“Dobbiamo saper guardare dentro noi stessi e raccontare i fatti in maniera precisa”

Natale_2Intervento di Roberto Natale, presidente FNSI, al convegno “Impazzire si può”

Trieste, 23 giugno 2010: presentazione della prima bozza della Carta di Trieste

 

I parte

Proverò ora a dire perché siamo qui, perché come giornalisti italiani – l’FNSI, il sindacato unitario che li rappresenta – abbiamo grande interesse a proseguire in questo percorso che oggi qui compie un primo rilevante passo.

Come sapete, sono i mesi e i giorni in cui noi giornalisti italiani alziamo la voce per lamentare, per denunciare il bavaglio che ci si vuole mettere. Tutto vero e giusto: i rischi di censura ci sono e sono fortissimi. Però ce la racconteremmo troppo facile se pensassimo di far credere alla società italiana e a noi stessi che i problemi dell’informazione derivino solo da cattivi che stanno fuori e che vogliono impedirci di fare bene il nostro lavoro.

I rischi di censura ci sono, ma esistono problemi grandi di auto-censura, di auto-bavaglio, di qualità insufficiente dell’informazione. Dobbiamo insomma saper guardare dentro noi stessi. Se vogliamo la solidarietà di tanta parte dell’opinione pubblica, quella che stiamo sentendo in questi mesi della lotta contro il disegno di legge contro le intercettazioni, dobbiamo meritarcela anche aprendo un discorso critico e autocritico su quello che non va nella nostra informazione, per nostra specifica responsabilità.

Da questa premessa è nato il nostro coinvolgimento nel lavoro sulla cosiddetta Carta di Trieste: perché il modo in cui raccontiamo le questioni della salute mentale è uno dei tanti esempi, purtroppo, che possiamo fare delle carenze qualitative che il nostro giornalismo mostra. Si ricordava poco fa che nel ragionare sulla Carta siamo partiti da quello che è e dovrebbe essere il pilastro del lavoro di noi giornalisti. Nella legge istitutiva dell’ordine professionale, all’articolo 2, si dice che il nostro obbligo inderogabile è «il rispetto della verità sostanziale dei fatti». Vuol dire che non ci coinvolgiamo in questo ragionamento perché – per usare una parola alla moda – chiediamo al giornalismo di essere più buono o buonista; non vogliamo edulcorare nulla, ma dobbiamo sapere raccontare i fatti, le notizie socialmente rilevanti in maniera precisa. Questo significa una serie di cose:

-         L’uso preciso delle parole, innanzitutto. Non abbiamo paura di dire che c’è bisogno di educarci all’uso preciso delle parole. L’osservazione che mi accingo a fare vale su questo tema delle parole ma vale più in generale su tutto questo percorso. Abbiamo seguito un percorso simile negli anni scorsi sul tema dell’immigrazione: forse avrete sentito parlare di una Carta di Roma che riguarda la necessità di un’informazione più corretta sui temi dell’immigrazione. La Carta di Roma nacque come ispirazione nel dicembre 2006 all’indomani della strage di Erba, dopo che – lo ricorderete – l’informazione italiana aveva dato, nelle prime 24 ore successive alla scoperta di quella strage, uno spettacolo di spaventoso conformismo razzista. Erano partiti tutti alla caccia di Azouz Marzouk, che sicuramente doveva essere il colpevole. Per quella reazione così compattamente razzista venimmo interpellati e ci fu chiesto: «come mai il giornalismo italiano ha reagito in questa maniera? Cos’è che non funziona al vostro interno»? Da lì cominciò un approfondimento che ci ha portato a varare una Carta: in essa si prevede anche un glossario perché, approfondendo il confronto con le organizzazioni di immigrati e le rappresentanze della associazioni di volontariato che si occupano di questi temi, ci vennero fatte delle domande sull’uso delle parole. Ne ricordo un paio in particolare: «ma perché voi giornalisti usate “clandestino”, “immigrato”, “extracomunitario”, “rifugiato”, “richiedente asilo” come se fossero sinonimi? Lo sapete che dietro ognuno di questi termini ci sono realtà diverse, che queste parole hanno significati diversi»? La risposta per molti di noi era: «No, non lo sappiamo». Anche all’origine di questa Carta c’è stata una domanda del genere. Nell’incontro di qualche mese fa, nella sede della Federazione della Stampa, qualcuno tra i promotori della Carta di Trieste ci ha detto: «Vi rendete conto che quando usate il termine “un leader politico schizofrenico” voi state mandando un segnale fortissimo e durissimo, che va ben oltre il pubblico di chi segue le cronache politiche»? Confesso che non ci avevo mai pensato, esattamente come tanti di noi hanno usato in questi anni il termine “clandestino” senza rendersi conto della connotazione implicitamente ma pesantemente negativa che a questo termine si accompagna. È nata da lì l’idea, innanzitutto per educarci, di cominciare a fare l’elenco delle parole che usiamo con troppa superficialità, con troppa approssimazione, cominciando a imparare che se una persona che ha avuto 5 bypass si sente definire come “il cardiopatico” si arrabbia. È uno sketch efficace a cui ho assistito di persona e che mi ha insegnato qualcosa di importante: è uno sketch che fa formazione per i giornalisti, dicendo che ciascuno di noi è un insieme di condizioni e non vuole essere “appiccicato” a una sola di queste. Dunque un glossario perché – non c’è da vergognarsi a dirlo – abbiamo bisogno di essere educati, abbiamo bisogno di cominciare ad apprendere l’uso delle parole. Ripeto, per essere chiaro: magari anche giornalisti e giornaliste, pur ben predisposti verso questo tipo di temi, talvolta scivolano, scivoliamo, perché non abbiamo ragionato sulle implicazioni profonde delle parole. Allora l’unico modo per tirarcene fuori è lavorarci insieme a chi, occupandosene da anni o vivendo da anni in questi problemi, sa spiegarci le conseguenze dell’uso, talvolta troppo leggero, che facciamo delle parole.

-         Seconda buona regola, che vale in linea generale per tutto il giornalismo: evitare la spettacolarizzazione, dramma dell’informazione di questi anni, certamente non relativa solo ai temi della salute mentale. Noi abbiamo un Problema con la “P” maiuscola: un giornalismo che tratta le questioni in maniera direttamente proporzionale alla loro possibile efferatezza, in modo da poterci fare il titolo gridato, il pezzo che prenda allo stomaco, la foto che strappi un moto di stupore, ma pochissimo aiuta a capire.

-         Necessità di saper raccontare anche le esperienze positive. Anche su questo siamo ancora attrezzati pochissimo. La battuta tipica di un medio quadro redazionale, di un caporedattore qualsiasi rispetto a un’iniziativa come quella vostra e nostra di oggi, sarebbe: «Dov’è la notizia»? Se qualcuno per strada dà una botta in testa al dottor Dell’Acqua è di sicuro una notizia. Se qui si ragiona sul modo in cui una parte significativa della cultura italiana in tema di salute mentale sta dando conto degli avanzamenti ci sentiremo chiedere: «Sì, ma la notizia dove sta»? Ci aiuta – e colgo l’occasione, da cittadino e anche da dipendente Rai, di ringraziarlo – la presenza di Fabrizio Gifuni, che una volta tanto è elemento di richiamo che corrisponde alla sostanza di un lavoro fatto sulla comunicazione di straordinaria importanza (ne parlerò tra un attimo). È un lavoro lungo, qui è stato detto che questo è il calcio d’inizio: il lavoro è lungo come è lungo ­- sarebbe paradossale che provassi io a spiegarlo a voi -cambiare la testa delle persone, perché lavorare sul linguaggio di noi giornalisti significa agire sui meccanismi più profondi, e allora è assai opportuno aver richiamato – ciò che è stato fatto fino a poco fa – l’importanza della formazione. Quando abbiamo fatto la Carta di Roma sui temi dell’immigrazione, ci siamo detti che di carte che siano un elenco di buoni principi, declamazione di virtù messe nero su bianco, ne abbiamo tante. Come ci garantiamo rispetto al rischio che non sia solo un importante elenco di buoni consigli? Una delle due o tre cose che abbiamo ritenuto essenziali per poterci garantire contro i rischi delle buone parole che rimangono sulla carta – è il caso di dirlo – è stato lavorare sulla formazione. Per quanto riguarda l’informazione in tema di immigrazione, da qualche mese la Carta di Roma è entrata nei volumoni che i giovani giornalisti devono studiare per diventare professionisti; vanno all’esame e devono saper rispondere a questo tipo di domande. Non è la garanzia totale, ma certo è un passo avanti per indicare che questo deve – ripeto, deve – far parte del bagaglio culturale e professionale di chi voglia fare questo mestiere.

-         L’altro impegno che abbiamo assunto con noi stessi – e anche questo viene riportato nella prima bozza di questa Carta di Trieste – è la questione dell’osservatorio, che significa quel gran lavoro, per noi imbarazzante ma inevitabile,  che avevamo sentito sciorinare con questa successione di pagine pochi minuti fa. Osservatorio significa tener conto di quali siano i riflessi medi della nostra informazione, di quei titoli, di quei pezzi, di quelle aggettivazioni, di quelle scelte di sostantivi, e insieme lavorarci. Non è pensabile fare una serie di editti che bandiscano questo o quel termine, ma è indispensabile chiamare i direttori di testata – come sapete i giornali sono organizzati come una sorta di monarchia nemmeno troppo costituzionale, in cui è il direttore che alla fine decide – e le rappresentanze sindacali per le parti che rappresentiamo e ragionare periodicamente di quello che non va. Sappiamo che c’è un fronte “punitivo” – in termini meno duri, la deontologia della professione – il che significa che già oggi esiste un apparato di norme violando le quali si dovrebbe essere sanzionati dall’ordine regionale di appartenenza. Ci siamo tuttavia resi conto che il problema non può essere solo quello, che pure non viene attivato a sufficienza, della punizione: il problema è anche offrire ragionamenti che facciano capire a chi abbia usato quei termini, torno a dire magari inconsapevolmente, quale sia il danno grave che sta causando.

-         Oggi siamo qui anche perché gli operatori che ci hanno sollecitato a questo incontro ci dicono: «Guardate che non basta nemmeno più che voi vi impegniate a scrivere e parlare in maniera corretta. Ci sono soggetti che chiedono di parlare e voi dovete essere anche capaci di ascoltare». Anche questo è un problema grave del giornalismo italiano. Salto apparentemente di palo in frasca: ma in questo anno, per chiedere di essere ascoltati, ci sono stati lavoratori che hanno dovuto arrampicarsi sulle gru, precari della scuola che hanno pensato di dover salire sui tetti dei provveditorati, lavoratori che addirittura hanno dovuto parodiare l’”Isola dei famosi” inventandosi l’Isola dei cassaintegrati pur di ottenere attenzione dalla nostra informazione. Parlo di altri temi ma parlo di un problema che ci coinvolge tutti: ovvero parlo della difficoltà ancora grande del giornalismo italiano nel mettersi in ascolto di ciò che di rilevante si muove nella società, benché lo spazio per parlare di questi temi ci sia, eccome! Basterebbe pensare – per stare all’informazione cosiddetta generalista – alla grande quantità di tempo che i nostri telegiornali dedicano a quelle che mi tocca pudicamente definire “stupidaggini” e che magari riempiono la seconda metà. Cose che non sono relative alla nostra vita reale, della quale può far parte anche il problema della salute mentale: i coccodrilli dispersi nei laghi della provincia di Caserta, le spazzole che arrivano dal Brasile per far diventare lisci i capelli ricci , quante volte occorra lavarsi le mani ogni giorno… Non è vero – come qualcuno cerca di provare a farci credere -  che i temi dei quali parliamo oggi qui non possono trovare spazio o magari “non tirano”. Sotto c’è un’idea per la quale la società non deve essere composta di cittadini consapevoli, responsabili, informati, che ragionano sulle cose, ma di bambinoni che l’informazione deve servire a distrarre tra uno spot e l’altro.

Tutto questo per dire che l’attenzione la dobbiamo certo a chi lavora sul tema della salute mentale, o ne è coinvolto per motivi familiari. Però la dobbiamo anche a noi stessi, a noi giornalisti: per scoprire o riscoprire un’idea degna, densa della professione, se vogliamo meritare la solidarietà di cui parlavo all’inizio.

II parte

Vorrei aggiungere due cose, velocemente. La signora diceva prima: «Troppe carte, è inutile moltiplicarle». Capisco l’obiezione, ma vi prego anche di considerare che, per quanto possa sembrare tardivo il lavoro, il giornalismo italiano non sta parlando da molto di “doveri”. Dall’istituzione della professione e per lungo tempo abbiamo ragionato solo in termini di diritti, “i diritti insopprimibili della cronaca”. Dagli anni Ottanta, anche per gli schiaffoni che ci cominciavano ad arrivare da fuori – detto in altri termini, per la crescita di consapevolezza della società – abbiamo imparato che dovevamo anche rispettare dei doveri. È del ’93 – me la stavo riguardando adesso – la Carta dei doveri del giornalista sottoscritta dal sindacato e dall’ordine, che sul capitolo “Minori e soggetti deboli” dice alcune cose, parla soprattutto della Carta di Treviso. Dobbiamo essere giustamente guardinghi rispetto al rischio di moltiplicazione di testi deontologici, ma non butterei a mare un lavoro di specificazione che mi pare essere il corrispettivo di una crescita di sensibilità che 15 o 20 anni fa non era la stessa. Faccio un esempio che apparentemente non c’entra per dire però come certi diritti sociali maturino e certe consapevolezze crescano: a me colpisce come nei laboratori d’analisi, dove eravamo abituati a sentirci chiamare per nome, ora si venga chiamati per numero. Quando arrivi lì ti prenoti, ti assegnano un numeretto e quando è il tuo turno dal microfono ti chiamano col numero. Sta crescendo la consapevolezza che la tutela della riservatezza possa significare anche questo: 10 anni fa nessuno di noi si sentiva offeso se veniva chiamato per nome e cognome in un laboratorio di analisi; adesso la crescita di consapevolezza fa sì che possa essere considerato un problema il far sapere a tutto il pubblico dei pazienti in attesa con me che io sono lì per fare delle analisi. È per dire di come certe sensibilità crescano, siano nuove, e allora a nuove sensibilità si risponde. Per me l’esempio parla dell’uso dell’aggettivo “schizofrenico”: credo che, 15 anni fa, insieme non l’avremmo considerato offensivo; ora c’è una sensibilità nuova che chiede anche a noi giornalisti di adeguarci.

Ultima cosa: cos’è la notizia? Il prof. Rovatti ci richiamava a ragionare su questo. Per quanto riguarda la follia c’è sì l’elemento del fascino. Però credo che più in generale ci sia – ed è un problema di fondo della nostra professione, forse è il problema più radicato – l’idea di far coincidere la notizia con lo “strano ma vero”, secondo il titolo di una fortunata rubrica della Settimana enigmistica. Non è vero che ciò che sia socialmente rilevante è ciò che è strano, talvolta nemmeno affascinante. Le cose che vediamo spesso hanno solo la stranezza e nessun fascino, ed è un problema grande, vero e profondo: si tratta realmente di cambiare le gerarchie di valutazione dei fatti, il modo in cui pretendiamo di mettere in ordine, nella rappresentazione giornalistica, l’Italia e il mondo. È un lavoro duro, profondo, ci vorranno anni; ma non si può non provare ad affrontarlo, altrimenti avremo sempre questa successione di emozionalità.

 

III parte

Le buone notizie, dicevo, non sappiamo raccontarle: questo davvero non vale solo per la salute mentale. Torno al tema dell’immigrazione: ci sarà o no un immigrato che si laurea? Ce ne sono tanti che si distinguono per buone iniziative. Il monitoraggio sull’informazione in tema di dell’immigrazione – che è uno tra gli impegni della Carta di Roma – dice che quasi il 100% delle notizie si riferisce a problemi di sicurezza e di criminalità. C’è uno schiacciamento totale sugli aspetti negativi, impressionanti, legati a certe ossessioni securitarie che attraversano la società italiana. Abbiamo il grave problema di non saper raccontare anche gli aspetti positivi di una società, e su questo tema lo avvertiamo a più forte ragione. Sì, poteva partire solo da qui, da Trieste, è verissimo, questa sollecitazione. E questo mi serve anche a tornare a sottolineare che forse non è così inutile fare nuove carte deontologiche: perché le carte, se sono cose serie, nascono dall’incrocio tra le sollecitazioni di chi sta fuori dalla professione giornalistica e la buona volontà di chi sta dentro. Lo so benissimo che non basta la buona volontà degli interni, perché l’ignoranza non si cura solo con la buona volontà: ci vuole il punto di vista determinato, specifico di chi ci pone delle esigenze e reclama il rispetto dei suoi diritti.

Chiudo riprendendo una frase dal penultimo intervento: «Abbiamo bisogno di alleati». Anche noi: nel senso che o il giornalismo italiano ha la capacità di stabilire questo tipo di alleanze o non va da nessuna parte. O meglio: continuerà ad essere – e questa purtroppo è l’immagine prevalente che diamo di noi – quel giornalismo che non fa domande, mette il microfono sotto la bocca dei politici di turno, raccoglie dichiarazioni che non hanno consistenza di notizia (quelle che ci sono nei primi 15 minuti dei nostri telegiornali). Abbiamo bisogno anche noi di queste alleanze per dare consistenza al nostro lavoro. E allora, per ribadire quest’alleanza, dico a tutti voi con cui è iniziato un lavoro comune: ritroviamoci in autunno, magari provando a coinvolgere anche l’Ordine dei giornalisti, per andare avanti nella definizione di questa Carta, tenendo conto anche degli impegni ulteriori che qui oggi ci è stato chiesto di assumere.

Grazie davvero.

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