Forse bisognava resistere

nyt[Photo by Bryan Derballa for The New York Times]

L’ultimo periodo goriziano, raccontato nel libro di Ernersto Venturini e di cui abbiamo pubblicato la magnifica recensione di Paolo Peloso, mi riporta a quegli anni e ai pensieri confusi e contraddittori che riuscivo ad avere. Non avevo ancora le idee chiare. Non che ce le abbia oggi. Quella scelta negli anni successivi mi apparve sempre meno giusta.

Di Peppe Dell’Acqua

Erano arrivati anche i “goriziani”. Tutti i medici che Basaglia aveva lasciato a Gorizia andando via quattro anni prima avevano deciso di dimettersi. Tutti i medici con una lettera asprissima e polemica andarono via in massa. La decisione era maturata nel corso di una lunga vertenza con l’amministrazione provinciale che da tempo ormai ostacolava ogni ulteriore sviluppo dell’esperienza. Era impossibile andare avanti. Un braccio di ferro senza vie di uscita. Cominciò una sorta di diaspora. Alcuni andarono a Ferrara, altri ad Arezzo, a Reggio Emilia. Altri ancora furono accolti a Trieste. L’arrivo di cinque nuovi medici alterò non poco gli equilibri che nel gruppo ormai “triestino” si erano consolidati. La riunione delle cinque divenne più movimentata. Qualche volta i confronti furono furiosi. Basaglia aveva ispirato e poi sostenuto quell’esodo.

Ripensando a quella vicenda riesco solo oggi a esprimere un giudizio di contrarietà a quella decisione. Credo sia stato un errore che abbiamo pagato tutti negli anni a venire. Per primi i cittadini di Gorizia, privati di un’esperienza che avevano imparato a conoscere e ad apprezzare. Hanno dovuto sopportare una restaurazione durissima, con psichiatri mercenari, che hanno azzerato i processi di cambiamento avviati, isolato Gorizia, richiuso porte e speranze. Penso oggi che forse bisognava resistere e garantire anche a costo di rallentamenti continuità a quella straordinaria esperienza. Sono convinto, oggi, che quell’esodo fu un errore e che Basaglia meglio avrebbe fatto a rinunciare al gesto esemplare.

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3 Commenti a “Forse bisognava resistere”

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  2. LA RESISTENZA GORIZIANA

    L’ipotesi, formulata da Dell’Acqua , secondo la quale, nel 1972, bisognasse “resistere” nell’Ospedale aperto di Gorizia e che i medici non dovessero dimettere i pazienti guariti e non dare le proprie dimissioni, appare un’idea sconcertante (considerando il suo autorevole autore), ma è soprattutto un’ipotesi anacronica: si riferisce a fatti occorsi cinquant’anni fa, presuppone uno svolgimento degli avvenimenti difforme dalla realtà storica, chiama in causa soggetti che non possono esprimere la loro versione dei fatti.
    Dice Dell’Acqua che “Basaglia aveva ispirato e sostenuto quell’esodo”. E questa è un’affermazione, che, al di là di ogni intenzione, può ingenerare il dubbio di un piano di Basaglia nel preorganizzare gli eventi. Ma sia lui che i goriziani avevano cercato invece di evitare la fine dell’esperienza, fino all’ultimo momento.

    Per fortuna esiste, a riguardo, una narrativa inoppugnabile, ampiamente conosciuta e recentemente ripresa nel libro, che ho avuto il privilegio di pubblicare . I documenti mostrano che quella scelta non sia stato altro che il tentativo estremo dei medici basagliani di sottrarsi a una sorta di plotone di esecuzione, approntato dall’Amministrazione Provinciale di Gorizia per eliminarli e, con loro, qualunque traccia del processo di cambiamento occorso in quell’ospedale dal 1961. La feroce e delirante denuncia fatta dell’assessore Peressin, nell’agosto del 1972, contro Basaglia e l’affermazione del fallimento dell’intera esperienza dell’”Istituzione negata”, come dimostrerebbero – a suo dire – l’uxoricidio di Miklus, i numerosi (??) suicidi occorsi e il velleitarismo ideologico delle varie equipe basagliane, non aveva trovato smentita o correzione da parte del Presidente dell’Amministrazione Provinciale, Bruno Chiantaroli. E questo era avvenuto nonostante le richieste, formulate da più parti, di un suo intervento. Era evidente che Chiantaroli concordava con l’ipotesi di Peressin rivolta a “un progressivo rinnovamento strutturale, tecnico e culturale dell’ospedale…per il quale si richiedono equipe psichiatriche, preparate, disponibili ed efficienti e soprattutto qualificate”. Caratteristiche che, nel giudizio dei responsabili dell’Amministrazione, mancavano ai medici in esercizio (e che in qualche modo sarebbero mancate anche in passato, dato che anche a Basaglia era stata rifiutata l’apertura dei centri di salute mentale sul territorio). E Chiantaroli era il presidente della commissione, che, in pochi mesi, avrebbe deciso la nomina del nuovo direttore dell’ospedale psichiatrico. I contatti instaurati, in quei giorni, da parte dell’Amministrazione Provinciale con la Facoltà di Psichiatria dell’Università di Padova aprivano a sospetti, successivamente confermati: l’intenzione di rompere con la gestione basagliana dell’ospedale e attribuire l’incarico di direttore a un “paludato” professore di quella università.
    La resistenza da parte della equipe goriziana, in realtà, c’era già stata proprio nei quattro anni che erano seguiti al tragico evento del 68: una resistenza particolarmente dura, difficile, anche se esaltante. Quell’impegno era servito al consolidarsi delle esperienze di rinnovamento a Reggio Emilia, a Parma, ad Arezzo, a Ferrara, a Pordenone e a Trieste, in un momento di forti dubbi e critiche rivolte al movimento antistituzionale. In quel momento l’unica azione possibile consisteva nello smascherare i giochi del potere politico locale, collocando la “patata bollente” del “che fare” nelle mani dell’opinione pubblica. E il tempo offerto all’Amministrazione per accettare o rifiutare le dimissioni offriva un’estrema (anche se improbabile) possibilità di ripensamento. Ma questo non è avvenuto, anche perché era in gioco una complessa strategia politica, che voleva mettere in crisi proprio l’alleanza tra la DC e il PSI locali, che aveva sostenuto, anche se con dubbi e incertezze, l’esperienza basagliana. E così, non a caso, è stata proprio l’Amministrazione Provinciale che si è assunta, anche da un punto di vista formale, il compito di mettere fine all’esperienza, uscendo da ogni manipolante giustificazione tecnica.
    Come ricorda Luigi Benevelli nel suo intervento , ci trovavamo in un’epoca, in cui il potere politico giocava un ruolo determinante nelle scelte e nella pratica della psichiatria pubblica.
    Per avere una idea di quella situazione storica, basterebbe pensare, ad esempio, quale tipo di “resistenza” sarebbe stata possibile a Trieste, negli anni 70, se il presidente dell’Amministrazione Provinciale fosse stato un Chiantaroli e non un Zanetti o se il direttore fosse stato un Missaglia e non un Basaglia. In quegli anni le aspirazioni, i tentativi di rinnovamento di tanti medici e infermieri dentro i manicomi erano destinati a un fallimento frustrante, se non erano supportate dal potere politico locale.
    Ma poi perché dovremmo parlare di resistenza solo per Gorizia e non parlare, ad esempio, della resistenza che si sarebbe dovuto attuare a Parma, rimanendo a lavorare in un ospedale con un direttore diverso da Basaglia? Forse che, in quel caso, i cittadini di Parma e i ricoverati in ospedale non avevano gli stessi diritti di quelli di Gorizia?
    Peraltro, nel caso particolare di Gorizia, la forzata uscita dei medici non ha significato l’abbandono totale dei ricoverati e degli infermieri. Ci fu, senza dubbio, una forte regressione dei livelli raggiunti di autonomia e libertà dei ricoverati, ma non avvenne quella “repressione durissima”, di cui parla Dell’Acqua. E questo perché fu mantenuta accesa l’attenzione dell’opinione pubblica su quanto avveniva dentro quell’ospedale, sia per la costante vigilanza del COSP (Circolo operatori sociali e psichiatrici di Gorizia) costituitosi nel 1973, sia per la realizzazione a Gorizia del primo Convegno di Psichiatria Democratica e la formazione di una sezione locale di Psichiatria Democratica in costante collegamento con le forze politiche e sindacali locali. D’altronde gli stessi infermieri del COSP avevano ammesso, come è descritto nel libro già citato, l’inevitabilità delle dimissioni dei medici basagliani, anche se avevano espresso la speranza che, dopo un certo periodo di tempo, si potesse tornare al passato. E se questo non è avvenuto, è tutta un’altra storia.

    Ma c’è di più! La scelta forzata delle dimissioni si è rivelata una scelta strategica importante per il processo di deistituzionalizzazione che è sfociato, successivamente, nella riforma: è stata quella, veramente, “una sconfitta vittoriosa”. Molti militanti nel campo della psichiatria, della sanità, dell’educazione hanno vissuto quelle dimissioni come una rottura significativa con la logica manicomiale. Quell’atto ha “liberato” non solo i pazienti, ma anche gli operatori della psichiatria dalla funzione di controllo, che li imprigionava nell’ambiguo ruolo di chi doveva assumersi il “peso morale” della mancata risposta delle forze politiche e sociali ai bisogni degli emarginati. È stata, pubblicamente smascherata la delega di controllo attribuita agli psichiatri: la “guarigione”, la salute, l’integrazione dovevano chiamare in causa tutte le istituzioni pubbliche e, genericamente, le politiche sociali che perpetuavano i meccanismi di esclusione. È stato un gesto di coerenza etica, che ha denunciato i limiti di ogni umanizzazione e trasformazione del manicomio che non operasse anche un radicale cambiamento del paradigma scientifico che supportava quella disciplina. Quell’atto ha sancito una via di non ritorno e ha reso più forte e credibile il movimento della deistituzionalizzazione.
    .
    Dell’Acqua afferma che “Basaglia avrebbe fatto meglio a rinunciare a un gesto esemplare”. Anche se può apparire apprezzabile non cadere nella trappola di ogni sorta di mitizzazione del personaggio Basaglia, mi sembra che questa critica sia ingiusta e rischiosa. Ci consegna un Basaglia innamorato del suo “gesto esemplare” che trascura la sorte dei pazienti e degli infermieri goriziani. Sarà opportuno ribadire che quella decisione – difficilissima per Basaglia, dato il suo forte legame con quell’esperienza-chiave della sua vita – fu presa collettivamente, dopo un approfondito dibattito, non solo con i medici che stavano a Gorizia, ma anche con Antonio Slavich, Agostino Pirella, Lucio Schittar, Vieri Marzi e Franca Basaglia…Tutti alla ricerca di un gesto esemplare?

    *
    In verità la vera ragione della necessità di una resistenza è chiaramente espressa da Dell’Acqua: non si basa tanto sulla credibile possibilità di mantenere Gorizia, quanto sulla conseguente complicazione dovuta all’arrivo di alcuni medici goriziani a Trieste, alterando, così, aspettative ed equilibri di un gruppo instauratosi da circa un anno. Come esempio di tale crisi viene riferito il clima della riunione delle cinque , che “divenne più movimentata e qualche volta con confronti furiosi”.
    Quell’arrivo dei goriziani avrebbe dovuto, secondo Dell’Acqua, essere evitato: ma perché? E la difesa, a tutti i costi, degli interessi di un gruppo in opposizione a quelli di un altro avrebbe reso credibile parlare di una solidarietà militante all’interno di un movimento che si definiva emancipatore? Non era proprio quella l’occasione per operare una necessaria integrazione tra le parti di un movimento che si stava ingrandendo e diveniva sempre più complesso? Ma, soprattutto, come sarebbe stato possibile evitare quella soluzione, in quel particolare momento e in quelle circostanze? Che cosa fare dei medici goriziani?

    Mi sfugge la ragione di questa critica formulata a distanza di anni e che attribuisce a quella situazione un altissimo “prezzo pagato da tutti negli anni a venire”. È certamente coraggioso riflettere sui nodi delle nostre storie, anche se è apprezzabile che le rivisitazioni comportino una certa autocritica, piuttosto che una sola critica rivolta ad altri.
    Non voglio negare le difficoltà dovute a questa situazione imprevista (anche se mi chiedo perché queste difficoltà non siano state presenti a Ferrara o ad Arezzo, dove altri goriziani sono stati immessi in gruppi altrettanto consolidati) e tuttavia la mia lettura è complessivamente molto più indulgente e assolutamente meno drammatica.
    Il conflitto all’interno di un gruppo, così fortemente ed emozionalmente esposto alla tensione di un cambiamento rivoluzionario, mi appare assolutamente fisiologico (direi, se non temessi di essere frainteso, che era, persino, auspicabile): è stato sempre presente a Gorizia, si è rinnovato a Trieste periodicamente e costantemente, anche dopo quella situazione iniziale, è ancora vigente all’interno di differenti esperienze antistituzionali e nel rapporto fra di loro, esiste fra PD e il Forum della Salute Mentale (tanto per toccare un tasto dolente!). Ma forse il problema non è evitare i conflitti, ma, semmai, sapere come affrontarli e risolverli.
    Invece di cercare le responsabilità in Basaglia (che a un certo punto, voglio ricordarlo, sospese la sua partecipazione alle riunioni che gli parevano una specie di psicodramma dei figli contro il padre), mi sembra più appropriato riflettere sui vissuti e sui comportamenti in quegli anni, di noi tutti, operatori antimanicomiali. Rispetto a un presente dove il confronto e la riflessione collettiva è quasi completamente assente, il passato di allora era invece pieno di dibattiti, contraddizioni, competizioni – forse troppo pieno. Eravamo, a volte (spesso?), velleitari, ideologici, estremi nell’impeto delle nostre passioni. Ci portavamo dentro il DNA di una sinistra tesa a frammentarsi, in un coacervo che comprendeva socialisti, comunisti, anarchici. Quella famosa riunione delle cinque, in cui – è bene sottolinearlo – erano assenti istituzionalmente i ricoverati, ma a cui partecipavano invece volontari e visitatori occasionali, scivolava inevitabilmente nei personalismi e in una certa astrattezza intellettualistica: era il fedele specchio dei tempi. Eravamo anti-autoritari nei confronti degli altri, parlavamo a nome degli emarginati, affermando i loro diritti, ma la nostra quotidianità era contraddittoria, venata di intolleranza. Insomma, eravamo del tutto figli di una epoca che coraggiosamente aveva iniziato un processo di liberazione dalle istituzioni autoritarie, ma che aveva ancora bisogno di tempo e di esperienze per trovare la sua giusta coerenza. Non dichiaravamo, ad esempio, le nostre legittime aspirazioni professionali, ma le nascondevamo dietro a improbabili motivazioni ideologiche. Per non essere autoreferenziali, avevamo bisogno di sperimentare molte più occasioni di confronto tra gruppi e persone. Insomma, attribuire a Basaglia ogni (o la sola) responsabilità di intransigenza, mi sembra un’operazione fortemente riduttiva. Per capire meglio quella nostra situazione di allora, penso che avevamo bisogno di superare, piuttosto, quel dilemma nel quale specificamente ci trovavamo inseriti: dovendo affermare un cambiamento istituzionale come un successo, eravamo costretti a minimizzare gli inevitabili errori, per impedire che venissero usati dai tanti nemici. In questo modo, non era facile, per noi, raggiungere quell’atteggiamento autocritico, assolutamente preliminare a ogni vero rispetto dell’altro.

    …Non era facile, ma alla fine ci siamo riusciti. E ammetto che continuo a essere affascinato dalla capacità del movimento nel perseguire i suoi grandi risultati, malgrado i tanti limiti personali e culturali. Ciò è avvenuto a costo di grandi difficoltà e sofferenze, si obietterà. Certo, ma, diciamo la verità, senza queste difficoltà forse non sarebbe stato nemmeno tanto appassionante. Insomma, come si può sostenere che quell’integrazione fra i medici provenienti da Gorizia e medici da poco presenti a Trieste abbia compromesso lo sviluppo dell’esperienza? Mi sembra che, a Trieste, sia occorso proprio il contrario e, mi viene da dire, anche per merito degli ex goriziani.
    E perché? Una prima risposta può essere individuata nella coesione che man mano si è andata realizzando. Io, ad esempio, dal primo istante in cui ho preso servizio a Trieste, mi sono sentito totalmente un “triestino”, portatore di una sua storia precedente, naturalmente, ma con gli stessi diritti, doveri ed entusiasmo di chi mi aveva preceduto e che mi avrebbe seguito. Un seconda risposta ce la offre, proprio, Dell’Acqua : “Il cambiamento che si è prodotto nel campo delle psichiatrie e della salute mentale ha preteso un coinvolgimento totale dei protagonisti: bisognava essere nei luoghi, nei manicomi, prima, e nei fragili servizi di salute mentale, dopo, e per l’intera giornata. Il richiamo di Basaglia a operare sempre per aprire e tenere aperte le porte e vivere l’attenzione spasmodica della responsabilità si è concretizzato nei corpi e nei comportamenti di quelli che questo lavoro amano.” In sostanza la dura pratica, attraverso la determinazione e coerenza dei suoi protagonisti, ha sciolto i nodi della ideologia e delle divisioni, costituendo “il potenziale di conoscenze, di tecniche, di saperi ai quali attingere per costruire percorsi di cura e di emancipazione.»
    ernesto venturini

    Piedade de Paraopeba, Minas Gerais, Brasile, 17 gennaio 2021.

  3. Da Peppe Dell’Acqua, Redazione Forum Salute Mentale:

    Come faccio a non riconoscere tutte le buone ragioni e i sentimenti che Ernesto mette in chiaro con passione in questo lungo commento. Mi rendo conto – e forse dovevo saperlo prima – di aver toccato un punto che, malgrado il mio sguardo ottimistico sulle cose accadute, resta ancora molto contraddittorio. Il mio dire, «forse si poteva resistere», mi faceva immaginare in un’ipotesi lunga una possibilità di rafforzamento di tutte le politiche nascenti di salute mentale della regione. E la constatazione, 10-12 anni dopo le dimissioni degli amici goriziani, dell’abbandono e dei trattamenti confusi e inumani cui dovevano soggiacere i “pazienti goriziani”. Solo su questo non mi trovo d’accordo con Ernesto. Malgrado la presenza di consapevoli infermieri e di qualche piccolo gruppo politico cittadino, l’indifferenza e la smemoratezza erano diventate dominanti. Ma di questo non faccio colpa, ci mancherebbe, agli amici che lasciarono Gorizia in quella circostanza così difficile.
    Altro è quanto, in maniera a mio avviso inopportuna, e devo dire dolorosa, Ernesto riflette su dinamiche successive, dissotterrando un confine che a me sembrava superato. Rigiocare sulla tipizzazione goriziani/triestini e Psichiatria Democratica/Forum Salute Mentale mi sembra un gioco troppo semplice per essere ripreso dalla profondità e dall’intelligenza che ho sempre riconosciuto a Ernesto. Delle tensioni, delle dinamiche, dei conflitti, dei confronti che hanno attraversato il nostro comune lavoro a Trieste negli anni ‘70 direi ancora molto, ma non nella cornice della difesa dei cosiddetti “triestini”, della loro tranquillità, del loro posto di lavoro, coprendo il tutto con ragioni politiche e ideologiche. Solo questo, 40 anni dopo, per me è inaccettabile.
    Per quanto attiene a Psichiatria Democratica, abbiamo già detto tanto: le ragioni che alcuni di noi hanno avuto, soltanto molti anni dopo, di abbandonare quella linea le abbiamo discusse fino all’estenuazione. Credo che oggi contrapporre Psichiatria Democratica, che non esiste più, al Forum Salute Mentale, che non esiste più, così come avevamo immaginato dovessero esistere, è un gioco che non ci porta da nessuna parte.
    Tanto di questi eventi, storie, percorsi sono nel bel libro che Ernesto ha scritto, e che è una testimonianza preziosissima che in circostanze diverse dall’attuale, in ordine alla casa editrice, avrei voluto nella Collana come continuazione del bel libro di Antonio Slavich. Ciao Ernesto, spero di vederti presto davanti a un buon caffè.

    Peppe Dell’Acqua

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