Vinoebufalitaly un moderno esempio di lazzaretto e di isolamento mediatico: salvo qualche rara e coraggiosa eccezione (che ringraziamo, insieme a tutti coloro che hanno collaborato con noi), l’evento è stato pressochè completamente ignorato dall’informazione, nonostante l’ampia diffusione fatta a stampa e tv da parte degli organizzatori.</p>
<p>Hanno ignorato Vinoebufalitaly le centinaia di giornalisti ospiti signorili del Vinitaly, quelli dell’informazione allineata, ma, e questo dispiace di più, anche quelli che dovrebbero fare informazione vera, quelli che non dovrebbero tirarsi indietro quando si tratta di fornire notizie utili per la conoscenza di tutti, per quanto scomode possano essere.</p>
<p>Potremmo fare diversi nomi di testate e trasmissioni che si vantano di essere alternative, ma che, magari, tra gli sponsor hanno case vinicole o produttori di superalcolici o marchi di birra e che, nominalmente invitate hanno accampato scuse più simili a vere arrampicate sugli specchi che a risposte coerenti.</p>
<p>Ma è meglio lasciare perdere: nel lazzaretto di Vinoebufalitaly non si è nascosta la verità sul vino, quella sostenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dagli studi scientifici seri non sponsorizzati dalla lobby dell’alcol.</p>
<p>Quella verità che invece giornalisti compiacenti nascondono all’Italia.</p>
<p>Enrico Baraldi e Alessandro Sbarbada</p>
<p>(su facebook &#8220;Vino e bufale&#8221;: <a rel="nofollow" href="http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fhome.php%3Fref%3Dlogo%23!%2Fgroup.php%3Fgid%3D151853753553%26ref%3Dts&amp;h=431d177acf2ccae6edad4b9e6aca2293" target="_blank">http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fhome.php%3Fref%3Dlogo%23!%2Fgroup.php%3Fgid%3D151853753553%26ref%3Dts&amp;h=431d177acf2ccae6edad4b9e6aca2293</a> )</p>
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		<title>Salute mentale senza controllo</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 11:14:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Fabrizio Starace
Ad oltre 30 anni dalla Riforma Psichiatrica il dibattito sulla 180 registra un incessante produzione di contributi ed analisi teoriche, essenzialmente ispirate ai temi della salute, del controllo sociale, della libertà di cura. Particolare rilievo assume il dibattito sul Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). L’art. 32, comma 2 della Costituzione (Nessuno può essere obbligato ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/salute-mentale-senza-controllo/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Fabrizio Starace</p>
<p>Ad oltre 30 anni dalla Riforma Psichiatrica il dibattito sulla 180 registra un incessante produzione di contributi ed analisi teoriche, essenzialmente ispirate ai temi della salute, del controllo sociale, della libertà di cura. Particolare rilievo assume il dibattito sul Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). L’art. 32, comma 2 della Costituzione (Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana) limita i casi di trattamento sanitario obbligatorio, in cui è lecito curare la salute di un cittadino contro la sua volontà, a quelli esplicitamente previsti dalla legge. Gli artt. 33, 34 e 35 della legge 833/78, riprendendo il disposto della legge 180/78, hanno introdotto la possibilità che un cittadino sia sottoposto ad interventi sanitari in condizioni di ricovero ospedaliero contro la sua volontà “solo se esistano alterazioni psichiatriche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall&#8217; infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere”, prevedendo altresì precisi istituti di garanzia onde evitare abusi. E’ appena il caso di segnalare come la terza condizione nulla abbia a che fare con le condizioni psicopatologiche ma sia funzione dello sviluppo / arretratezza dei sistemi di sanità pubblica locali, da cui evidentemente dipende la probabilità o meno di ricevere una limitazione della libertà individuale. L’applicazione pratica della legge ha trovato numerosi ostacoli anche per l’assenza di linee guida operative cui i diversi attori del processo assistenziale dovessero attenersi. Solo nell’aprile 2009 (31 anni dopo la Legge 180/78…) la Conferenza Stato-Regioni ha licenziato un dettagliato documento contenente indicazioni e “raccomandazioni in merito all’applicazione di accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori per malattia mentale”. Prendendo atto della “difformità di applicazione sul territorio nazionale, tra una regione e l’altra e, spesso, nella stessa regione, tra il territorio di una ASL e l’altro” il documento “vuole esplicitare e chiarire l’applicazione delle norme e fornisce l’indicazione di buone pratiche per i diversi attori chiamati in causa perl’applicazione delle procedure”. Ciò non ha impedito che venissero depositate in Parlamento numerose proposte di legge volte a modificare l’attuale assetto normativo dell’assistenza psichiatrica italiana; in tutte vi è particolare riferimento alla norma sul TSO. Quello chesconcerta è l’assunzione di posizioni di estrema critica (o di totale approvazione) in assenza della benché minima riflessione sulle reali dimensioni che il fenomeno ha assunto nel corso degli anni, sulle caratteristiche applicative, sulla disomogenea diffusione. Si legge nel citato documento approvato in Conferenza Stato Regioni: “Certamente la prospettiva migliore in cui affrontare e risolvere le difficoltà che si incontrano nella gestione degli interventi psichiatrici obbligatori è quella che nasce dalla loro collocazione nell’ambito della totalità della psichiatria e di una pratica di salute mentale. E’ qui che ci si può interrogare sulla efficacia delle prestazioni di prevenzione, di cura e di riabilitazione; sulla adeguatezza delle risorse disponibili (non solo in termini di posti letto, ma anche di operatori qualificati sul territorio); sulla razionalità dell’organizzazione r spetto alle risorse disponibili e ai bisogni degli utenti; sulla integrazione della rete dei servizi”. Si tratta a ben vedere di una forte esortazione a considerare il fenomeno TSO un tassello del complesso mosaico dell’assistenza psichiatrica territoriale; tassello che assume rilevanza tanto maggiore quanto minore è la rappresentazione delle altre parti del mosaico. Ma come farsi un’idea “oggettiva” di un fenomeno così complesso? Tra le numerose, colpevoli omissioni che la Riforma Psichiatrica ha registrato dalla sua promulgazione va purtroppo annoverata anche la scarsa o nulla attenzione dedicata alla applicazione di un sistema informativo per la salute mentale ed alla costituzione di organismi di valutazione indipendenti sui principali servizi erogati, che consentissero ai decisori istituzionali, e ancor più ai cittadini- utenti, di disporre delle informazioni necessarie per orientare e governare lo sviluppo dei servizi o per scegliere le strutture e i servizi più idonei alle proprie necessità di salute. Insomma, ci si appresta a discutere ed approvare modifiche significative alla legge di riforma dell’assistenza psichiatrica, senza avere gli elementi conoscitivi necessari a valutare l’efficacia/efficienza della norma in vigore: anche nel settore della salute mentale l’Italia si conferma Paese delle contro-riforme, più che delle riforme…</p>
<p>Fabrizio Starace è Direttore UOC Psichiatria, A.O. Cotugno di Napoli e membro della Direzione Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni</p>
<p>(da Agenda Coscioni &gt; Agenda Coscioni anno V n.03: Marzo 2010 &gt; L&#8217;odore della sanità)</p>
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		<title>Psichiatria: autointervista (a 2 anni dalla pensione)</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 18:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo questo scritto di un operatore, attualmente a Giuliano.
Questa è la mia prima auto-intervista e l’argomento è la psichiatria. Ho aspettato 35 anni prima di dire la mia opinione. Lavoro in questo campo dal 1974 ed ho osservato molto attentamente quello che è stato fatto in Italia. La chiusura dei manicomi è il punto di ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/psichiatria-autointervista-a-2-anni-dalla-pensione/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">Pubblichiamo questo scritto di un operatore, attualmente a Giuliano.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">Questa è la mia prima auto-intervista e l’argomento è la psichiatria. Ho aspettato 35 anni prima di dire la mia opinione. Lavoro in questo campo dal 1974 ed ho osservato molto attentamente quello che è stato fatto in Italia. La chiusura dei manicomi è il punto di partenza. Per arrivarci s’impegnò molta gente che nulla aveva a che fare con la sanità: insegnanti e studenti, avvocati, ingegneri, giornalisti, sindacati e rappresentanti di fabbriche e anche di grandi insediamenti industriali, gente comune. Molti volevano chiudere i manicomi perché rappresentavano una vergogna e perché sembrava un traguardo possibile. Basaglia aveva aperto la strada mostrando a tutti un metodo e tutti cercammo di seguirlo. Questa prima fase è stata caratterizzata dalla presenza di molte persone non del mondo sanitario, che erano lì per testimoniare la loro volontà di partecipare al cambiamento e di controllare che non fossero commessi abusi o prevaricazioni. Le assemblee vedevano in primo piano le persone che avevano vissuto per molti anni nei manicomi, con loro si cercava di programmare il futuro, il loro futuro. Questo periodo è durato un tempo lungo: alcuni anni: cinque o forse sei, fino ai primi anni anni 80. Appena chiusi i manicomi sono stati aperti i nuovi servizi territoriali per l’assistenza psichiatrica. Questi anni sono stati caratterizzati da molti elementi: la presenza di volontari non pagati provenienti da altri ambiti lavorativi, di studenti ecc. Le assemblee erano quotidiane e tutti potevano esprimere le loro opinioni. C’era un controllo di tutti sul funzionamento di un Centro di Salute Mentale. I medici non avevano lo spazio per comandare: tutti stavano attenti a quello che dicevano perché facilmente venivano messi in un angolo e quindi i discorsi erano sempre ideologicamente corretti. La pratica nuova che stava nascendo prometteva un modo nuovo di curare, di stare vicino, di occuparsi della persona più che del malato. Ovviamente anche molti medici hanno partecipato a questo cambiamento criticando e contestando aspramente gli psichiatri tradizionali. L’ideologia e la politica degli schieramenti erano massicciamente presenti e ognuno cercava di capire quali sarebbero stati i nuovi spazi creati dal cambiamento. Era straordinario osservare queste lunghe assemblee in cui molte persone, diverse per titoli accademici, estrazione sociale, ambiti di provenienza, discutevano per organizzare una giusta assistenza per le persone dimesse dal manicomio. Sembrava tutto positivo: la strategia, gli obiettivi, le motivazioni. Molti vedevano la possibilità di cominciare dai manicomi per poi cercare di cambiare le cose anche in altri ambiti. Mi piacerebbe raccontare di più su questo periodo, sull’enfasi delle frasi, delle promesse, degli impegni. Chiudere i manicomi è stata una vera conquista: la società si è liberata di una vergogna assurda e anacronistica perché, se c’è la malattia mentale, non è certo il manicomio il luogo adatto per curarla. Questo risultato è stato raggiunto dopo che pochi medici e infermieri avevano cominciato ad aprire reparti e poi interi ospedali a Gorizia, Trieste e in pochi altri posti. Il loro esempio ha attirato l’attenzione di molti ed è nata la rivoluzione della psichiatria. Basaglia aveva la capacità di trascinare molti in quest’impresa e molti lo seguirono ma con motivazioni assai diverse tra loro. Anticipo qui il mio giudizio negativo su quanto è stato fatto in seguito, ma sicuramente oggi dormo meglio sapendo che quei manicomi sono stati chiusi. Questo primo periodo che ho descritto è cambiato un po’ per volta. I volontari sono andati via; gli insegnanti, gli studenti, gli avvocati sono tornati alle loro occupazioni, sicuri di aver cambiato le cose per sempre e sicuri di lasciare il cambiamento in buone mani. Ovviamente sto parlando solo di quelli che il cambiamento lo volevano e non di quelli che lo ostacolavano e che l’avrebbero ostacolato per i successivi trent’anni. Man mano che scomparivano i volontari/controllori cominciavano a comparire lentamente i ruoli: ognuno cercava l’occupazione, la soddisfazione della proprie aspirazioni, il posto. Tutti sentivano che la storia della nuova psichiatria si stava scrivendo in quegli anni e quindi facevano attenzione a non scrivere fesserie. Per molti era diventata una nuova identità, un modo nuovo di riempire vuoti esistenziali o semplicemente il tempo libero della precarietà o della disoccupazione. La prima impressione che aveva chi entrava in un nuovo servizio di psichiatria era che tutti facevano tutto, a prescindere dai titoli e che tutti potevano parlare e criticare o proporre. L’illusione di molti era che si stessero cambiando anche i rapporti di forza nell’intera società. Le sollecitazioni ideologiche di quegli anni erano molto forti e parlavano di uguaglianza da raggiungere per molte strade. Ovviamente in quei gruppi di lavoro c’erano gli idealisti, gli opportunisti, gli indecisi, gli estremisti, gli stupidi, le coppie, i singoli e i medici. Quella del medico è stata la figura più interessante in questi 35 anni. Hanno iniziato mettendo il loro sapere a disposizione di tutti; la psichiatria sembrava che fosse diventata inutile, mettendo sempre l’accento sulla cura della persona e non della malattia, sostenendo che la malattia mentale non esiste, che nella società andavano ricercate sia le cause della malattia che i rimedi. Quello che in realtà si percepiva dei medici sin dall’inizio era un fastidio ben mimetizzato: chi più e chi meno, i medici manifestavano sommessamente il diritto a comandare in quei gruppi di lavoro, perché avevano i titoli, le competenze, il ruolo giusto. I colloqui collettivi con i pazienti, cioè con più figure professionali oltre al medico, vennero scoraggiati sempre più. Man mano che i medici riuscivano a restare soli con i malati, scomparivano i progetti terapeutici estemporanei come la proposta d’incontri giornalieri con gli stessi, le visite a case, l’accompagnamento per risolvere problemi domestici banali. Comparvero le prime ricette mediche con una bella diagnosi scritta e una lista di farmaci sempre più ricca. Dietro a quelle prime ricette si percepiva il sospiro di sollievo di quei medici per essere riusciti finalmente a fare il loro lavoro, quel lavoro per il quale avevano tanto studiato e sofferto. Si percepiva anche il piacere ritrovato di visitare una persona senza tutti quei rompicoglioni che volevano controllare il loro operato. La rivoluzione era già finita allora. L’alibi che ha coperto l’inganno per molti anni è stato il fatto che, ovviamente, per quelli dimessi dal manicomio e tornati nelle loro case o in quelle dei parenti, le condizioni di vita erano migliorate di molto. Stare chiusi o tornare liberi sono due condizioni opposte. La loro riconoscenza nei confronti dei medici era il sigillo che sanciva la centralità di quest’ultimi anche se la rivoluzione era stata fatta da tanti. Le assemblee diventavano meno affollate; passavano da quotidiane a trisettimanali, poi bisettimanali, poi una volta a settimana. In queste occasioni il coordinatore degli interventi era ormai sempre un medico. In genere il più carismatico apriva gli interventi per orientare il lavoro di gruppo; lecchini e subalterni confermavano l’orientamento del capo; se qualcuno non era in sintonia e parlava contro, veniva guardato con sempre maggiore insofferenza; l’ultimo intervento era quasi sempre fatto da un altro medico che riassumeva le cose dette dal capo e glissava sulle critiche esposte. I medici rivendicavano sempre più la loro centralità e il diritto a comandare. In quei primi anni, fine anni 70, il ragionamento che si seguiva era semplice ed io lo semplifico ancora di più. </span></span></p>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">La malattia mentale non esiste;</span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">la malattia è prodotta dalla società;</span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">se non esiste vanno trovati rimedi diversi dai farmaci;</span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">le cause della malattia mentale erano: la solitudine, </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">l’abbandono, l’esclusione sociale, la privazione di </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">molte cose che gli altri hanno: l’affettività, l’amore, </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">il sesso.</span></span></div>
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<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">Il rimedio era quindi aiutarli ad uscire dalla solitudine, fargli riavere i loro diritti, affiancarli nella soluzione dei problemi quotidiani, creare situazioni frequenti d’incontro fra loro per favorire la nascita di relazioni affettive e di vita insieme. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">Se le cause e i rimedi erano quelli, le figure professionali utili alla persona sofferente erano tante: gli animatori per intrattenerli festosamente, gli assistenti sociali per fargli ottenere la pensione e tutti gli aiuti possibili dai Comuni e dallo Stato, gli avvocati per fargli riavere eredità sottratte dai parenti, geometri per riadattare le loro vecchie case abbandonate da anni, gli infermieri per somministrargli a domicilio i farmaci per la cura delle loro patologie anche non psichiatriche, i volontari per aiutarli a progettare momenti di aggregazione. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">Questo schema relegava i medici ai margini: a volte sembravano dei consulenti chiamati per un consiglio dagli altri operatori a proposito di un paziente. Se questa situazione fosse diventata stabile sarebbe stata questa la vera rivoluzione, ma durò poco. Nei successivi sei o sette anni si è visto rimettere le cose a posto da parte dei medici. Il modo per liberarsi dei rompicoglioni è semplice: nella gestione delle risorse economiche, sempre scarse, si riducono o si azzerano i soldi per le varie attività non sanitarie determinando una riduzione delle stesse e quindi riducendo la loro eventuale efficacia nei processi di riaggregazione delle persone. Nelle parole dei medici trasudava continuamente lo scetticismo nei confronti delle attività non strettamente sanitarie e una fede stabile nel rimedio farmacologico. I congressi internazionali erano frequenti e l’Italia si presentava sempre come protagonista del cambiamento. Da tutto il mondo occidentale arrivavano a Trieste delegazioni di esperti e non, per cercare di capire come fosse stato possibile aprire le gabbie e far uscire i pazzi. Trieste capofila del cambiamento e poi via via le altre esperienze italiane. Il fiore all’occhiello di ogni servizio era la capacità di non ricoverare nessuno, di non abbandonare nessuno, di occuparsi di ogni bisogno del paziente. L’obiettivo fissato per tutti era ambizioso ma condiviso: liberare i malati di mente, aiutarli a recuperare il tempo perduto, inserirli organicamente nel tessuto urbano del relativo territorio di provenienza. Inventarsi lavori adatti a loro e sistemarli in case normali. La normalità era il vero obiettivo. E tutti sembravano convinti di raggiungerlo facilmente. Insegnare un lavoro avrebbe dovuto significare il coinvolgimento di artigiani del posto, l’organizzazione di corsi nei luoghi dove si svolgono vere attività imprenditoriali. Invece nacquero infiniti centri di intrattenimento lavorativo in cui, operatori improvvisati, insegnavano a produrre patetici manufatti che potevano essere solo acquistati per fare beneficenza. Situazioni patetiche in cui i medici responsabili hanno relegato pazienti e operatori per la loro arrogante presunzione: ogni decisione su cosa fare doveva essere approvata da un dirigente medico, anche se poi non ne capiva niente di quell’ambito. Il controllo di tutte le attività da parte dei medici, l’impossibilità per altre figure professionali di intraprendere un’impresa autonomamente, con fondi non soggetti ad alcuna autorizzazione, sono state il freno e il bavaglio di quella rivoluzione. Sperimentare sarebbe stato il solo metodo per capire cosa poteva funzionare e cosa non poteva; il controllo si sarebbe dovuto fare sui risultati di una pratica nuova e non sul permettere o meno che quella pratica avesse luogo. Mille possibilità negate, mille persone di talento bruciate dalla cecità di stupidi e ignoranti medici conservatori che non hanno mai capito che quello era il momento di sperimentare, provare nuove strade, osservare senza parlare, avallare, aiutare, far sentire che si potevano cercare nuove vie con molta libertà. Solo dopo aver provato a cercare il nuovo si sarebbe potuto analizzate il tutto con animo sereno per capire che cosa aveva funzionato e che cosa non aveva funzionato. Spesso i rompicoglioni si sentivano rispondere dal responsabile “è una stronzata” e questo troncava intere settimane di progettazione, sogni, possibilità. Perfino se si doveva arredare una stanza era il medico a dire l’ultima parola su cosa acquistare: il medico-architetto, il medico-arredatore, il medico-manager, il medico-esperto, il medicoglione. Senza camice era il simbolo del medico democratico: medicina democratica, psichiatria democratica. Se qualcuno era stupido questo non era un problema, poteva comunque dirigere un centro della rivoluzione psichiatrica. Come sempre è più facile fare la rivoluzione che gestire il dopo-rivoluzione. Tutto questo rappresenta la prima parte della rivoluzione e cioè fino agli anni ottanta. Il peggio doveva ancora arrivare ed erano:</span></span></p>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em>i nuovi medici;</em></span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em>i farmaci;</em></span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em>i farmaci long acting;</em></span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em>le multinazionali; </em></span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em>i viaggi-premio delle multinazionali;</em></span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em>i nuovi manicomi</em></span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em>i tso e gli SPDC </em></span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em>le case-famiglia</em></span></span></div>
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<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><strong><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em>I nuovi medici sono:</em></span></span></strong></p>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">quelli che non hanno mai visto un manicomio; </span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">quelli che non hanno mai lavorato in un manicomio; </span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">quelli che hanno trovato occupati tutti i posti di </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">lavoro sia nella psichiatria tradizionale che in quella </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">alternativa;</span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">quelli che non hanno avuto il condizionamento ideologico </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">nella loro formazione ma solo quello delle case </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">farmaceutiche;</span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">quelli che hanno guadagnato i primi soldi lavorando in </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">case di cura private non molto diverse dai vecchi </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">manicomi;</span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">quelli che non immaginano nemmeno in sogno di poter </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">curare in altro modo che con i farmaci;</span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">quelli che hanno un farmaco per ogni problema del </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">paziente: la pillola contro la solitudine, la pillola </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">ontro l’abbandono, la pillola contro le violenze, la </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">pillola contro la mancanza di affetto.</span></span></div>
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<div style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">quelli che convincono i pazienti a farsi seguire </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">privatamente e a pagamento negli studi ben arredati </span></span><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">perché li le possibilità di guarigione aumentano.</span></span></div>
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<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>i farmaci</strong></em></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">i farmaci hanno veramente effetti straordinari: riescono a far sentire importanti quelli che li prescrivono. Un medico mediocre ne prescrive molti di più di uno bravo perché confonde la quantità con la qualità e abitua la persona malata all’idea che molti farmaci siano meglio di pochi. Riuscire a fare una diagnosi precisa in pochi minuti è un atto di vera incoscienza perché quella diagnosi verrà difficilmente contestata da altri e ad essa saranno associati molti farmaci specifici, consigliati caldamente dai collaboratori delle case farmaceutiche. Definire un paziente paranoico, schizofrenico, psicotico, è cosa semplice; prescrivere farmaci anche. Intervenire sulla situazione familiare del paziente, affrontare i suoi problemi esistenziali, affettivi, sociali è cosa che non li riguarda. I farmaci alla fine risolveranno tutti i problemi.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>i farmaci long acting</strong></em></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">La grande novità degli anni novanta sono stati i farmaci log acting. Un vero passo avanti per medici e pazienti. Invece di farti una o due iniezioni al giorno te ne faccio una ogni due, tre o quattro settimane: una vera rivoluzione. Il paziente resta con tutti i suoi problemi esistenziali ma il servizio di salute mentale può ridurre di molto le occasioni d’incontro con lui. Le case farmaceutiche pensano davvero a tutto. In sé l’idea non è negativa se il servizio di salute mentale si occupasse quotidianamente di lui e anzi ridurrebbe il tempo della terapia in una giornata ricca di eventi. Invece permette al medico di abbandonarlo semplicemente per un tempo più lungo. I primi sono stati l’Haldol e il Moditen che oggi costano meno di cinque euro per ogni somministrazione. Visto il successo riscontrato presso i medici l’industria si è messa a ricercare nuove molecole sempre più efficaci e oggi somministriamo un nuovo farmaco a lento rilascio (long acting): il Risperdal in fiale da 25, 37 e 50 mg. Sapete qual è il prezzo stampato sulla confezione da 50 mg.? 305,00 euro. Si trecentocinque euro per una fiala. E’ anche questa una vera rivoluzione: ad un paziente psichiatrico gli diamo ogni mese una pensione di 250 euro e una o due fiale da 300. Non sarebbe meglio invertire gli importi? All’inizio si parlava di presa in carico del paziente da parte del servizio di salute mentale, oggi si assiste alla presa per il culo dello stesso paziente.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><strong><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em>le multinazionali</em></span></span></strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">Le industrie del farmaco rappresentano la scuola di formazione dei medici. Orde di informatori pseudo-scentifici intasano gli ambulatori dei medici spargendo a piene mani consigli sui nuovi farmaci. Avendo assistito a molti colloqui fra medici e informatori posso dirvi che ogni nuovo farmaco viene così descritto: “quasi privo di effetti collaterali, colpisce il bersaglio con maggior precisione del precedente, costa solo un poco di più ma certo, rispetto ai benefici, è poca cosa”. Nelle riunioni di un’equipe d’informatori di una casa farmaceutica, all’interno di una delle loro lussuose sedi, la scena è diversa: i medici sono considerati come vacche d’allevamento che devono produrre sempre più latte, cioè prescrivere sempre più farmaci di quell’azienda. Il budget, il target, le stime di vendita, gli obiettivi aziendali sono il sale, il pane del lavoro. Delle condizioni dei pazienti non glie ne frega niente a nessuno. Nessun informatore verifica mai le condizioni di un paziente a cui sono stati somministrati i farmaci che lui consiglia ai medici. Se un medico prescrive pochi farmaci di quella casa allora deve essere incentivato a fare di più: un maggior numero di visite dell’informatore, la promessa di un viaggio in Italia o all’estero dove potrà portarsi anche la moglie o il marito o anche un’amica o amico. I farmaci psichiatrici hanno come obiettivo la cronicizzazione del paziente e non la guarigione. Un farmaco per la bronchite o per l’emicrania deve avere l’effetto di guarire quella malattia, di far scomparire i sintomi per un lungo periodo. Siccome in psichiatria non si parla mai di guarigione, allora deve essere veramente uno sballo produrre farmaci per una malattia inguaribile, come la malattia mentale, per pazienti ai quali non è nemmeno permesso di chiedere i danni per non essere stato guarito. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><strong><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em>i viaggi-premio delle multinazionali</em></span></span></strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">Viaggiare è diventata una vera cuccagna per i medici. Partecipare ad un convegno in Italia o fuori è considerato aggiornamento professionale per i medici dei servizi sanitari pubblici e costituisce un’assenza giustificata. Viaggi aerei, alberghi a cinque stelle, ristoranti lussuosi sono la prassi per un convegno di specialisti e nessuno si pone mai problemi etici o economici. Gli informatori sono diventati amici dei medici ed insieme progettano viaggi in posti belli. Quando un medico ti parla di un posto turistico è molto facile che ci sia andato per un convegno e sicuramente ospite di una casa farmaceutica. Provate ad immaginare un medico che ha partecipato ad una mattina di convegno più o meno interessante, che ha pranzato abbondantemente e bevuto anche del buon vino: secondo voi sta pensando ai benefici di un farmaco, ai miglioramenti della condizione dei malati o ad altro?</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>i nuovi manicomi</strong></em></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">se un paziente diventa ingestibile per la famiglia, il servizio di salute mentale può ricoverarlo in una struttura convenzionata. Queste strutture possono essere da molto brutte a molto belle, esteticamente e funzionalmente, ma sono il nuovo eldorado. Per un paziente la struttura riceve dall’ASL un compenso elevato: intorno ai 200 euro al giorno. Molti vi rimangono per mesi o anni con costi astronomici. Con gli stesi soldi o anche meno si potrebbero finanziare attività territoriali con operatori in grado di organizzare la vita di una persona senza deportarla e isolarla. Spuntate come funghi, queste strutture convenzionate accolgono pazienti con qualsiasi patologia e aiutano le famiglie e i servizi pubblici a disfarsene, in cambio però di molti soldi.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>i tso e gli SPDC </strong></em></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">Un paziente agitato, violento, aggressivo, può essere ritenuto ingestibile per il servizio di salute mentale ed il medico può disporre per lui un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). In questo caso il paziente può essere trasportato, anche contro la sua volontà, in un Servizio Dipartimentale di Diagnosi e Cura (SPDC) in cui rimarrà per una o più settimane e comunque fino a quando le sue condizioni torneranno ad essere stabili e compatibili con la convivenza familiare. Questa pratica è necessaria in molti casi e non può durare molto. Inoltre occorre l’autorizzazione del Sindaco del Comune dove il paziente risiede e, ancora, il giudice tutelare può intervenire per chiedere chiarimenti, cosa anche frequente. Quindi è considerato un utile presidio tecnico a disposizione di un dipartimento di salute mentale. Il problema è che molte volte lo stesso paziente subisce due o tre o quattro TSO in un anno e questo ha un significato negativo. Se un servizio trascura le condizioni di vita materiale di una persona, se non si occupa delle sue tensioni, se non l’aiuta nella ricerca di un modo di vita più adeguato, questa persona passerà da un ricovero all’altro senza alcuna speranza di miglioramento. Saranno solo i farmaci a determinare l’intervallo di tempo fra due ricoveri. Ritorniamo sempre ai farmaci se si è scelto di delegare loro il destino di tanti pazienti.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>le case-famiglia</strong></em></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">le case-famiglia o gruppi-appartamento o Strutture Intermedie Residenziali (SIR) sono la testimonianza di una promessa mancata. Le SIR sono finanziate dalle ASL e sono controllate dal Dipartimento di Salute Mentale; la gestione è in genere affidata al personale delle cooperative sociali. Gli aspetti positivi: ospitano pochi pazienti; l’igiene personale e ambientale è generalmente buona; il vitto è decente; spesso si organizzano momenti di aggregazione come gite, brevi vacanze, feste; si cerca di accontentare le richieste degli ospiti su cosa mangiare, sulla scelta di un abito da comprare. Insomma rispetto al manicomio c’è un abisso e anche questa certezza contribuisce a farmi dormire meglio. Ma la promessa iniziale era un’altra: restituire l’autonomia a quelle persone, aiutarle a vivere da sole nei loro Comuni di residenza, convincere la gente del posto che non si trattava di persone pericolose, incentivare la vicinanza fra sani e malati. Invece la rivoluzione si è fermata li. Il pensiero che ha determinato la rinuncia a cercare una vera autonomia dei pazienti psichiatrici è un pensiero condiviso ormai da tutti gli operatori, dagli amministratori pubblici, dai cittadini: abbiamo fatto anche troppo per loro, vivono in residenze confortevoli, serviti e riveriti, non fanno niente dalla mattina alla sera, ma cosa vorrebbero di più? Nessuno dei medici anziani ricorda più le promesse fatte al mondo. Nei loro attuali panni di Capo Dipartimento, Primario, Responsabile della Riabilitazione, Responsabile dei rapporti con le Strutture Convenzionate, hanno spostato la loro attenzione dai pazienti ai loro titoli e conti correnti e nessuno, dico nessuno, ha capito che portare a completo compimento quella rivoluzione, cioè ridare completa dignità a quelle persone, avrebbe significato entrare nella storia. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;"><em><strong>Coclusione</strong></em></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">Da sempre c’è una domanda che viene periodicamente riproposta anche se ormai sempre meno: la malattia mentale esiste o no? Gli anglosassoni dicono di si, che è prodotta dalla mancanza di un enzima o di una proteina, che è ereditaria o familiare. In Italia si sostiene che è una malattia prodotta dalla società nelle situazioni di forte stress emotivo, che rimuovendo le cause si rimuove anche la malattia. Qualunque sia la verità io me ne fotto. Una persona definita malata ha dei problemi, dei bisogni, delle necessità. Che possa guarire o no me ne fotto. Io comincio a fargli compagnia spesso, lo accompagno a fare i suoi servizi per la sua sopravvivenza, parlo con lui delle cose che gli piacciono, lo aiuto a cucinare i suoi piatti preferiti, vado con lui in vacanza, vado con lui al cinema, mi faccio raccontare i suoi sogni e gli racconto i miei, gli do pacche sulle spalle mentre parliamo, per fargli sentire che non provo ribrezzo a toccarlo, sto con lui a Natale ,Capodanno, a Pasqua, sempre. Litigo con chi lo sfotte, chiamo i Carabinieri se c’è qualcuno che lo importuna, gli faccio sentire che ha i suoi diritti e che c’è qualcuno che lo aiuta a difenderli, gli dico di chiamarmi sempre a tutte le ore anche solo per dirmi una stronzata. Dopo tutto questo, solo dopo, mi chiedo se ha bisogno di un farmaco e mai, mai, mi chiedo se la malattia mentale esiste o no. Quello che so è che esiste la solitudine, la mancanza di affetto, la violenza della gente e delle istituzioni, la privazione dei diritti umani. E se è una malattia ereditaria o no, se può guarire o no, io me ne fotto. Un vero Servizio di Salute Mentale dovrebbe fare tutto questo prima di ogni altra cosa. E’ chiaro che uno schema simile relega la figura del medico sullo sfondo. E’ il medico che impedisce il cambiamento. A queste richieste si risponde con la più becera, rozza e incolta delle risposte: e dove li troviamo i soldi per fare tutte queste belle cose? Basterebbe rendere pubblico il bilancio dettagliato di un Dipartimento di Salute Mentale: potremmo finalmente conoscere qual’è la spesa per i farmaci, quella per i ricoveri in strutture convenzionate, quella per la formazione professionale, quella per le consulenze. Ma ormai i medici e gli amministratori delle ASL hanno chiuso il cerchio ribadendo che quella attuale è l’unica e la migliore assistenza psichiatrica possibile. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-family: Courier;"><span style="font-size: medium;">Fra due anni vado in pensione.</span></span></p>
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		<title>Appello de &#8220;Il Manifesto&#8221;: Carceri aperte ai giornalisti</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 17:35:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Punti di vista]]></category>

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		<description><![CDATA[Il manifesto e Antigone: Carceri aperte ai giornalisti
L&#8217;opinione pubblica ha diritto di conoscere quanto accade nei penitenziari italiani. Non esiste alcuna norma che vieti espressamente alla stampa di visitare gli istituti carcerari. Ma, negli ultimi anni, l&#8217;amministrazione penitenziaria ha ristretto sempre più le possibilità di accesso.
Il diritto all&#8217;informazione libera deve poter comprendere la visita dei ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/appello-de-il-manifesto-carceri-aperte-ai-giornalisti/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il manifesto e Antigone: Carceri aperte ai giornalisti</p>
<p>L&#8217;opinione pubblica ha diritto di conoscere quanto accade nei penitenziari italiani. Non esiste alcuna norma che vieti espressamente alla stampa di visitare gli istituti carcerari. Ma, negli ultimi anni, l&#8217;amministrazione penitenziaria ha ristretto sempre più le possibilità di accesso.</p>
<p>Il diritto all&#8217;informazione libera deve poter comprendere la visita dei luoghi di detenzione, nel rispetto della sicurezza pubblica. Al ministro della Giustizia, che denuncia l&#8217;emergenza carceri, segnaliamo che esiste anche &#8220;un&#8217;emergenza informazione&#8221;, per questo chiediamo di cambiare regole e prassi autorizzando l&#8217;accesso ai giornalisti nelle sezioni delle carceri al fine di raccontare la quotidianità della vita reclusa, non solo gli eventi tragici o eccezionali.</p>
<p>Primi firmatari:</p>
<p>Rita Levi Montalcini, Stefano Rodotà, Valerio Onida, Lucia Annunziata, Bianca Berlinguer, Rosaria Capacchione, Gian Antonio Stella</p>
<p>Hanno aderito:</p>
<ul>
<li>Marcello Zinola, giornalista, segretario associazione ligure giornalisti-Fnsi</li>
<li>Giacomo Ficarelli</li>
<li>Giovanna Pasi, SKY TG24</li>
<li>Giuliana Deflorio</li>
<li>Mauro Mazzone</li>
<li>Luca Tiberti (Pistoia)</li>
<li>Alessandra Magenes (Milano)</li>
<li>Maria Adriana Frigo (Milano)</li>
<li>Gruppo EveryOne</li>
<li>Gruppo Watching The Sky</li>
<li>Associazione Anne&#8217;s Door</li>
<li>Roberto Malini, scrittore</li>
<li>Matteo Pegoraro, scrittore e operatore sociale</li>
<li>Dario Picciau, regista</li>
<li>Glenys Robinson, Pubbliche relazioni internazionali</li>
</ul>
<p>Per aderire inviare una mail a: <a href="mailto:appelli@ilmanifesto.it">appelli@ilmanifesto.it</a></p>
<p><a href="http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/01/articolo/2193/">http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/01/articolo/2193/</a></p>
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