I vostri contributi al convegno: La volta che ho pensato di diventare matto

di Massimo Cirri

Una volta ho avuto veramente paura di diventare matto. Ma matto davvero: fuori di testa, fuori come un balcone, fuori dal mondo. Lontano da tutti perché preso dentro un gorgo senza fondo. Solo con tutto il mondo che scoppia dentro. Una cosa da cagarsi sotto dalla paura. E infatti me la sono fatta sotto lì per lì quando è successo e poi – da uomo forte qual sono – ne sono rimasto impaurito per mesi.

Mi fa piacere scriverne in vista di Impazzire si può. E’ un appuntamento importante perché parla del guarire. Le psichiatrie parlano poco della guarigione, gli viene meglio non so perché parlare della malattia. Ma dalla malattia si guarisce, anche da quella mentale e bisogna ricordarsene e bisogna che le psichiatrie e tutte le psicologie lo ricordino alle persone che si rivolgono al loro sapere. Per non aggiungere una depressione alla depressione che casomai si ha già.

Mi sembra importante anche che per arrivare preparati al convegno alcuni cittadini abbiano cominciato a scrivere di quella volta che sono impazziti. Non dico che sono come le mozioni per le primarie del Partito Democratico, ci mancherebbe. Più una sorta di laiche tesi pre-congressuali.

A me è successo così. Siamo in viaggio in Argentina, Elena ed io. Visitiamo parchi naturali, laghi, cascate. Andiamo a vedere le balene che spruzzano l’acqua e fanno i salti. Passiamo ore e ore in autobus, perché l’Argentina è lunga e larga. Io, prima di salire in autobus, mi procuro sempre ampie scorte di cibo ed acqua per affrontare il lungo viaggio senza rischiare la morte per fame e/o disidratazione. Poi scopro che il bus è sempre attrezzato con fornitissimo frigobar e ad orari regolari si ferma a far sosta in aree di servizio. Sono più o meno attrezzate, a volte su strade magnifiche, ma sempre dotate di acqua e di qualcosa da mangiare. Così, dato che apprendo dall’esperienza, dopo un po’, diciamo al settimo viaggio, smetto di ammassare derrate nel comparto portaoggetti sopra il sedile e mi godo di più il tutto. Partenza compresa. Già che ci sono mi addebito anche una mentalità del colonialista diffidente, impaurito e sospettoso. Ma sto leggendo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, e ne sento l’influsso.

Poi una mattina andiamo a vedere i pinguini. Sono migliaia di migliaia e stanno su una spiaggia in riva al mare. Ci si arriva dopo ore di buche su una strada che attraversa la Patagonia. Il pinguino un po’ ti destabilizza: per la numerosità, lo starnazzamento, il muoversi a ondate. Perché tu ci passi in mezzo, lui ti guarda mentre cova, tu lo guardi mentre cova e si capisce che un po’ gli stai sui coglioni. Ma ti dice anche, con quel guardarti da pinguino, che lui di te se ne frega. L’orca è peggio. Tu vai avanti sul sentiero che attraversa la colonia dei pinguini e guardi un altro pinguino che cova. Lui ti guarda e te capisci che eccetera eccetera. Quando arrivi al mare, dopo migliaia di interazioni uomo-pinguino, il mare è limaccioso e atlantico. A te viene di tenerti abbastanza distante dalla battigia. Per via dell’orca assassina.

Poi risaliamo in bus e si parte, diretti verso l’interno. Per visitare non so cosa. Lì commetto quello che poi mi apparirà come l’errore fatale: mangio la mela. L’avevo comperata al mattino, in una bancarella alla stazione degli autobus, insieme ad altre due: per gioia da frutta e non per obbligo da sopravvivenza. È una bella mela argentina rossa. Ma anche Biancaneve pensava la stessa cosa, penserò poi. Povera illusa. Perché dopo aver mangiato la mela mi sale una certa nausea. Non avrò masticato bene – penso – mangio sempre troppo in fretta perché son nevrotico. Forse sono le buche sulla strada che mi fanno rimbalzare lo stomaco. Forse c’è un anticrittogamico sulla buccia della mela che non ho lavato come andrebbe fatto. Una mela avvelenata. È già successo, si veda appunto il caso Biancaneve. Fatto sta che la nausea persiste ed è come se si inghiottisse tutto. Succede piano piano. Il fuori conta sempre meno. La Patagonia scorre dal finestrino per ore, cespuglio dopo cespuglio. Nel bus quasi tutti dormicchiano. Io non riesco a stare concentrato, presente. Chiedo a Elena dove stiamo andando. Lei me lo dice: andiamo in un paesino dell’interno, si chiama Gaiman, c’è poco da vedere ma qualcosa c’è. Staremo lì solo una notte. “Ah, giusto, dico io, Gaiman”. Perché mi sono ricordato. Me lo dimentico subito, perché quella nausea che adesso ha i tratti di qualcos’altro – angoscia? – mi mangia i pensieri. Se li mastica come io avevo masticato la mela. Così richiedo ad Elena – “Scusami – dov’è che stiamo andando?” Lei me lo rispiega. Io, già che ci sono, le chiedo dove siamo stati ieri e l’altro ieri. Perché non me lo ricordo più. Lei neanche se ne accorge di questo disorientamento, siamo in giro da settimane e cambiamo posto quasi tutti i giorni. Quando arriviamo a Gaiman andiamo a vedere l’attrattiva locale, il museo dei coloni gallesi. È pieno di servizi da tè, perché i gallesi prima colonizzavano e poi bevevano il tè. Lì tutto precipita. Continuo a chiedere ad Elena dove siamo perché non lo so più. Poi, con un’accelerazione da pazzi, tutto quello che c’è intorno sparisce perché da sotto arriva sempre più forte un’onda. In un attimo è una valanga: percezioni, emozioni, sensazioni, cose, migliaia di pensieri prima di essere pensati mi salgono tutti insieme alla coscienza, alla testa, al cervello che ne so. So che sto soffocando, che non si può vivere così, che sto friggendo nell’olio bollente. Che sto perdendo il controllo, impazzendo. Che potrei rimanere così per sempre. Sparato via dal mondo per un eccesso di mondo. Flashato. Ho una paura folle. Mi salvo – credo – perché mi viene in mente qualcosa che ho letto sulla psicosi del viaggiatore. Che viaggia, viaggia e a volte si perde di mente. “Non è per sempre, mi dico cercando di sentirmi in quell’ingorgo assordante di percezioni, paure, voci”. Finisce che il peggio passa. Quel torrente di lava si abbassa un po’ di intensità, il mio terrore smette di crescere, mi viene la speranza che finisca. Così finisce. Ci metto ore a tornare una sorta di pseudo tranquillità. Poi dormo per un giorno. Mesi a ripensarci, risentendo quella paura. Ho anche fatto dei pensieri su cosa succedeva in quel periodo nella mia vita da farmi perdere l’orientamento. Ma l’ho pensato poi. Allora è andata così. Di Gaiman non ricordo altro.

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