La salvaguardia del capitale etico

45578_tndi Barbara Buoso

“Contro la stupidità anche gli dei sono impotenti. Ci vorrebbe il Signore. Ma dovrebbe scendere lui di persona, non mandare il Figlio; non è il momento dei bambini.”

(John Maynard Keynes. Le conseguenze economiche della pace)

“Nel lungo periodo tutti siamo morti”. Verrebbe da dire, parafrasando John Maynard Keynes in risposta a coloro che criticavano l’applicabilità dei suoi modelli sul lungo periodo, anche ‘in the short run’, anche nel breve periodo. E se, sempre citandolo attraverso una sua opera, quelle che stiamo vivendo in questi giorni (il coinvolgimento, con ruoli di primo piano, di importanti esponenti della cooperazione sociale romana in vicende di delinquenza mafiosa e neofascista nella Capitale) sono “Le conseguenze economiche dalla pace”, ci si domanda, in estrema franchezza, se sia sufficiente non avere conflitti ‘armati’ palesati dallo Stato piuttosto che dichiarati dalla fame, dalla disperazione, dal degrado della popolazione.

In questa condizione di pace ‘incivile’ – citiamo Gian Luigi Bettoli, presidente di Legacoopsociali Friuli Venezia Giulia (vedi sotto) – “Mentre noi ci stiamo svenando, letteralmente, per resistere alle politiche monetaristiche deflattive che stanno deindustrializzando il nostro paese e creando una povertà sempre più estesa; navigando a vista tra spending review e tagli lineari ai servizi alla persona, privatizzazione dei beni comuni, distruzioni crescenti di posti di lavoro e reddito e lesioni crescenti dei diritti umani fondamentali; emerge una crisi crescente del mondo cooperativo, che vede il “mondo Legacoop” purtroppo in prima fila”. C’è da domandarsi non tanto quali siano le cooperative coinvolte e quali no, quali siano ‘dentro’ o ‘fuori’ Legacoop, quelle – sempre come dice Bettoli – “col bollino di qualità della nostra bandiera”.

Gli echi delle infiltrazioni sull’Expo sono stati utili soprattutto alla stampa per scrivere pagine e pagine di castelli accusatori contro il sistema malato, a quella schiera di scrittori che hanno fatto della denuncia uno stile e che con quello stile riempiono prime serate alimentando il ‘nostro sistema malato’. Ogni inchiesta, come una cellula impazzita che parte alla conquista dell’intero corpo del malato, viene battezzata col nome di questo o quel personaggio beccato in castagna: e come per le fasi meteorologiche ché non ci basta più chiamare il bello e cattivo tempo col suo nome, anche per le razzie arrivano gli strilli somiglianti più a nomi dei panini dell’Autogrill. L’informazione vuol più farsi leggere, pare, che capire: anche questo sarà un effetto collaterale del ‘sistema malato’.

Pare addirittura, certi momenti, si tenti un alleggerimento delle infrazioni ascrivendole non più – e meramente – al registro degli indagati ma a una inevitabile catastrofe sociale in cui non si può che soccombere.

Da questa percezione sociale guardare alle finalità cooperativistiche pare impresa epica; illusorio quanto cangiante il capitolo della vigilanza (“chi controlla i controllori?”) e nemmeno ce la si può cavare adducendo come giustificazione che, tanto, se c’è la tendenza a sfruttare le situazioni comunque lo si sarebbe fatto: al di là della natura giuridica delle società.

Punto, quest’ultimo, su cui non siamo d’accordo auspicando sia doveroso avviare una riflessione condivisa con Bettoli augurandoci venga formato un tavolo di lavoro che affronti i temi fondamentali delle sembianze giuridiche delle Cooperative alla luce delle nuove fisionomie sociali che ci impongono  una riflessione aperta sulle medesime parole connotanti la cooperazione, ossia ‘bene comune’, ‘collettività’ e, non per ultima, ‘etica’.

A proposito del “mondo di mezzo”

Di Gian Luigi Bettoli

I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. [...]  Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. [...] Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.”
Enrico Berlinguer, intervista a “la Repubblica”, 28 luglio 1981

Sono stato sollecitato dalle cooperative sociali aderenti ad esprimere il pensiero di Legacoopsociali regionale sulle ultime vicende cooperative-giudiziarie romane: vi mando quindi queste poche righe.

Quanto successo in questi giorni (il coinvolgimento, con ruoli di primo piano, di importanti esponenti della cooperazione sociale romana in vicende di delinquenza mafiosa e neofascista nella Capitale) aggiunge un ulteriore episodio ad un momento tra i più critici nella storia della cooperazione, per come l’abbiamo vissuta.

Mentre noi ci stiamo svenando, letteralmente, per resistere alle politiche monetaristiche deflattive che stanno deindustrializzando il nostro paese e creando una povertà sempre più estesa; navigando a vista tra spending review e tagli lineari ai servizi alla persona, privatizzazione dei beni comuni, distruzioni crescenti di posti di lavoro e reddito e lesioni crescenti dei diritti umani fondamentali; emerge una crisi crescente del mondo cooperativo, che vede il “mondo Legacoop” purtroppo in prima fila.

Non ci può consolare il fatto che non tutte le cooperative “nell’occhio del ciclone” aderiscano a Legacoop (basti pensare ad un influente politico nazionale coinvolto nella bancarotta di una banca cooperativa).

Un tempo aderire a questa associazione bastava ed avanzava per avere un automatico “bollino di qualità” quanto a rispetto delle regole, eccellenza nella qualità, tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

Nel corso di pochi mesi abbiamo visto cooperative aderenti, talvolta anche sociali, coinvolte nella corruzione per gli appalti dell’Expo di Milano ed il Mose di Venezia; nello sfruttamento degli immigrati e nella gestione di campi di concentramento inumani; in fenomeni sistematici di sfruttamento del personale della logistica ed in gestioni oligarchiche e suicide di cooperative di consumo con una storia secolare. Ci mancavano solo l’attuale episodio di coinvolgimento di una storica cooperativa sociale romana, la “29 giugno”, protagonista di un’azione esemplare di emancipazione dal sistema carcerario, in una storia estrema di corruzione e distorsione assoluta del sistema politico democratico.

E’ ovvio che dobbiamo interrogarci sul senso di quello che facciamo e sui caratteri fondamentali della cooperazione. Se qualche caso di deviazione dalla “retta via” può essere considerato fisiologico,l’attuale epidemia di malacooperazione deve indurci ad una riflessione e ad una reazione di alto livello.

Quello che appare, in primo luogo, è che l’omologazione della cooperazione al sistema socio-economico dominante, quello capitalistico, è andata oltre la soglia sopportabile. Fare impresa è una cosa (dobbiamo garantire equilibrio economico e solidità alle società cooperative), dimenticarsi dei “sacri principi” della cooperazione, cioè in sintesi della DEMOCRAZIA ECONOMICA, è altro. E’ necessario ritornare, idealmente, in pellegrinaggio, a Rochdale, dai poveri tessitori che costruirono la prima cooperativa di consumo come strumento di emancipazione, di acculturazione, di resistenza al sistema e di sperimentazione di una società più giusta. O forse, se si preferisce, dobbiamo tornare ai principi di quei preti cooperatori che riunivano contadini poveri per assicurare mutua assistenza; o a quella mutualità spontanea che connota gran parte delle società tecnologicamente “primitive” ma eticamente essenziali; o ancora – a scelta – a quelle confraternite medioevali in cui si mettevano insieme povertà e strumenti di lavoro, preghiere e bestemmie per essere almeno sepolti dai compagni di viaggio di una peregrinazione senza fine da un cantiere all’altro dell’Europa dei secoli bui.

In sintesi, i riferimenti sono pluralistici, ma convergenti. E riportano a quei tre sacri principi inalberati dai sanculotti rivoluzionari: LIBERTA’, EGUAGLIANZA, ed il più negletto ma significativo, FRATERNITA’.

Le persone che trovano l’aspetto nobile, etico della cooperazione sono quelle che sono entrate nelle cooperative o le  hanno fondate sulla base dei principi che hanno al centro gli “ultimi”. Sono persone coerenti con il loro agire perché mosse da valori in cui credono; poi ci sono quelli che hanno visto il “sistema cooperativa” come un modo per sfruttare le situazioni; avrebbe potuto essere stata una qualsiasi altra forma societaria.

Insomma: il problema non è scoprire che qualche delinquente è tra noi.

Quello succederà sempre. Anche se fa venire ribrezzo sapere che presidente di una cooperativa sociale fosse un assassino di ragazze che si prostituivano: noi non siamo dio, e comunque Lazzaro non fu fatto risorgere per diventare apostolo… Quando si supera un certo limite vuol dire che abbiamo perso il buon senso, oltre che un minimo di occhio nella vigilanza. Non basta ripensare gli strumenti di vigilanza (che pure appaiono oggi superati tecnicamente dagli avvenimenti): quello di cui abbiamo bisogno è chiarire che il nostro lavoro è particolare, ha un senso ed un’ETICA che viene prima di ogni compatibilità politica o economica.

In particolare, lavorare nella cooperazione sociale contiene in nuce la speranza di una trasformazione, la fiducia nel cambiamento. Proprio oggi c’è chi ha definito l’operatore sociale un ’sacerdote del bene comune’, un ‘catalizzatore di beni fiduciari’. Tradire il bene comune e non lavorare al servizio della collettività tradisce il senso stesso della cooperazione.

Se perdiamo il senso dell’orizzonte verso cui ci rivolgiamo, anche il nostro lavoro perde di significato.

Gian Luigi Bettoli, presidente di Legacoopsociali Friuli Venezia Giulia

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