Corrado De Rosa. “La camorra usa la psichiatria per cancellare il crimine”

vcg1Raggiungiamo telefonicamente Corrado De Rosa, autore de “I Medici della Camorra”, edito da Castellvecchi. Lui è uno psichiatra e affronta, per la prima volta, i perché la criminalità organizzata strumentalizza la malattia mentale. Un tema che sicuramente farà molto discutere.

De Rosa che cos’è un disturbo mentale?

 

Per rispondere prendo in prestito la definizione di “salute mentale” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Secondo l’OMS, l’espressione “salute mentale” si riferisce a uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni. Quando quest’equilibrio si altera e da questa alterazione derivano difficoltà di adattamento all’ambiente e conseguenze negative personali, relazionali, lavorative o scolastiche e sofferenza, nasce un disturbo mentale. Un insieme eterogeneo, cioè, di patologie che associano una serie di segni e sintomi che compromettono il modo di pensare, la sfera emotiva e le relazioni sociali.

 

Perché la perizia psichiatrica viene utilizzata nel processo penale?

 

Per fornire ai giudici elementi utili per le loro decisioni. Si tratta, tecnicamente, di un “mezzo di ricerca della prova” (non di una “prova” in senso stretto) richiesto quando sono necessarie valutazioni che necessitano di competenze tecniche scientifiche. Nel caso della perizia psichiatrica nei processi di camorra, queste competenze vengono utilizzate per quattro motivi principali: per valutare se eventuali disturbi psichiatrici abbiano inciso sulla capacità di intendere e di volere di un imputato al momento dei fatti, per valutare la probabilità che – per motivi legati al disturbo psichiatrico di cui risulti eventualmente affetto – l’autore possa commettere nuovamente lo stesso reato, per valutare la compatibilità per motivi di salute con il regime carcerario da parte del detenuto e per appurare la capacità di partecipare coscientemente al processo.

 

Lei afferma nel suo libro che la criminalità organizzata utilizza a proprio piacimento questa scienza. Come mai?

 

Cerca di utilizzarla a suo piacimento, ma non sempre ci riesce. E cerca di utilizzarla perché, in qualche modo, la follia cancella il crimine. Dalle risposte fornite ai giudici, infatti, possono derivare più o meno tangibili benefici giudiziari: l’infermità azzera le pene, la semi-infermità le riduce di un terzo, l’incompatibilità carceraria per motivi di salute fa uscire dal carcere e l’incapacità processuale rallenta i processi.

 

Ma la perizia psichiatrica può essere definita una scienza esatta?

 

La perizia psichiatrica è una delle declinazioni della psichiatria, che è una scienza medica e come tale non ha l’esattezza della matematica, della logica, della chimica o della fisica; non ha, cioè, gli elementi che le consentono di rispondere a qualsiasi domanda con rigore e risultati esatti. Stiamo parlando, peraltro, di una disciplina medica per certi versi ancora alla ricerca di una sua collocazione che però, anche grazie ai progressi compiuti dalla ricerca negli ultimi anni, si fonda sul riconoscimento di segni e sintomi, sulla formulazione di diagnosi riproducibili e su protocolli terapeutici efficaci. Quando si lavora nel campo delle perizie psichiatriche, poi, si entra in un ambito al confine tra la medicina e la giurisprudenza e questo può renderle un artificio tecnico che rischia di perdere la sua scientificità per motivi legati sia all’una che all’altra disciplina. Per esempio, il fatto che i disturbi psichici non sono obiettivabili da TAC, risonanze magnetiche o radiografie, induce alla esagerazione o alla franca simulazione dei disturbi. Spesso accade, poi, che i giudici chiedano agli psichiatri di valutare se la presenza di disturbi psichiatrici abbia o meno influito su un reato, che però chi deve essere periziato nega di aver commesso. Il caso di Annamaria Franzoni è uno dei più eclatanti ma le cronache giudiziarie sono piene di queste evenienze, ed è chiaro che la soglia di incertezza in cui ci troviamo può far scivolare la giustizia nelle ambiguità della psichiatria e viceversa. A questo, in realtà, è difficile fornire oggi risposte convincenti.

 

Lei evidenzia anche difficoltà oggettive per svolgere le perizie. Si può accennare ad un “sistema” di corrotti e corruttori che gestisce tutto questo?

 

La risposta a questa domanda richiede una premessa: ci sono molti affiliati che soffrono sul serio di disturbi psichici e ci sono psichiatri che riconoscono questi disturbi, così come riconoscono e attestano sintomi di malattia simulati. Quello che si può dire, senza incorre nel rischio di banalizzare la questione dicendo che tutto è corrotto, è che proprio durante lo svolgimento di una perizia psichiatrica si lavora in un contesto in cui possono infiltrarsi i sistemi criminali approfittando di specializzazioni professionali sempre più disparate. Di fatto, non credo che si possa parlare oggi di un “sistema” di corrotti e corruttori che gestisce l’affare delle perizie. Questo “sistema” esisteva alla fine degli anni Settanta, quando in modo quasi automatico gli affiliati di camorra, molti mafiosi ed elementi di spicco della Banda della Magliana e dei movimenti eversivi utilizzavano le perizie psichiatriche come strategia difensiva quasi automatica. Tornando all’attualità, credo si possa considerare l’utilizzo delle perizie come qualcosa che attiene alla decisione dei singoli, di legali senza scrupoli e di medici più o meno compiacenti; è chiaro che se ci sono affiliati che fanno finta di essere pazzi ci sono medici che glielo consentono.

 

Franco Roberti, nel commento conclusivo al suo libro, sostiene che lo Stato non ha mai considerato il contrasto alla criminalità organizzata una priorità. Qual è il suo punto di vista in merito?

 

Non ho gli elementi del dr Roberti per poter rispondere a questa domanda. Provo a farlo dal mio angolo di visuale di psichiatra. La mia sensazione è che non vengano tutelate le professioni di ausilio ai giudici. Mi spiego meglio: i periti sono scelti in base a una semplice iscrizione a un albo (basta pagare una tassa di circa 150 euro per farlo) che non prevede valutazioni di competenze tecniche o di curriculum professionali; non esiste un codice di deontologia peritale e nessuna regola vieta che uno psichiatra possa svolgere una consulenza di parte per un boss e una perizia per un giudice magari sul cugino di quel boss in un procedimento giudiziario connesso. Siamo evidentemente in un conflitto di interessi che andrebbe approfondito. Infine, le perizie per conto dei giudici sono mal retribuite e spesso pagate dai tribunali in tempi molto lunghi. Questo meccanismo rischia di indurre gli psichiatri esperti e quelli più autorevoli a preferire le consulenze di parte a quelle di ufficio, quelle – cioè – richieste dai giudici. Per una valutazione della compatibilità carceraria di un affiliato lo Stato paga poco meno di 400 euro, per la stessa valutazione i consulenti di parte chiedono e ottengono senza particolari sforzi parcelle di dieci volte superiori

(da Agoravox)

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