Forum Droghe / Note per la Summer School

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Note per la Summer School 2021

Incroci tra salute mentale e salute delle persone che usano droghe.

I termini psichiatria e dipendenze sono intrisi di stigmi e pregiudizi e partoriti da un paradigma morale e patologico (neurobiologico) per cui preferisco utilizzare due termini più aperti che fanno riferimento alla “salute” intesa sia nei suoi risvolti culturali che istituzionali. Anche se Salute Mentale fa parte del lessico istituzionale e Salute delle Persone che usano Droghe non ancora, propongo che rientri nel nostro lessico critico e militante.

Storicamente queste due aree di fenomeni sociali e culturali si sono tenute a distanza, quasi che ognuno temesse l’altra e che se ne dovesse difendere.

Questo ha fatto si che le evoluzioni culturali e politiche che si sono sviluppate all’interno dei due contesti siano rimaste tendenzialmente reciprocamente poco conosciute e che non si siano valorizzate le pratiche, gli sguardi, i punti di vista comuni e le similitudini.

Penso ad esempio ai processi di deistituzionalizzazione e alla critica di ogni tendenza a istituzionalizzare la vita delle persone tipici della elaborazione nel contesto della salute mentale, così come al concetto di epochè (Basaglia): messa tra parentesi della malattia, di recovery e alle pratiche di supporto tra pari degli uditori di voci (R. Coleman) per citare alcune di queste pratiche e tematiche rimaste dissociate.

Così come penso alla prospettiva della Riduzione dei danni e Limitazione dei rischi, alla concezione del supporto tra pari naturale (Trautman) e alle sue trasposizioni nei servizi, al modello Droga, Set, Setting (Zinberg), al concetto di autoregolazione e regolazione sociale e legale dei fenomeni come dimensione di riferimento delle politiche sulle droghe …

È  paradossale invece che in entrambe le aree siano reciprocamente più diffuse le rappresentazioni basate sui modelli morali e biomedici e degli stigmi collegati (del tossico nella salute mentale e del folle nelle dipendenze), che sono state sottoposte a una critica radicale dai movimenti della società civile e dagli operatori in ognuna delle due aree, seguendo logiche analoghe ma che rimangono, ancora reciprocamente, sconosciute o estranee.

Questa realtà di distanziamento ha fatto si che le relazioni tra le due aree fossero prevalentemente inquadrate nello spazio della clinica: doppia diagnosi, comorbilità, con una concentrazione ossessiva su chi sia nato prima, l’uovo o la gallina, e sulla rigida separazione dell’intervento dell’uno e dell’altro, considerando il confine, classicamente, come una separazione piuttosto che un luogo di incontro.

Sul piano dei modelli organizzativi dei servizi questa logica si traspone in termini fortemente identitari e conflittuali/difensivi: Dipartimenti rigidamente separati o un unico Dipartimento che ingloba le Dipendenze nella Salute Mentale, mai il contrario (fino al modello estremo del Lazio che ingloba entrambi in un Dipartimento delle Fragilità, un vero capolavoro della semplificazione e dell’impoverimento dell’istituzione sanitaria).

Tutto ciò rischia di limitare e ridurre i nostri stessi discorsi alla critica della psichiatrizzazione delle persone che usano droghe e alla rivendicazione di una autonomia “difensiva”, intesa prevalentemente come identità istituzionale, al di fuori di un contesto più ampio di prospettiva critica e alternativa.

Cambiare direzione, fare un passo indietro e esplorare “il comune” tra le due aree di fenomeni e dei movimenti culturali e politici critici …

Partiamo dalle analogie:

In Italia quella che oggi chiamiamo riduttivamente Salute Mentale fa riferimento a un grande movimento di critica del manicomio inteso come istituzione totale che ha sottoposto, anche molto oltre il discorso sui manicomi,  a una critica radicale il concetto stesso di malattia e degli stigmi collegati, e la medicalizzazione, i processi sociali e culturali collegati assegnando ai nuovi servizi territoriali una funzione parziale (e non totale) e indicando nello spazio sociale, culturale e politico il luogo della restituzione dei diritti e dell’autonomia delle scelte di vita …

Fu proprio Basaglia a dire che dopo il manicomio si sarebbero sviluppati nuovi processi di istituzionalizzazione diffusa della sofferenza molto più ampi e pervasivi… e che il movimento di deistituzionalizzazione avrebbe dovuto continuare a agire sui nuovi scenari

Un primo interessante confronto: nell’area dei consumi di droghe non abbiamo avuto un manicomio ma forti processi di stigmatizzazione e di etichettamento che hanno influenzato intensamente l’opinione pubblica, i servizi, i comportamenti e la percezione di sé degli stessi consumatori.

Nel corso del tempo l’invadenza del paradigma morale nel suo ibridarsi con quello biomedico ha prodotto processi di istituzionalizzazione diffusi nell’area dei servizi pubblici per le dipendenze, relegando le persone che seguono trattamenti farmacologici a malati cronici inguaribili …

Così come l’invadenza del sistema penale rappresenta un tema apparentemente estraneo alla salute mentale ma da riaffrontare nel confronto con la logica del TSO e del post ospedali psichiatrici giudiziari …

La prospettiva della Riduzione dei Danni e della Limitazione dei rischi, rielaborata alla luce dello schema di Zinberg, della logica dell’autoregolazione e regolazione sociale,  dell’apprendimento sociale e dell’empowerment, con le sue pratiche e la forza del suo dispositivo critico sta operando un processo che ha molte analogie con la critica diffusa ai processi di re-istituzionalizzazione, di cui già aveva parlato Basaglia, e rappresenta la base per l’attivazione di azioni corrispondenti di deistituzionalizzazione.

Quali relazioni comuni tra i due ambiti? Per esempio, tra recovery e RdD, e tra supporto tra pari e mutuo aiuto tra uditori di voci?

Quali esperienze comuni sulle logiche di intervento centrate sul modello dell’empowerment, sulla valorizzazione e potenziamento delle risorse e competenze delle persone riconosciute come soggetti aventi diritti e autonomia di scelta e negoziazione?

A partire da questi confronti e esplorazioni di ciò che abbiamo in comune è possibile pensare a una alleanza piuttosto che a un conflitto o a una cooptazione culturale e istituzionale.

A partire da ciò che ci accomuna è possibile condividere strategie che considerano la distinzione e autonomia dei due sistemi come risorsa e come potere di attivare processi e azioni in sintonia rendendo permeabili i confini senza confondere né separare i due ambiti.

A partire da questo incontro e da questa costruzione di uno spazio culturale, politico e istituzionale in comune è possibile e utile prendere atto delle differenze nei due contesti, nella realtà che presentano i diversi fenomeni di riferimento.

Dopo aver delineato uno spazio di incontro e di incroci tra sguardi e sapere critici, solo allora possiamo affrontare le questioni legate alle collaborazioni tra i servizi, al di là delle etichette, oltre la doppia diagnosi e comorbilità …

In ambito istituzionale capita che usiamo per “opportunità” alcuni termini, come dipendenza e psichiatria, che critichiamo nei nostri contesti culturali in quanto stigmatizzanti. È  utile estendere questo stile critico anche ai termini doppia diagnosi e comorbilità in coerenza con l’impostazione esposta fino ad ora. Questi termini si presentano distanti dalle persone in quanto fanno riferimento a logiche istituzionalizzanti e prevalentemente diagnostico-etichettanti. Tendono a sollecitare posizioni di delega sulla base di una rigida separazione delle competenze.

Usare sostanze psicoattive non implica sofferenza, di norma … ma alcune persone possono vivere esperienze di sofferenza anche per l’influenza dei processi di stigmatizzazione, di esclusione, di carcerizzazione, o anche di particolari eventi di vita … Così come, d’altra parte, diverse esperienze di disagio più strutturato e stigmatizzato possono incontrare l’uso di sostanze con una dinamica da analizzare caso per caso senza pregiudizi.

Sono incroci che richiedono incontri, confronti, studi, scambio di esperienze e competenze … e che fanno emergere anche la presenza di stigmi e pregiudizi tra gli operatori dei due sistemi di servizi.

A partire da questi luoghi di incontro su aree culturali e politiche è possibile analizzare insieme le modalità condivise per affrontare le forme di sofferenza, disagio, crisi che esprimono le persone che sono in carico o comunque in contatto con i nostri due circuiti di servizi

Una prospettiva in “comune” dilata le possibilità del lavoro sui confini: comprendere insieme e con le persone che si rivolgono ai nostri diversi servizi quali risorse e competenze tipiche dei due sistemi di servizi, possono essere messe a disposizione e mobilizzate e al di fuori di una mera logica di budget.

E si aprono nuovi scenari nel confronto tra le diverse/comuni metodologie di empowerment, autoregolazione/autonomizzazione, riduzione dei danni/recovery …

Un’ ultima area di confronto riguarda le analogie e le differenze nelle prospettive politiche e culturali e nelle mission istituzionali (es. la legalizzazione e depenalizzazione e la decriminalizzazione come strategie politiche di regolazione sociale hanno un analogo nella complessa area della salute mentale?)

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