Fuoco alle fasce

fiammeDi Piero Cipriano

Nel 2016 iniziammo, come Forum Salute Mentale, una campagna (…e tu Slegalo Subito) per abolire la contenzione meccanica nei reparti psichiatrici d’Italia. Perché nonostante con la 180, come si saprà, erano stati aboliti i manicomi, in Italia, come in tutto il mondo, nei reparti psichiatrici ma non solo nei reparti psichiatrici, in ogni reparto, in ogni luogo di cura, se c’è necessità, le persone che si agitano o sono aggressive (ancora) vengono legate al letto, con quattro fasce. Mani e piedi. Questo provvedimento estremo non solo (si è detto) è antiterapeutico e dovrebbero, tutti gli operatori, convincersi a bandirlo dalle proprie pratiche, ma è molto rischioso. Perché mettiamo accade un terremoto, un incendio, e nessuno ha il tempo di slegare la persona legata, e quella resta seppellita oppure carbonizzata.

Anni fa, nel SPDC dove lavoravo, un paziente ricoverato (era pure epilettico) voleva uscire a tutti i costi. Il pomeriggio precedente, poche ore dopo il suo ricovero, mi aveva implorato, con queste parole: «Io, caro compagno comunista» (mi aveva domandato se ero comunista, gli avevo detto di sì, non mi sembrava il caso di stare a cavillare sulle differenze tra essere comunista ed essere anarchico), mi ripeteva, «devo uscire di qua, aiutami a uscire». «Non stai bene», gli avevo saputo dire, «sei in Trattamento Sanitario Obbligatorio, devi restare qua dentro», e gli avevo dato un calmante. Che l’aveva calmato, ma per poco. La notte prese una panca e cercò di rompere la porta (sempre chiusa) del reparto. Voleva solo uscire. Continuava a ripetere: «Sono pacifico io, sono un comunista io, voglio solo vivere libero io». Lo psichiatra di turno ordinò agli infermieri di legarlo al letto. Lui però, l’epilettico comunista, aveva un accendino in tasca, e dopo poche ore diede fuoco alle fasce. Fuoco alle fasce, non posso fare a meno di pensare che questo sarebbe un bel titolo, un titolo efficace per qualunque cosa uno voglia scrivere.

L’epilettico comunista del mio reparto fu più fortunato della donna che ieri è morta a Bergamo, nel reparto di psichiatria al terzo piano della torre sette dell’ospedale Giovanni XXIII. Donna di cui non so niente. Assolutamente niente. Chi era, la sua età, i motivi del ricovero, i motivi del suo essere stata legata, se aveva figli, da quante ore o giorni era legata. Come avrà vissuto la sua agonia? Ricorda, questa morte, la morte, il 31 dicembre 1974, di Antonia Bernardini nel manicomio giudiziario di Pozzuoli. Pure lei, legata, ustionata in seguito a un incendio. Quarantatré giorni di contenzione, aveva subito, Antonia Bernardini. Da quanti giorni era legata la donna di Bergamo, prima di diventare torcia? «Compagno», mi disse il mattino dopo, quando lo ritrovai (ancora) legato e mezzo bruciacchiato, «non mi hai aiutato a uscire da qui, che compagno sei, ho dovuto farlo, ho dovuto farlo per la mia libertà», mi disse, «non potevo stare qui agli arresti ospedalieri, sequestrato, ho dovuto dar fuoco alle fasce. D’altra parte compagno», continuò, «se la rivoluzione non la facciamo noi malati di mente, chi la fa? Voi, voi che siete sani, anche se siete compagni, ragionate troppo bene per dare fuoco alle fasce».

Così mi disse.

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