Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e il ruolo dell’informazione

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di Anita Eusebi

Giovedì scorso 19 giugno si è tenuto a Trieste un incontro organizzato dall’Ordine dei Giornalisti FVG, in collaborazione con l’Assostampa regionale e il Circolo della stampa, e intitolato “La normativa sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari: una legge inattuale e da superare. Il ruolo dell’informazione in questo auspicabile cambiamento”. Ospite d’occasione lo psichiatra Peppe Dell’Acqua, insieme ai giornalisti Carlo Muscatello e Gianni Martellozzo.

Con il suo intervento Dell’Acqua ha ripercorso innanzitutto le principali tappe della storia dei manicomi criminali, a partire da una psichiatria figlia della Rivoluzione francese quando lo psichiatra Philippe Pinel inizia a distinguere la malattia dalla colpa, la cura dalla punizione, i malati dai delinquenti. Si direbbe che nasce in quell’occasione la psichiatria come atto di liberazione. Ma da cosa veramente libera Pinel? «Da un bel nulla», dirà più avanti il filosofo Michel Foucault.

«Comincia da qui una storia veramente ambigua – racconta Dell’Acqua – poiché Pinel non fa altro che costruire un altro muro, di allontanamento e di contenzione. La malattia mentale diventa essa stessa una catena, con buona pace della scienza e della legge». In altre parole, «la malattia mentale si sovrappone alla follia – prosegue Dell’Acqua – la condanna, la circoscrive. E i folli non sono più folli, ma “malati di mente”, e in quanto tali gestibili, governabili, inseriti in una dimensione che da lì in avanti rende lecita ogni cosa, perché scientificamente giustificata. In nome della ragione, che deve contenere la s-ragione». «La follia è vita, tragedia, tensione. È una cosa estremamente seria. La malattia mentale, invece, è il vuoto, il ridicolo», scriveva Franco Basaglia. E ancora, «la follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere».

In questa situazione storica e scientifico-culturale, in cui la psichiatria si pone al servizio dello stato di diritto a garanzia dell’ordine sociale, si arriva a parlare di manicomi criminali. «Per la prima volta si definisce in qualche modo che esistono malati di mente che devo stare negli ospedali psichiatrici e malati di mente che hanno in sé qualcosa che cominciamo a definire rischio, pericolosità» spiega Dell’Acqua. « Fino alla seconda metà dell’Ottocento non si è mai fatta questa distinzione. Negli ospedali psichiatrici sono internati anche i folli rei, secondo la dizione ottocentesca, cioè i malati di mente che si sono resi colpevoli di un reato, mentre nelle carceri ci sono i rei folli, ossia coloro che sono diventati matti in carcere. È a questo punto che nasce l’OPG». Accade infatti che quelli che stanno in carcere sono di grande disturbo, ingestibili, costituiscono “una spina irritativa”, e contemporaneamente i folli rei, che sono nei manicomi civili, danno altrettanto fastidio, soprattutto agli psichiatri che si lamentano «Ma questo è pericoloso, ha ucciso, è un delinquente, perché deve stare qui? Mette a rischio la nostra possibilità di curare gli altri…». Sono gli anni dell’apertura di una prima sezione ad Aversa, dei primi regolamenti normativi col Codice Zanardelli, e a seguire ancora con il Codice Rocco. Insomma, dal 1930 l’OPG è un dato di fatto, sta lì come una pietra miliare, che nessuno sa, ma sta lì. E il manicomio civile anche.

Ma quali le culture che ci sono dietro? «Il modello biologico, positivista, quello che definisce la malattia mentale come malattia del cervello, che spiega ogni cosa in nome dell’organico, del patrimonio genetico, dei tratti somatici, e via dicendo», risponde Dell’Acqua. «Segni rilevabili che per la scienza dell’epoca alludono a qualcosa che è rischio, pericolosità. Con tutti i pregiudizi che ne conseguono, come la triangolazione micidiale tra malattia mentale, pericolosità e istituzione». O meglio, quelli che oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato essere “pregiudizi”, in riferimento alla malattia mentale, come l’inguaribilità e la pericolosità. Certo, probabilmente lo psichiatra Cesare Lombroso non sarebbe molto d’accordo. «Ma non lo conosco, non è amico mio», scherza Dell’Acqua.

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Ma cosa vuol dire pericolosità sociale connessa con malattia mentale? « Vuol dire che tu non sei più tu, sei soltanto malattia. E aggiungo, sei soltanto pericolosità. Vuol dire che le persone che vengono internate in OPG da un certo momento in poi non sono più soltanto i folli che hanno commesso un reato, ma anche coloro che pur non avendo commesso alcun reato si può “ragionevolmente e scientificamente” supporre che lo commetteranno. Come dire, si opera via via una sorta di bonifica umana, secondo una visione di ordine e pulizia che poggia sul senso di onnipotenza della ragione». Una visione che sarebbe forse sconvolgente oggi. O forse no. Sono cambiati termini, modi, tempi, luoghi e parole ma non si può negare che spesso accadono cose alquanto sovrapponibili.

E la psichiatria continua a porsi a supporto del giudice per confermare o meno con le sue perizie la capacità di intendere e di volere di un individuo. «Ma è necessario uscire da questo ingorgo impossibile, dall’inconsistenza spesso delle stesse perizie, da un tempo definito nei minimi e non nei massimi, da diagnosi che pretendono di avere connotazione oggettive», puntualizza Dell’Acqua. «Sono convenzioni quelle di cui si sta parlando. Lo psichiatra mente sapendo di mentire. Sfido qualsiasi psichiatra a dire che la scienza sulla quale lui basa le sue perizie è una scienza esatta, uno strumento di misura certo e oggettivo con cui poter decidere tranquillamente del destino di una persona. Una scienza che scienza non è, ma piuttosto qualcosa di estremamente fragile e incerto, un continuo operare proprio nella fatica dell’incertezza».

Il lavoro stesso di Basaglia poggia su riflessioni di questo tipo, su un mettersi in discussione continuo. «E passando per la splendida carta costituzionale del 1948 si arriva nel 1978 alla Legge 180 che finalmente riconosce tutti i diritti costituzionali a chi ha un disturbo mentale. I malati di mente diventano persone, entrano in una dimensione etica fino ad allora sconosciuta. Legare, chiudere, svestire non ha più nulla a che vedere con la scienza. Al contrario, ha a che vedere con qualcosa che va contro il diritto costituzionale». E nel momento in cui accade questo l’ordinamento dell’OPG viene posto sotto giudizio, non ha più ragion d’essere. Ma si fa un’accusa alla 180, quella di non aver toccato il manicomio giudiziario. «Ma è successo perché l’istituto dell’OPG è nel codice Rocco», precisa Dell’Acqua. Negli anni a seguire si passa poi per sentenze della Corte Costituzionale che cominciano i filtrare gli ingressi in manicomio giudiziario, alcune proposte di legge, la commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Ignazio Marino, la campagna StopOPG, i progetti delle rems, le innumerevoli proroghe, il viaggio di Marco Cavallo nei sei manicomi criminali. E la legge approvata lo scorso maggio, che fa ben sperare si arriverà presto alla chiusura definitiva degli OPG.

E l’informazione in tutta questa terribile e affascinante storia che ruolo ha? Quanto bene e quanti danni ha fatto finora? «Beh per quello che ho potuto leggere negli ultimi quarant’anni sulla stampa di danni ne ha fatti», commenta Dell’Acqua. «A proposito del folle reo e dell’infermità di mente la maggior parte degli articoli purtroppo sono proprio spazzatura. Non entrano mai davvero nella questione, ma alimentano luoghi comuni infiniti. Si deve tenere bene a mente che ogni cosa che accade nel mondo, anche il fatto più estremo, ci appartiene e lo possiamo e dobbiamo cercare di comprendere, ossia dobbiamo cercare di riportarlo nella dimensione della possibile umana comprensibilità, infelicità, sofferenza, contraddizione. Mi auguro sinceramente che il giornalista faccia sempre più un lavoro di avvicinamento all’accaduto, e non si lasci prendere appunto da luoghi comuni, né buonisti né giustizialisti».

«La stampa e i giornalisti ha fatto anche tante cose belle. Se solo penso a Sergio Zavoli, al meraviglioso documentario I giardini di Abele… – prosegue Dell’Acqua – Per fare una corretta informazione in tema di salute mentale, occorre fare un passo indietro. Per scrivere una notizia di cronaca ragionata è bene cercare di cogliere una dimensione altra, interrogarsi sempre, documentarsi, approfondire. E fare in qualche modo anche una scelta di campo. I giornalisti non sono solo una penna che scrive». C’è qualcuno che chiede, rispetto al tema della malattia mentale o agli eventi terribili che accadono purtroppo quasi ogni giorno e toccano la pancia della gente, come è bene che il giornalista si ponga. In altre parole, come e dove collocare l’eventuale fatto terribile? Dentro l’anima, il corpo, la società, o la malattia? «Questioni di pancia? Ma perché avere tanto in considerazione la pancia della gente, e non il cervello piuttosto, e il cuore?», risponde sorridendo Dell’Acqua.

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