Diagnosi, “common language” e sistemi di valutazione nelle politiche di salute mentale

357copertina1Dall’ultimo numero di Aut Aut, La diagnosi in psichiatria, Giovanna Gallio intervista Benedetto Saraceno

Diagnosi, “common language” e sistemi di valutazione nelle politiche di salute mentale

Il non-luogo della diagnosi

Giovanna Gallio. In un testo del 1986, prendendo spunto dall’enciclopedia degli animali di Borges e dal commento che Foucault ne aveva fatto introducendo Le parole e le cose, definivi l’uso della diagnosi in psichiatria come un modo per trasferire i soggetti dai propri luoghi e tempi di vita, nel “non-luogo del linguaggio”: una sorta di “rapimento fantastico”, con effetti tuttavia molto reali (“un paradosso fantastico che ha tutte le caratteristiche della realtà”). Facevi l’esempio di Karl Menninger, che in un suo libro del 1963 aveva ricostruito elenchi e classificazioni di malattie mentali risalenti a duemilacinquecento anni prima, con i medesimi effetti di esilarante incoerenza del testo borgesiano. In questo caso, trattandosi di persone in carne e ossa, di cui la diagnosi si appropria per dislocarle in uno spazio che non è immaginario o vuoto, o “ridotto a niente” come quello di Borges, il riso si rapprende in tante domande sui materiali della realtà di cui la diagnosi si serve, e sulle nuove realtà che produce.

Benedetto Saraceno. È una constatazione quasi banale: la diagnosi in psichiatria non ha nulla a che fare con l’esperienza della persona diagnosticata … (leggi tutto)

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