Il “malato mentale” nel contesto sociale

colori_fioreLe riflessioni di Daniele.

E’ possibile che nel 2013, 35 anni dalla legge Basaglia, ancora in medicina ci sia una sorta di “Razzismo” nelle patologie?

I canoni scientifici ci offrono empiriche descrizioni dei disturbi mentali, e di fatto un quadro clinico al giorno d’oggi, con apposite visite e indagini, è ben delineato. Ma sul piano sociale?

Io utente, paziente, chiamatemi come volete, posso garantirvi che su quest’ultimo esiste un pesante fardello sociale, e il termine più noto per definirlo è “Stigma”. Chiaramente sto parlando della sofferenza mentale. Qualunque essa sia dal punto di vista medico-diagnostico, la società vede il malato mentale, il matto, quello da tenere in custodia, quello che può far male.

Si sente dire spesso al tg: “Malato mentale uccide la mogli, il figlio ecc”.

Tanti ne traggono la conclusione che i sofferenti psichici siano una forte categoria a rischio sociale per reati commessi e potenzialmente commessi. Vi invito ad una riflessione, se un disturbato psichico uccide qualcuno si evidenzia che esso è tale, se la persona non lo è cosa viene evidenziato? Niente! I dati dicono chiaramente che la cosiddetta gente “normale” commette più reati di quelli considerati “pazzi”.

Perchè per questi normodotati allora non usiamo la patologia che eventualmente hanno quando, cito ad esempio, commettono un delitto? Immaginatevi questo titolo di giornale: “Iperteso uccide la moglie”.

Cosa direbbe l’opinione pubblica? Ve lo dico io: cosa frega alla gente se un assassino è un iperteso? Nulla! Allora perchè invece quando si ha una sofferenza mentale si indica come causa del reato commesso?

Ci vuole una analisi piuttosto accurata, partiamo per punti:

  • L’approccio psichiatrico con il paziente

Ci sono talmente molte discriminazioni che spesso chi soffre di disturbi psichici non ha il coraggio di farsi avanti per sottoporsi ad una cura, anzi, a volte persino rifiuta l’ipotesi di essere affetto dallo stato patologico. Il ruolo fondamentale quindi se un paziente si fa carico della malattia e si vuole curare è quello che svolge lo psichiatra.

Faccio una premessa che è un mio modestissimo parere, secondo il mio punto di vista. Uno psichiatra, per esercitare, dovrebbe essere specializzato obbligatoriamente anche in psicoterapia.

Difatti molti pazienti, dopo un primo confronto con il medico, rimangono spaventati per l’approccio troppo “grezzo”, ovvero sentire termini medici, sentire parlare di principi attivi che fungono su varie aree dell’encefalo, ecc. Il paziente non è un tecnico, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, ma colui che deve sapere, in parole anche povere, da cosa è afflitto e cosa la farmacoterapia darà a lui in termini di benessere.

Inoltre l’utente deve essere “educato alla cura”, infatti sappiamo tutti che molti psicofarmaci possono dare effetti collaterali non indifferenti, molti credono solo la sonnolenza, ma anche altri, quali calo del desiderio sessuale, il non raggiungimento dell’orgasmo, parziale impotenza, e via dicendo.

Qui lo psichiatra deve fare un accurato lavoro di approccio in modo da prospettare eventuali possibili effetti sopraelencati, ma chiarire che essi sono innanzi tutto effetti collaterali e non lo scopo del farmaco, e poi che sono passeggeri, ovvero appunto legati al medicinale qualora si manifestassero. Lo psichiatra in tal contesto dovrebbe garantire al paziente anche un percorso di cura differente in caso che questi effetti collaterali siano parecchio invalidanti. Per concludere lo specialista deve agire come colui che cura e non come colui che vuole annientare la persona con ansiolitici piuttosto che antipsicotici. Spiegare che l’effetto indesiderato si chiama così non a caso.

Purtroppo come paziente psichiatrico noto che c’è una forte corrente, numerica e politica, che applica un approccio puramente farmacologico, come dissi al convegno della salute mentale nel giugno 2012 a Trieste, essi pensano di trattare un sintomo e non una persona e poi nemmeno curare tale sintomo ma tenerlo a bada poiché essi alla guarigione non credono.

  • Come agire contro lo stigma?

Il paziente affetto da malattia mentale tende spesso ad autostigmatizzarsi, usa magari al di fuori di un contesto medico termini prettamente medici. Ciò crea disordine anche a colui che lo ascolta, poiché non tutti sanno cosa sia un disturbo bipolare piuttosto che una sindrome dissociativa. Spesso si limitano solo ad elencara, magari ad amici, la lista di farmaci che prendono e anche questo crea incomprensione, spesso parla una lingua diversa dagli altri, avendo però le stesse potenzialità. Allora chi è che deve fare da traduttore? Lo psichiatra. Esso deve agire sulle potenzialità del malato mentale e farle sviluppare in maniera netta. Basta insomma con i lavoretti di giardinaggio e la ceramica, ci voglio obiettivi che mirino ben più in alto. Lo stimolo per esempio ad attivarsi come soggetto attivo nella gestione della salute mentale, costituendo associazioni che reclamano i diritti negati e che vanno a cercare di cancellare lo Stigma. Incitare il paziente ad acculturarsi mediante la ripresa degli studi, non importa a che età, spesso questa spaventa, ma se si ha un lavoro ben fatto da una equipe che lavora bene si può sollecitare l’individuo a riprendere studi per arricchimento della sua persona, poco importa che sia licenza media serale o laurea, importa che la persona si senta viva e attiva.

Importante far partecipare attivamente l’utente a dibattiti pubblici sulla salute mentale, dove chi ascolta è il “sano”, il “malato”, il medico, e qualsivoglia categoria.

Questo ha due effetti: il primo sulla persona che si toglie l’autostigma essendo cosciente di avere una patologia come le altre e che la discriminazione è “razzismo della patologia”, la seconda è che gli uditori saranno a conoscenza di lati oscuri fino ad allora. In tutti i settori, ad esempio: si viene a sapere che uno, che molti davano per matto, ha scritto parecchi libri, avendo anche successo. L’attivismo dell’utente e la propensione dello psichiatra alla sua emancipazione sono, per concludere, il motore che permette di mettere la freccia e salutare con la manina lo stigma, che pian piano sparisce dall’orizzonte, perchè l’umanità non è soggettiva, ma oggetto imprescindibile in questo mondo.

[Continua]

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Un Commento a “Il “malato mentale” nel contesto sociale”

  1. A presto il continuo :-) !

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