È difficile andare avanti

carta-fondazioneIl tempo è cambiato, sono aumentati di numero e di qualità i siti che rappresentano aree e associazioni, tuttavia si fa fatica a immaginare una rete, si coglie una certa frammentazione, una certa sconoscenza fra i gruppi. Cosa possiamo fare?

Lettera aperta ai forensi di ieri e di oggi

Nel nostro lavoro, come molti sanno, bisogna sempre ricominciare daccapo. Le questioni che intendiamo riproporre qui più volte le abbiamo esplicitate con maggiore o minore ampiezza.

La temperie politica che stiamo vivendo non può non condizionare il nostro fragile assetto organizzativo, la nostra pur ampia rete, i forti convincimenti che ci accomunano. Stiamo ripensando alle ragioni che ci spingono a tenere attivo uno spazio di incontro e di confronto e ci stiamo interrogando sul che fare.

La Carta di Fondazione del Forum del 2003, che a stralci intendiamo riproporre alla lettura, conserva tutta l’efficacia della sua dimensione politica. A rileggerla oggi si coglie una sorprendente attualità. Tutti i temi dei singoli paragrafi sono attuali, con la stessa urgenza e drammaticità di allora. Anzi, su alcune questioni che apparivano cruciali, e non rinviabili nella loro urgenza, registriamo perfino una stagnazione.

Solo per ricordare:

  • la contenzione, che fu una delle questioni centrali e discriminanti al momento della fondazione, ha dato origine alla campagna …e tu slegalo subito, alle associazioni no restraint e a un grande impegno che ha coinvolto tutti. A fronte di esaltanti risultati in alcune realtà, molto resta da fare e bisognerà dare ulteriore impulso alla campagna;
  • il TSO e l’Amministrazione di sostegno che abbiamo accolto e sosteniamo come strumenti di importante garanzia per le persone che si trovano a vivere l’esperienza del dolore della mente, della perdita, del conflitto insanabile, del rifiuto ostinato, della ribellione incontenibile vengono stravolti nell’uso ordinario, piatto e banale, e finiscono per essere di prepotente arbitrarietà e di inutile violenza. A quarant’anni dalla chiusura dei manicomi tutti i ministeri della sanità che si sono succeduti non sono stati in grado di prestare attenzione alla questione;
  • il superamento degli Opg ha segnato un indubitabile successo del Forum e delle tante associazioni che hanno lavorato assieme. Tanti operatori impegnati oggi nelle Rems e nel progettare e sostenere percorsi alternativi devono far fronte al rischio di regressione e di riproposizione di pratiche ancora una volta sottrattive e oggettivanti. Riaprire il discorso con il ministero di giustizia è urgentemente necessario così come con la magistratura di sorveglianza. Bisognerebbe rivedere come sono state strutturate le Rems, quante e quali immagini securitarie improntate al contenimento della pericolosità e della mostruosità del “pazzo criminale”, quanti interni in ragione della priorità del contenimento hanno abdicato a qualsiasi attenzione all’estetica, al bello, che pure resta necessario, forse a maggior ragione, in questi luoghi;
  • il riordino degli assetti organizzativi sulla scia di politiche regionali che facciamo fatica a comprendere, una vera e propria cieca devastazione in alcuni luoghi, stanno alterando le reti finora tessute, riducendo la capacità di accoglienza dei servizi, demotivando operatori. Lontanissima ancora la sperimentazione su larga scala del Centro di salute mentale h 24 e il servizio psichiatrico di diagnosi e cura a porte aperte e no restraint. E benché la Società Italiana di Psichiatria si impegni a fornire indicatori di quantità e di qualità della rete dei servizi, si coglie tutta l’inaffidabilità dei sistemi informativi regionali e la conseguente impossibilità di dedurre indicazioni e confronti concretamente utilizzabili;
  • la cooperazione sociale, strumento preziosissimo di ricerca e di crescita, rischia in troppe aziende sanitarie di perdere la sua spinta innovativa e di sottostare a committenze povere per risorse e prive di senso. Basterebbe pensare alla crescita dei posti letto nelle strutture e le resistenze infinite a sperimentare il budget di salute;
  • le risorse, sempre limitate, vengono bruciate in politiche ripetitive, senza prospettiva e di negazione del protagonismo e impediscono di fatto la progettazione di servizi e di pratiche orientate alla ripresa, alla guarigione.

Malgrado tutto, tante buone pratiche sono radicate e diffuse e resistono. Altre si vanno strutturando. Non possiamo non riconoscere la forza delle svolte che si sono prodotte e che rappresentano la demarcazione solida dalla quale muoversi, con consapevolezza: l’internamento è finito e nessuno può immaginare di riproporlo; non parliamo più di interdizione; la triangolazione malattia–pericolosità–istituzione sembra visibile a tutti e, quanto meno, rappresenta un’interrogazione sempre attuale, viva e contraddittoria; possiamo registrare la fine degli ospedali psichiatrici giudiziari; reti di servizi, malgrado tutto, sono presenti in ogni regione; opportunità abitative, lavorative, formative, emancipative possono essere alla portata di tutti, benché spesso banalizzate e ostacolate (il Forum spesso diventa una formidabile cassa di risonanza di esperienze impensabili); l’immagine delle persone che hanno ricevuto una diagnosi psichiatrica, tra la gente comune ha assunto una coloritura molto più vicino alla vita quotidiana.

Nelle periferie come nel centro delle nostre città, nei piccoli paesi è possibile scoprire idee, politiche, pratiche ricche di tensioni trasformative che segnano il cambiamento e faticosamente lo sostengono.

Di fronte alla persistenza delle cattive pratiche come di fronte all’autenticità (e alla radicalità) del cambiamento, là dove si produce, dobbiamo essere capaci di vedere e di interrogarci: che cosa è cambiato veramente? Che cosa pensiamo debba essere il nostro futuro? Cominciamo a pensare alla terza rivoluzione?

Il portavoce del Forum Vito D’Anza e Peppe Dell’Acqua

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