È un cane che non molla il suo osso. Contro la riapertura dei manicomi

magdadi Magda Guia Cervesato

Quello che si propone come obiettivo la continuità degli interventi psichiatrici per l’intero ciclo di vita. È un dio che non lascia nemmeno una scheggia di libero arbitrio quello che determina la garanzia della tutela della salute come prevalente sul diritto alla libertà individuale del cittadino. È un diavolo cui non bastano i pentoloni quello che escogita un trattamento necessario extraospedaliero prolungato di un anno per disporre azioni volte a ottenere il consenso (sic!) del paziente al programma terapeutico e alla sua collaborazione. Un anno. Trentuno milioni e mezzo di secondi, ‟un tempo infinito, inutile, sfibrante per tutti: per la persona, per i familiari e per chi presta le proprie cure come medico, psicologo, infermiere o educatore, per le altre persone accolte nella struttura di cura”.

Ma, come di sacro e santo rigore, non ha fatto i conti con noi: i cappellai. Quelli in camice clinico, tanto matti da riuscire perfino a osservare ogni giorno lavorativo mandatoci in terra ‟l’abominio delle cure obbligatorie, il mefitico mescolamento di controllo giudiziario e terapia psichica, il danno prodotto dalla cura peggiore di qualsiasi beneficio”. O quelli in pigiama paziente, tanto matti da arrivare finanche a intuire ogni giorno abbruttivo mandanteci sotto terra che ‟nessun incubo orwelliano potrebbe essere espresso in forma migliore”. Tutti insieme (loro… noi… pazienti e accudenti, uniti da uno stesso capitolo e destino di interesse) folli abbastanza da capire fino a quale estremo la proposta Ciccioli di riforma della legge 180 sia, ‟quella sì, follia”.

Sì, tutti matti siamo ad accarezzare quella voce che ci urla o sussurra la caduta da un abisso profondo a uno senza fondo: la sostituzione di un aggettivo (obbligatorio) con un altro (necessario) in coda all’acronimo TS (Trattamento Sanitario), dall’odore talvolta già così acre da spargersi a macchia d’olezzo: perché per obbligare bisogna almeno riconoscere che un essere, pur considerato indegno della libertà senza aver commesso crimine, esista. Ma una volta scolpita nel granito legislativo la necessarietà di ‟una cura sistematica contro la volontà dell’altro”, questo altro non è più nemmeno contemplato. Visto. Udito. Sentito. Puff: svanito dietro uno stato di necessità deciso dallo Stato per tramite di medici piegati a dissolvere il loro impegno, e dunque se stessi, in un bicchiere d’acqua al perenne sapore di narcotico

Tutti matti a dubitare della favoletta che strutture intra- o extra- ospedaliere, semi- o non semi- residenziali, ben o mal protette, già oggi spesso, e a volte volentieri, inadeguate, potranno e vorranno essere fornite di risorse umane ed economiche tali da migliorarne il servizio su periodi ancora più lunghi. Molto più lunghi. Tutti matti a fidarci e affidarci alle mani di uno psichiatra burocratizzato investito dall’alto (sic!) del ‟potere di internare chiunque sulla base di presunte valutazioni diagnostiche indifferenziate”: capace che, se solo la proverbiale botta di culo ti gira le spalle un attimo, ti ritrovi valutato come interdetto e spedito per direttissima nello stupefacente mondo dei senza diritto alla libertà. Come se fosse un optional ‟affrontare il dolore in assenza di un minimo rapporto fiduciario” con il curante. Come se fosse normale sottoporci volontariamente alla devitalizzazione del nostro nervo più sensibile presso un dentista che lo Stato obbliga a intervenire con strumenti infetti, magari anche su denti sani, e operare in eterno anche quando quella bocca sarà divenuta così satura di amalgama che non esisterà più margine di distinzione tra carie originarie e otturazioni originate. Stabilizzati, ci dicono: sì, perché vuoi mettere la stabilità che si ottiene da gengive svettanti solitarie in un cavo orale privato di canali, radici, smalto, polpa. Corpo. L’igenizzazione perfetta: sai che fertile libidine guardarti ogni sera nello specchio del bagno mentre estrai da te stesso il calco di quello che prima ti stava dentro, col suo carico di folli gioie e umani dolori, mentre ora appartiene a una tazza di ceramica ingiallita?

Tutti matti a immaginarci visioni apocalittiche di contenzioni fisiche e imbottigliamenti psichici tramite fasce molecolari o in fibra di tessuto più coatti der mejo sbroccato dei coatti. Tutti cittadini matti a non accettare ‟un futuro fatto di persone private degli elementi minimi di cittadinanza”. E ora su, dateci dei masochisti. Così. Se vi pare.


(In corsivo l’estratto dalla Proposta di testo unificato elaborata dal relatore – disposizioni in materia di assistenza psichiatrica XII commissione affari sociali, seduta 28 marzo 2012. Tra virgolette estratti dal testo di petizione Manicomio? No Grazie contro la sopracitata ‟proposta di legge Ciccioli” redatta da Federico Zanon e Luigi D’Elia e sostenuta dal variegato gruppo spontaneo di cittadini, professionisti Psi e non “Contro la riapertura dei manicomi”. http://manicomionograzie.it/)

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