Centri di salute mentale? Meglio militarizzati

schermata-2021-11-18-alle-12-44-55La sentenza del Tribunale di Bari

di Peppe Dell’Acqua

Depositate lo scorso ottobre le motivazioni della sentenza che chiude il processo per omicidio colposo  a Domenico Colasanto, Direttore dell’Asl di Bari all’epoca della morte per mano di un paziente di Paola Labriola. I giudici lo hanno condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione rilevando che per le direzioni aziendali il pareggio di bilancio, veniva prima della sicurezza del personale. Certamente, diciamo noi, veniva prima di progetti adeguati per dare a quei luoghi presenza e voci, cure possibili, operatori preparati e motivati, accoglienza dignitosa. Nella motivazione i giudici chiariscono che ”la sottovalutazione del tema della sicurezza sul lavoro e la visione del criterio economico come guida principale ha determinato le scelte del Dg di non redigere il documento di valutazione dei rischi  e di non adottare adeguate misure prevenzionali, così creando le premesse per lasciare privo di adeguati presidi di sicurezza il Centro di Salute Mentale dove si è verificato il barbaro omicidio della dottoressa Labriola, che esercitava le sue funzioni con abnegazione in un Csm ad alto rischio di sicurezza”.

Colasanto è stato ritenuto responsabile di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e omissione di atti d’ufficio. Un passaggio ulteriore è ancora piĂą sconcertante,  secondo i giudici, “vi è stata una sottovalutazione del rischio di aggressioni al personale, anche per l’adesione alle teorie basagliane contrarie alla militarizzazione dei Csm..”.

Sono passati sei anni da quel tristissimo giorno. Le prime reazioni furono un coro di affermazioni sconcertanti. Tutti invocarono la “sicurezza”. Il sindaco di Bari promise un’ordinanza per impegnare vigili urbani armati, in coppia, a presidiare l’ingresso dei Centri di salute mentale, che forse solo in quel tragico momento giungevano alla sua attenzione. L’assessora regionale alla sanitĂ  ordinò alle Asl di acquisire un servizio di vigilanza con guardie armate. Promise perfino di istituire a livello regionale corsi di difesa personale per le operatrici. Assicurò nei turni di lavoro “la promiscuitĂ  di genere fra gli operatori”.
“Ridurremo i centri non per tagliare i servizi (!) – disse – ma per implementarli, per fare in modo che dentro vi sia piĂą personale”. Fu il commento piĂą sconcertante. L’accorpamento dei servizi cui l’assessora si riferiva era un punto forte del piano regionale giĂ  in atto: si passò per esempio, da tre centri di salute mentale (ognuno con una popolazione di circa 100mila abitanti) a uno solo. In quell’unico centro aumenterĂ  il personale, disse ancora l’assessora. Questa volta le promesse della giunta si realizzarono: i centri di salute mentale furono ridotti di numero, la popolazione di riferimento è di molto aumentata, i territori sono diventati inconoscibili.
La Puglia, come ormai quasi la totalità delle regioni, continua a spendere due terzi delle risorse per la salute mentale in istituti, strutture e comunità sedicenti terapeutiche. Un’enormità di risorse buttate in luoghi dove le persone vengono depositate per decenni: il territorio sempre perennemente sguarnito e sempre pieni i servizi psichiatrici ospedalieri di diagnosi e cura. Tutti con le porte blindate. In molti di questi si pratica la contenzione. Solo pochissimi riescono a garantire porte aperte e non contenzione a costo di fatiche e ostacoli che si possono immaginare.

Non è bastata la morte tragica e dolorosa di Paola; non è accaduto nulla che interrogasse le politiche, le psichiatrie, le accademie. Di lì a poco la Società italiana di psichiatria annunciò la prima Giornata Nazionale sulla Sicurezza degli operatori. Nella lettera d’invito del presidente della Sip le parole ricorrenti erano “violenza e aggressività dei malati di mente”. Il convegno si tenne a Bari il 24 ottobre 2014 in memoria di Paola Labriola. Paola mai avrebbe partecipato a un incontro del genere. Avrebbe preferito di no.

Vincenzo Poliseno, l’uomo che uccise Paola, ora sconta una pena a 30 anni di carcere. Il perito psichiatra lo ha ritenuto capace di intendere e di volere. Un uomo, un marginale ed emarginato, fracassato dalla sua storia, che aveva trovato sempre risposte parziali, luoghi respingenti, che avrebbero dovuto essere i luoghi deputati a incontrarlo. Nel Centro di salute mentale quella mattina, Paola Labriola l’ha accolto. Sapeva bene che il suo impegno doveva favorire l’incontro e la cultura dell’accoglienza, e trovare qualche risposta sensata. I servizi, in tutto il paese, già allora stavano drammaticamente perdendo la cultura e le pratiche dell’accoglienza. Già allora subivano la trascurata superficialità delle politiche regionali e ormai da tempo le risorse per la salute mentale si trovavano agli ultimi posti nella scala degli obiettivi delle aziende sanitarie. Luoghi miseri e invisibili. Paola gridava nel deserto.

Sei anni sono passati invano. I giudici aderiscono alle prime banali reazioni a caldo e per ciò poco ragionate del sindaco, dell’assessora, delle accademie. I centri devono essere luoghi “militarizzati”, dicono, muniti non di un numero congruo e qualificato di operatori ma di guardie armate. I processi di rinnovamento che Paola (militante CGIL) quotidianamente cercava di rendere concreti diventano essi stessi una colpa e causa della sua morte.

Ora le direzioni aziendali, gli assessorati regionali e le tante psichiatrie della distanza e della pericolositĂ  possono sentirsi piĂą sicure nel proseguire politiche psichiatriche mancanti di una qualsiasi visione che veda il cittadino al centro dei processi di cura.
I Dg sono invitati a badare che i luoghi della “cura” siano ben chiusi e vigilati, come peraltro accade in 9 SPDC su 10 (vedi la denuncia di Vitaliano Trevisan sul Spdc di Vicenza) e prestare la massima attenzione perché nei dipartimenti di salute mentale, sia chiaro, gli operatori la smettano di “basagliare”.

Trieste, novembre 2021

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