“I ministri Orlando e Lorenzin hanno ragione sulla chiusura degli Opg” di Antonella Calcaterra

La relazione sullo stato di attuazione delle iniziative per il superamento degli Opg (ospedali
psichiatrici giudiziari) presentata dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin e dal Ministro della
Giustizia Andrea Orlando il 30 settembre 2014 ha provocato reazioni scomposte. Anche sulle
pagine di questo giornale sono stati pubblicati due interventi pieni di preoccupazione per la
“quasi certa” proroga del termine di chiusura degli Opg, attualmente previsto al 31 marzo 2015,
a fronte dell’impossibilità di vedere ultimati per quella data i lavori per la messa a regime delle
Rems. Luoghi, questi ultimi, dove dovranno essere espiate le misure di sicurezza detentive e la
cui costruzione è affidata alle singole Regioni, che hanno accumulato dal 2012 ad oggi gravi
ritardi. Da qui l’allarme immediato: inevitabile il rinvio del termine previsto al marzo 2015 e la “non
chiusura” degli Opg, “luoghi in cui la reclusione è una forma di tortura e dove gli internati si
trovano a scontare veri e propri ergastoli bianchi”. Va detto, però, a chiare lettere che, se è vero
che gli Opg rappresentano una vergogna e non sono luoghi di cura, l’”ergastolo bianco” non
esiste e non esisterà più grazie alle modifiche legislative introdotte con la legge 81 del 2014:
stupisce leggere ancora un riferimento a quel meccanismo che, davvero, faceva orrore, ma che
ora risulta definitivamente soppresso. E allora un po’ di quell’allarme deve essere ridimensionato; non solo e non tanto per il
guadagnato traguardo che ha posto fine alle segregazioni a vita, ma anche per i significativi
contenuti di quella relazione dei Ministri, che rendono tutt’altro che scontata la temuta proroga
della chiusura degli Opg. Essa apparirebbe addirittura non necessaria. Questo è quanto
evidenziato al seminario promosso l’11 novembre in Senato dalla XII Commissione Igiene e
Sanità in tema di salute mentale ed Opg, sia da parte del sottosegretario alla Salute Vito De
Filippo che da Roberto Piscitello intervenuto per il Ministero della Giustizia. Una linea in parte
conseguenziale e coerente ai contenuti di quella relazione ministeriale intorno alla quale è sorto
con troppo anticipo il grido d’allarme. La relazione contiene, infatti, alcuni passaggi importantissimi che devono essere evidenziati e
che dimostrano “quanta strada” è stata percorsa nel corso di questi due anni e quante curve
spigolosissime, che quella strada ancora presentava, siano state smussate.
La legge 81 del 2014 ha introdotto ima serie di modifiche fondamentali, tra cui il criterio di resi

dualità nell’applicazione delle misure di sicurezza detentive dell’internamento in Opg e casa di cura e custodia, e l’obbligo di dare un’identità a quelle anime morte e sepolte, per lo più sconosciute ai servizi, con la previsione di un piano di cura e trattamento individualizzato per ciascuno di essi. In quella relazione è scritto che oggi ciascun internato, grazie alla nuova legge, ha un piano di cura e trattamento personalizzato, e che al 30 settembre 2014 circa 425 persone su 826 (oggi gli internati sono scesi a 750) risultavano immediatamente “dimissibili”
sulla base delle indicazione contenute nel piano di trattamento individuale.
Delle persone “non dimissibili”, solo il 17% aveva ima pericolosità sociale come ridefinita dalla
legge 81. Il resto risultava “non dimissibile” con motivazione del tutto non convincente e non
legata ai nuovi criteri valutativi imposti. Questi dati evidenziano la necessità di un
potenziamento dei servizi, di prese in carico territoriali e la superfluità della maggior parte di
quei posti letto delle Rems che le Regioni si ostinano a voler costruire. Nel corso dell’ultimo
anno molte volte era stato ribadito con forza il principio secondo cui non andavano costruiti
“tanti posti letto” nelle Rems “quanti erano gli internati”, perché la nuova normativa privilegiava i
percorsi di cura inclusivi e non detentivi e perché la maggior parte degli internati non
necessitava di un trasferimento in Rems.
Questa curva spigolosissima del percorso appare oggi ancor più smussatale: gli esiti della
relazione del 30 settembre danno conto della non necessità di tutte quelle Rems e la legge 81
del maggio 2014 consente, pei fortuna, che ciascuna Regione possa e debba rivedere i progetti
iniziali, diminuendo le costruzioni ed investendo risorse per “favorire la dimissione e la presa in
carico da parte dei servizi del dipartimento di salute mentale dei soggetti cui è applicata la
misura detentiva”.
Alcune proposte di modifiche da parte delle Regioni sono in atto e non potranno non tenere
conto del minor numero di posti nelle Rems effettivamente necessari. Proprio in ragione di
queste modeste necessità residuali, nel seminario tenutosi in Senato è stata sottolineata la
possibilità, anzi la seria intenzione, di non prorogare il termine di chiusura degli Opg.
Effettivamente a questo numero ridotto di sistemazione dei non dimissibili si deve poter far
fronte alla luce dell’ulteriore dato emerso nell’incontro dell’11 novembre di circa 18.000 posti di
residenzialità psichiatrica. Appare utile disporre una proroga che mantenga in vita sei, ben sei,
strutture così imponenti per numeri così bassi, con l’inevitabile rischio di vedere rimanere
ingiustamente “posteggiate” persone definite dimissibili?
Lo stato effettivamente fotografato da quella relazione deve indurre, ed infatti questo sta
accadendo, a serie e importanti riflessioni. E non, invece, a facili allarmismi. Va anche detto,
sempre per evitare i sopra ricordati allarmismi, che pur nell’auspicio che a detta soluzione di
proroga non si arrivi, di certo essa potrebbe consentire l’opportunità di una ampia revisione dei
progetti regionali in armonia, finalmente, con le nuove norme ed i numeri emersi. Solo una
diversa distribuzione delle risorse, peraltro ben sostenuta nella medesima relazione, potrà,
infatti, rendere superflui gli Opg, ridurre al minimo le strutture previste in sostituzione e
consentire la massima applicazione di principi di cura ispirati all’inclusione sociale e territoriale e
al rispetto della dignità e dei diritti inalienabili di cui il malato deve restare titolare.

Ristretti Orizzonti – www.ristretti.org

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