Ceramica: produzione o terapia?

di Lauren Moreira

Premessa

Mi sento in dovere di fare questa riflessione dopo aver ascoltato l’intervento di un operatore durante la seconda assemblea, “L’inserimento lavorativo delle persone con l’esperienza del disagio mentale” nel convegno “Impazzire si può” a Trieste, il 23 giugno.

Sono entrata in contatto con il Centro di Salute Mentale di Spilimbergo per lo stesso motivo per cui vi arrivano i pazienti: appartenenza territoriale.

Undici anni fa il centro aveva bisogno di un operatore che occupasse le persone che lo frequentavano, facendo fare loro dei “lavoretti”. Sono ceramista e già collaboravo con la cooperazione sociale. Da una lista di possibili candidati, io ero quella che abitava più vicino al centro di salute mentale.

Il primo anno è stato difficile perché i pazienti erano abituati a un’attività molto libera, scollegata da un fine preciso. Ho voluto che imparassero a fare ceramica in modo compiuto, dalla preparazione dell’argilla al prodotto finito, con il consenso del Centro di Salute Mentale di Spilimbergo e della Coop Noncello che ospita il laboratorio e gli inserimenti in percorso formativo. Credevo e credo ancora oggi di più, che fare finta di lavorare sia avvilente e sminuente per la dignità delle persone.

L’argilla come materia terapeutica è meravigliosa: permette una libertà che altri materiali non danno, è facile da manipolare e costa poco come materia prima. Questa semplicità induce educatori e operatori a credere che chiunque possa produrre ceramica. Il risultato è deleterio: si ottengono prodotti di bassissima qualità con scarsa possibilità di trovare mercato se non nei circuiti caritatevoli.

Il progetto Pot-aux-fous ha l’intento di rovesciare questa tendenza attraverso la qualità.

La qualità non si raggiunge da un giorno all’altro. Ci sono voluti tre anni di lavoro e di collaudi per arrivare al prodotto finito. E, soprattutto, c’è bisogno di un artigiano ceramista, non solo di un operatore psichiatrico, per quanto pregno di buona volontà.

Siamo partiti dalla ricerca dell’argilla giusta, la scelta della forma, la scelta dello smalto appropriato per alimenti, i colori non tossici e la giusta temperatura per la cottura delle pirofile. Infine abbiamo dovuto trovare persone disposte a provare le pirofile, magari rischiando il proprio forno!

Certo abbiamo perso tanto materiale durante il processo. Tante risorse sprecate, avrebbe detto l’operatore all’assemblea. Non credo sia il caso nel progetto Pot-aux-fous, credo piuttosto ad un investimento, pienamente ripagato dai risultati ottenuti finora a soli sei mesi della prima presentazione.

Due sono state le obiezioni sollevate contro il progetto.

La prima riguardava il prezzo delle pirofile, tre volte quello di mercato. Penso che il problema sia irrilevante, visto che l’acquirente fa una scelta filosofica più che materiale. E’ lo stesso motivo per cui si acquista biologico o km zero o equo solidale; è una scelta di vita.

La seconda riguardava la nostra capacità produttiva. Siamo sicuri di consegnare una commessa di settemilaquattrocentottanta pezzi? Si, se il cliente è disposto ad aspettare altrettanti giorni!

Non vogliamo, ne possiamo, fare concorrenza alla ceramica industriale. Il nostro lavoro è fatto completamente a mano, con i tempi di rito. L’argilla ha tempi lunghi ed è per questo che si presta così bene al ritmo dei pazienti. Per questo è terapeutica. Per questo è utile.

“La chiocciolina, simbolo di Slow Food, è lenta, ma tenace nel tracciare il proprio percorso.”

Fondazione Slow Food – Terra Madre, i primi sostenitori del progetto Pot-aux-fous.

Lauren Moreira

Istruttore tecnico della riabilitazione

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Un Commento a “Ceramica: produzione o terapia?”

  1. Per chi fosse dalle parti di Vicenza, domenica 9 ottobre, saremo in un mercatino artigianale vero con le nostre pentole folli.

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