I diritti di malati e detenuti: nel confronto i cani stanno messi meglio

di Luana De Vita

ROMA (25 agosto) – Della legge e delle cure degli uomini: questo se fossi un cane sarebbe un pensiero leggero e allegro, in Italia. Se fossi un cane. Ma sono un essere umano e mi appartengono funzioni cognitive che mi costringono continuamente a riflettere sul mondo e su me stesso, e sulle regole che costruisco e condivido con uomini e animali, con tutti gli uomini e tutti gli animali. E dunque rifletto.

Se fossi un cane, in Italia mi spetterebbe per legge uno spazio in recinto non inferiore a 20 metri quadrati da condividere al massimo con un altro cane o 9 mq in un box tutto per me. Se, invece, fossi un malato psichico con sufficiente autonomia sul piano della soddisfazione dei bisogni di vita quotidiana e adeguate abilità psico-sociali e mi ritrovassi a vivere in una comunità alloggio, ovvero una residenza socio-riabilitativa a più elevata intensità assistenziale, la superficie minima delle camere a due letti dovrebbe essere non inferiore a 16 mq e 9 mq in camera singola.

Meglio essere un cane, no? Peggio essere un detenuto, molto peggio. Mi spetterebbero sì e no 7 mq in singola e 4 mq in celle collettive. Se fossi un cane, a Roma non potrebbero tenermi legato ad una catena per più di 8 ore al giorno e la catena dovrebbe essere lunga almeno 6 metri, garantendomi il movimento, l’accovacciamento, l’abbeveramento e tutte le mie normali funzioni fisiologiche. Se fossi un malato di mente invece, i medici di Milano, al Niguarda, per esempio, potrebbero seguire le linee guida interne dell’ospedale in materia di contenzione fisica in armonia con la legge italiana e la prassi tristemente diffusa in tanti reparti psichiatrici. Potrei ritrovarmi legato, mani e piedi, ad un letto fino a 12 ore consecutive, sempre che la mia condizione non richieda un prolungamento della contenzione, a discrezione dei medici, non della mia dignità di essere vivente, non voglio dire umano, perché non mi conviene.

Sarebbe morto così, Francesco Mastrogiovanni, il 4 agosto 2009, nell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo quattro giorni di degenza in TSO (trattamento sanitario obbligatorio). Morto per edema polmonare, segni di contenzione fisica su polsi e caviglie, presumibilmente legati per giorni, anche se sulla cartella clinica non comparirebbe alcun provvedimento costrittivo a carico del degente. Ma che importa? Non era un cane, era solo un uomo.

E se fossi un cane pericoloso? Non esistono cani pericolosi – qualsiasi cane può attuare comportamenti “rischiosi” – ma esistono cattivi padroni e nella legislazione italiana si punta soprattutto sulla prevenzione e la formazione dei proprietari dopo aver abolito la lista delle razze canine pericolose. Se fossi un paziente psichiatrico però, sarei invece quasi sicuramente pericoloso nell’immaginario collettivo. Si vuole infatti ristabilire, con una modifica legislativa, il concetto di “pericolosità per sé e per gli altri” del malato psichico e la conseguente segnalazione alle autorità competenti. Se fossi un uomo, dunque, potrebbe toccarmi un posto in una “nuova” lista di umani pericolosi, a prescindere dalla circostanze, dalle condizioni, dal destino che mi è toccato in sorte.

Meglio, molto meglio essere un cane.

Se mi trovassero per strada o in mare, senza microchip, le istituzioni mi curerebbero e coccolerebbero, ma se fossi un uomo senza documenti e pure malato farei meglio a nascondermi e morire: mi arresterebbero. Se fossi un cane capirei che le leggi che mi proteggono sono pensate per me, per i miei bisogni e per le mie necessità di sopravvivenza, con un minimo di dignitosa qualità di benessere. Come essere umano, però, non capisco, proprio non riesco a capire, perché le leggi e le prassi operative di accoglienza, assistenza, accudimento, cura, reinserimento, rieducazione e riabilitazione degli uomini, per gli uomini sono invece pensate e create sui bisogni di chi poi dovrà occuparsi di me o di chi dovrà escludermi, liberarsi di me. Come se la mia vita non valesse neanche quanto quella di un cane, non meritasse la stessa sensibile attenzione ai bisogni dell’essere vivente, della semplice creatura di Dio.

Se fossi un cane, mi sentirei più tranquillo in Italia.

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Un Commento a “I diritti di malati e detenuti: nel confronto i cani stanno messi meglio”

  1. Stella e Toby sono i miei cani, fra i tanti. Non hanno la parole, ma amano, ci stanno vicini nella sofferenza come noi non riusciremmo, sono i nostri grandi consolatori.. “a gratis”. E’ giusto confrontarci con loro.. per imparare quello che “gli umani” ancora non hanno imparato: l’amore.
    “Animali” si dice, esseri “animati”. L’anima vuol dire questo, potersi muovere. Come noi, abbiamo questo in comune con gli animali.
    Non parlano, ma “sentono” ed hanno leggi di natura, quelle che noi spesso sacrifichiamo alla pseudo-scienza: hanno fame, paura, dolore, sonno e veglia.. ma uccidono solo per sopravvivere, sono senza “cognizione” appunto, come dice giustamente Luana De Vita, non possono quindi essere crudeli, caso mai impauriti, affamati ed aggressivi per questo.
    Capita anche agli umani aggredire per paura, ma il dolore e la paura non arrivano a scrivere Linee Guida contenitive… questa è pura crudeltà, pseudo scienza, pseudo clinica, pseudo assistenza infermieristica.
    Ogni conquista di civiltà ha portato agli animali, in questo caso ai cani, qualche spazio, ma la responsabilità “umana” contro di loro per le torture e le uccisioni è solo economica e recente. Dei più diffusi animali domestici, cani e gatti, i gatti sfuggono, si possono solo creare rifugi e ciotole di cibo.. ma solo fra il verde, sono troppo liberi.
    I cani no, si possono restringere, privare della libertà. Sono il nostro specchio, è giusto citarli, per comprendere che ogni loro sofferenza, costrizione, evoca la nostra, così il loro amore, fedeltà.
    E’ questo che possiamo imparare da loro, guardandoli, ad essere più “umani”, loro ci amano comunque, noi fra di noi non ci riusciamo. Riconosciamo solo le persone “degne d’amore”, quelle già illuminate dall’amore di qualcun altro. Le altre sono al buio, attendono uno sguardo di amore, rispetto, per essere considerate degne di attenzione, guardate con rispetto. Se riuscissimo a farli avvicinare dai cani forse potrebbero insegnarci come si fa. Uno dei miei desideri è questo, riuscire a rendere permeabili agli animali tutti i luoghi della vita, anche gli ospedali, sarebbero per tutti una formazione permanente.
    Mi ha intenerito vedere di recente, nella Collina di San Giovanni, a Trieste, nella Clinica a porte aperte, una persona col suo cagnolino stretto al petto, un’ancora affettiva, un’occasione di relazione con le persone.

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