Ennio, ortolano coraggioso

catturaPomodori da scartare è un libro bellissimo ma non solo, è anche un dono molto prezioso che le autrici fanno a noi lettori – in particolare ai lettori più giovani. Valentina De Pasca è la scrittrice mentre Brunella Baldi l’illustratrice del volume, uscito a maggio di quest’anno per Edizioni Gruppo Abele.

La protagonista è una bambina che ci racconta la vita di Ennio, arrivato a lavorare nell’azienda agricola del padre dopo una vita passata nei corridoi grigi di un ospedale psichiatrico. Ennio ha una capacità speciale: con il suo sguardo dolce riesce a capire subito se un pomodoro è maturo e se è il momento di coglierlo. Nessuno è un pomodoro da scartare, abbiamo solo tempi diversi di maturazione.

Pubblichiamo di seguito la post-fazione del libro, scritta da Peppe Dell’Acqua per orientare gli adulti che su questo terreno.

Per parlare con i più piccoli di diversità, di fragilità, di istituti e raccontare una bella storia di cambiamento…

“Ortolani Coraggiosi” è il nome di una cooperativa agricola nata nel 2013 a Fucecchio (FI). La cooperativa attraverso la produzione e la vendita di ortaggi, è riuscita a creare posti di lavoro per ragazzi con autismo e per persone con altri disturbi psichici.

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Tutti i lavoratori coinvolti nel progetto, coadiuvati da educatori e da agricoltori, sono impegnati ogni giorno in un’attività di coltivazione in serra e nei campi di ortaggi destinati alla vendita in un contesto reale. Il lavoro non è “ergoterapia” ma “lavoro vero”, entro le capacità di ciascuno.

Centinaia di cooperative, di associazioni di familiari, di reti di persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale, centri di salute mentale, club sportivi, gruppi teatrali, appartamenti condivisi sono nati nel nostro paese e malgrado la persistenza di cattive pratiche migliaia di persone hanno conquistato la possibilità di giocarsi con coraggio nel divenire singolare delle loro vite.

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In Italia è accaduto qualcosa che ha cambiato il modo di guardare e incontrare quelli che chiamiamo matti. In ogni parte del mondo tanti uomini, donne e bambini perché più fragili o più poveri, perché ostinatamente taciturni o chiacchieroni, fantasiosi o sognatori, malinconici o gioiosi, appassionati o indifferenti, rancorosi o accoglienti, solitari o in cerca di compagnia, indisciplinati o sottomessi, ribelli o arrendevoli, timorosi o sfacciati, temerari o arroganti erano imprigionati dietro alte mura. Individui diversi, molesti e pericolosi che bisognava curare e impedire loro di fare danni. I dottori per curarli progettarono ospedali speciali, i manicomi, per queste singolari persone che divennero malati di mente, internati, non più cittadini come tutti e infine poveri, pericolosi e scandalosi.

Persone generose nel mondo di fuori cercavano una via per liberare tutti. Le mura, difese da un esercito di potenti e sapientoni, erano impenetrabili. Per aprire un varco occorreva tanta forza.

Franco Basaglia, un giovane psichiatra veneziano, più sessant’anni fa entra da direttore nel manicomio di Gorizia. Vede non solo la violenza delle porte chiuse e delle persone legate ai letti, agli alberi, ai termosifoni, ma una violenza ancora più grande e inaspettata lo sconvolge: gli uomini e le donne non ci sono più. Al loro posto seicentocinquanta internati, senza più volto, senza più parole. La loro storia è scomparsa. Al suo posto una malattia, una foto segnaletica, un numero, un diario monotono e senza tempo. Un deserto dove non è possibile incontrare nessuno. Il giovane medico vuole fuggire via. “Cosa mai posso fare – si chiede – se non diventare complice, da direttore, di questa sovrumana e crudele violenza.” A sera non riesce a scrollarsi di dosso la vergogna che avverte entrando nei reparti durante il giorno. Comincia, insieme ad altri giovani che sono arrivati entusiasti a Gorizia, ad aprire le porte, ad abolire tutte le forme di contenzione e i trattamenti più crudeli.

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Comprendono che le persone sono nascoste sotto la coltre pesante delle parole che hanno imparato all’università. Devono dimenticarle, quelle parole; cacciarle in un angolo; devono mettere tra parentesi, le diagnosi, il linguaggio freddo del manicomio che tutto definisce e riduce gli uomini e le donne, a povere cose. Messa tra parentesi la malattia incontrano sguardi, sentono parole desiderose di essere urlate, toccano corpi che ricominciano a esplorare il mondo ritrovato. Ascoltano. Aprono le porte. Gli internati privi di ogni diritto cominciarono il lungo cammino che li porterà a diventare cittadini. Arriverà quasi 20 anni dopo la legge 180. Aperta la porta trovarono persone che dovevano riguadagnare la loro dignità calpestata; soggetti, singolarissimi, che potevano finalmente narrare di un amore, di una passione, di un risentimento, di un villaggio, di una ferita. Da allora fu possibile un altro modo di curare e di ascoltare: il malato e non la malattia, la storie singolari e non la diagnosi, le possibilità di vivere e di abitare la città. E per Ennio, ormai senza famiglia, trovare il suo posto, un lavoro, rapporti amichevoli, scommettere in nuove e singolari esperienze.

Da quel momento nessuno ha più potuto dire di non sapere, è apparso chiaro a tutti che i manicomi, i cronicari, gli orfanotrofi, le istituzioni totali in ogni angolo del mondo sono luoghi di annientamento e di oggettivazione. In Italia la testimonianza della miseria umana e materiale degli ospedali psichiatrici e di tutte le istituzioni totali ha invaso le strade portando con sé la speranza di poter stare insieme agli altri in rapporti liberi tra persone.

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All’indomani della nuova legge scrive Franca Ongaro: “…non si è stabilito che il disagio psichico non esiste, ma si è stabilito che in Italia non si dovrà rispondere mai più al disagio psichico con l’internamento e con la segregazione. Il che non significa che basterà rispedire a casa le persone con la loro angoscia e la loro sofferenza”.

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