È l’umanità scartata che va ritrovata

schermata-2021-12-05-alle-13-49-58di Peppe Dell’Acqua

Giornata internazionale delle persone con disabilità.
Intervento alla tavola rotonda per la presentazione della Mostra DIS/INTERGRATION voluta dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Sapienza. La mostra accoglie le opere dei Laboratori d’arte della comunità in dialogo con artisti impegnati sullo stesso fronte.

La mia esperienza intorno a pittura, teatro, calcio e psichiatria  inizia a San Giovanni, in uno stanzone di un reparto uomini dove i matti, ma anche adolescenti disabili ricoverati in manicomio, disegnano, pitturano, usano la creta. I “mati”, come dicono a Trieste per dire di un altro, di un amico, di un incontro, e come cominciammo a dire noi per eludere la parola “internato”, malato di mente, paziente, dipingono, passano due ore ogni mattina in laboratorio e come capirò tempo dopo, malgrado le buone intenzioni, quelle attività non possono fare altro che produrre infantilizzazione, espropriazione, assenza.

È il 1973 nel primo reparto vuoto nasce Marco Cavallo e col cavallo azzurro centinaia di grandi fogli ricchi di colore, di forme, di racconti, di poesie, di canti. Un mese di meraviglia e di impensabile gioia. Qualche settimana dopo un’osteria popolare di San Giacomo, il rione operaio a ridosso dei cantieri, accoglierà le opere nate intorno al cavallo. Circa cinquanta persone espongono insieme, per metà sono artisti, per metà malati di mente. O meglio: metà hanno ruolo,  sicurezza e credibilità sociale, hanno oggetti, spazi, tempi e affetti propri, una propria biografia; l’altra metà sono uomini e donne che non hanno ruolo se non quello di malato e sono  stati espropriati  degli oggetti, degli affetti,  dei loro abiti, del loro tempo, del loro spazio. Della loro stessa vita. Anni dopo una donna con drammatiche esperienze di malattia scriverà: “Abbiamo solo la nostra storia. Ed essa non ci appartiene”.

Cinquanta opere esposte nell’osteria tutte insieme quasi a voler tentare attraverso la suggestione delle forme e dei colori il superamento di una disuguaglianza, di una separatezza, di una distanza. La magia dell’arte  può  solo aprire spiragli e aiutarci a capire e individuare i meccanismi che alimentano l’oggettivazione, l’esclusione, la sopraffazione, la violenza.

Nell’archivio dell’ospedale alcune cartelle contengono foto in bianco e nero. Con orgoglio in un testo a parte, il direttore descrive le scene: i malati e le malate che cantano in coro, il laboratorio di pittura degli uomini e di ricamo per le donne, il teatro dove una volta all’anno si mette in scena uno spettacolo, anche con la partecipazione degli internati, quelli più docili. Le immagini che più stringono il cuore, che guardi con un nodo in gola, sono quelle dei bambini e delle bambine ricoverati nell’istituto medico psicopedagogico. Il reparto dei bambini che si preparano a passare nei reparti dei grandi. Sono ragazzini e ragazzine con disabilità che provengono da situazioni familiari difficilissime: i figli del dopoguerra. Sono fotografati mentre mettono in scena il presepe vivente.

Gli spazi e i protagonisti delle foto ostentano (fingono) calma, pacatezza, normalità. Ma basta semplicemente mettere un po’ a fuoco il loro sguardo per scoprire il vuoto, la lontananza siderale, l’annientamento. Credo che da queste piccole rivelazioni, nel tempo, comincia ad apparire la dimensione riduttiva e tragica di queste scene, il senso della pedagogia istituzionale, della riduzione di ogni respiro, gesto, parola, scrittura, pittura, canzone a diagnosi, riabilitazione, trattamento. A partire da questa “rivelazione” riusciamo a immaginare un laboratorio di tutt’altra intenzione. La pittura, il teatro, così come il lavoro in cooperativa e la partita di calcio, il cucire o fare video e la festa delle castagne e il volo in aereo su Venezia e scrivere, raccontare storie, curare giardini, pulire verdure e pavimenti sono azioni che nella loro concretezza non possono che avere a che fare con la vita reale delle persone. O non sono altro che intrattenimento, riproduzione ossessiva del teatro della follia, della disabilità, dell’invisibilità, dell’assenza.

I Laboratori di sant’Egidio a Roma, l’Accademia della Follia a Trieste, il Teatro della Fortezza nel carcere di Volterra, gli ortolani coraggiosi di Empoli, i pizzaioli della NCO (nuova cooperazione organizzata di Ottaviano), gli attori acrobati del teatro La Ribalta di Bolzano, le squadre di calcio ormai diffusissime e i tanti lavori nelle cooperative che fanno sempre più fatica, tratteggiano un percorso di emancipazione che aiuta a dire una verità, a gridare una denuncia, che saranno le sbarre per il carcerato, le mille prigioni dell’handicap, e sarà lo stigma che imbavaglia i matti e li lega e contiene, come un laccio e una camicia di forza, non sempre invisibile.

Le persone che vivono queste esperienze hanno bisogno di tanto per vivere (impegno, intenzione, risorse, valori, organizzazioni sensate) e di stare nelle relazioni sociali, nel contratto. E pur di essere protagonisti sono disposti a vivere una vita grama, come capita alla maggior parte dei pittori, degli attori, spesso tra i più talentuosi e bravi, dei cooperatori, dei calciatori. Al di là dell’insensatezza di tanti servizi, dei magri sussidi che può dare lo Stato, della pensione o di qualche rimessa di una famiglia più o meno facoltosa, vivono del loro lavoro.

Laboratori non ambulatori dicemmo allora. I laboratori scommettono di riappropriarsi del tempo, di riguadagnare lo spazio della relazione, di trasgredire la domanda di trattamento. Se si fa teatro, se si usano i colori, se si lavora in cucina o a servire ai tavoli bisogna essere professionisti, protagonisti e testimoni. I ragazzi e le ragazze che vivono impedimenti dolorosi, i detenuti, i matti sviluppano e affinano il loro talento, acquisiscono un’abilità, una professionalità, un mestiere. Fanno sul serio, e si spingono oltre. Lasciando chi assiste a bocca aperta.

Da questo momento i destini immutabili non sono più tali. Le persone con disabilità, le persone che vivono l’esperienza del male mentale, le persone che usano sostanze, le persone costrette al carcere, le persone che invecchiano e che infragiliscono, possono vivere nel mondo delle possibilità e giocarsi la loro vita. La loro vita intera e non già pezzetti, frammenti, brandelli che non ricostruiscono mai una storia vera, intera. Un racconto.

“Le persone che non sono utili si scartano” continua a dirci Francesco.
È per questo che siamo chiamati, oggi più che mai, a mettere in campo ogni strumento, ogni risorsa affinché le persone che vivono o hanno vissuto il rischio o l’esperienza dell’esclusione, dello scarto, siano messe in condizione di giocare tutte le loro possibilità, infinite o risicate che siano e che la lotta senza quartiere contro le istituzioni totali che ogni giorno rinascono, visibili e invisibili, non si fermi.

Il teatro, i laboratori, i luoghi dell’abitare insieme e il nostro lavoro nei servizi, nelle istituzioni tante volte ai confini del mondo hanno senso quando sono capaci di buttare giù il muro dell’impossibilità, che è il primo a dividere e dividerci. I pittori alla Sapienza, gli ergastolani in scena nei grandi teatri o i matti di Trieste che recitano un testo di Franco Basaglia o gli attori del teatro La Ribalta di Bolzano che ballano e cantano facendo venir giù il teatro a furia di applausi e fanno immaginare l’impossibile. Un impossibile che ancora non smette di stupirmi, e che mi serve per sognare, scrivere e mettere in scena quel copione aperto a ogni più lieto e impensabile finale. Un finale da pazzi, se si vuole, nell’accezione più fortunata della parola.

Trieste, dicembre 2021

Nella foto:
Roberto Mizzon, Lamberto Cicchetti, Samanta Famiani, Paola Lanzellotto, Barbara Piccinini, Luca De Benedictis
Contenzione, ancora?
garze gessate su telai di recupero, morsetti, cinte di contenzione
cm 150 x150×15

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