Il Diario di Pietra

Nannetti Fernandodi Antonio Severino, Antropologo Culturale Università di Salerno

Raccontare è «un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari». Così Primo Levi apre le prime pagine del suo romanzo Se questo è un uomo. Ed è proprio nel profondo desiderio di raccontare che si può identificare, forse, il motore che ha spinto Alessandra Cotoloni a realizzare il suo romanzo (edito Il Papavero).

Il Diario di Pietra. N.O.F.4. I fantasmi sono Fulmidabbili dopo la sua seconda apparizione prende sembianze umane: questo il titolo del romanzo della scrittrice senese, architetto di professione, che ha avvertito questa spinta dopo essere stata accompagnata da sua figlia a visitare i vecchi padiglioni del manicomio di Volterra. La scoperta di una serie lunghissima di incisioni, fatte sui muri di uno stabile, la fa entrare in contatto, per la prima volta, con Fernando Nannetti, autore di quel graffito e “malato di mente”, “prigioniero” di quella struttura di contenzione negli anni ’60 del secolo scorso.

È in quel momento che l’autrice avverte il primo legame con questo internato, inizia a percepirne in maniera profonda il disagio vissuto e la sua “smania” di raccontare, rappresentata da quel certosino lavoro di cesellamento di più di 180 metri lineari di muro del cortile del plesso di Volterra.

Fernando Nannetti è un ragazzino nato a Roma, da padre ignoto, nel 1927. Un bambino come tanti che sviluppa, in tenera età, una patologia tremenda (la spondilite) che gli causa acuti e lancinanti dolori alle articolazioni e alla schiena. Le continue urla strazianti del ragazzo costringeranno ben presto la madre a consegnarlo a un istituto di cura mentale giovanile. È da quel momento che Fernando entra, ancor fanciullo, nella realtà del manicomio minorile, un universo di violenze su corpi giovani e prevaricazioni da parte di suore e inservienti. Una realtà che sarà solo l’anticamera della sua vera prigione, quella del manicomio criminale di Volterra, luogo in cui verrà condotto nel 1958 e dal quale ne uscirà solo nella parte finale della sua vita.

Nella realtà manicomiale Fernando sperimenta l’ancor più cruda condizione di chi è scarto della “società dei normali”, vede e sente cose inenarrabili, diventa spettatore e testimone di soprusi e nefandezze, consapevole di non poterne e doverne parlare per evitare le percosse e l’elettroshock, punizione che rende ancor meno umani i già poco umani prigionieri della struttura. Fernando si chiude, dunque, in un mutismo profondo che si controbilancerà con una forma tutta particolare di grafomania. I dolori alla schiena diventano impulsi elettrici perché la sua colonna vertebrale è un’antenna ricevente che capta segnali dall’universo, messaggi da dover trasmettere. È così che Fernando, soprannominatosi Oreste e definitosi colonnello astrale, inventa il suo mezzo per riconquistare il diritto a parlare e l’identità negata dall’istituzione manicomiale. L’ardiglione della fibbia del gilet diventa la sua penna e il muro un foglio enorme sul quale incidere indelebilmente i “messaggi alieni” ma anche narrare di sé.

Più di un decennio trascorre nel manicomio. Dieci anni in cui i muri si riempiono di scritte, tracciate con fatica e tenacia grazie a quel semplice ferretto appuntito. Testimoni di tutto questo il solo Fernando e un inserviente che, incuriosito dai suoi movimenti, scopre le incisioni e assiste alla loro creazione nel più assoluto silenzio. È grazie a quell’inserviente che l’esistenza di Fernando verrà ricordata attraverso il suo graffito, inserito poi anche nei libri di storia dell’arte come esempio di art brut.

Alessandra CotoloniUna storia densa, profonda e travagliata, come è travagliata la scrittura del romanzo che sembra essere stato scritto con lunghe pause, resesi necessarie per la forte carica emotiva derivante della scoperta delle sventurate vicende di Fernando ma anche per l’attenzione con la quale la ricerca sulla vita di quest’uomo è stata condotta da Alessandra Cotoloni. La sua penna dona infatti al componimento narrativo il sapore di un romanzo storico ma anche di uno scritto intimo condito da una sorta di sguardo antropologico implicito, che intervalla trascrizioni del graffito a momenti di narrazione empatica, pretesto di una conseguente riflessione che evidenzia tutti quei meccanismi biomedici positivisti di spersonalizzazione dell’individuo, attivi nel secolo scorso, che rendevano, in maniera grossolana, il disagio una malattia e la malattia mentale uno stigma sociale.

Fernando Nannetti diventa l’esempio paradigmatico di una condizione vissuta da tutti coloro che furono internati nei manicomi; privato, come ogni “pazzo” di quel periodo, della possibilità di essere individuo, nel senso levistraussiano del termine, secondo cui «ognuno di noi è un crocicchio dove le cose accadono» (Levi-Strauss, 1978:16).

Sebbene defraudato in toto della possibilità di agire nel mondo, sebbene spogliato di ogni caratteristica che potesse farlo assomigliare a un uomo, il Nannetti ha provato da solo a costruirsi una “nuova identità”, creando, dentro un muro, un’altra realtà dove percepirsi coinvolto e sentirsi parte attiva. Un suo mondo, con personaggi, parenti, amici e messaggi. Un universo di relazioni, quelle che ogni uomo cerca per sentirsi vivo e vitale nel continuo agire e interagire in una dimensione di reciprocità che l’istituzione totale del manicomio gli aveva negato.

Sul muro del manicomio di Volterra venne incisa una denuncia silenziosa che, a quarant’anni dalla legge Basaglia, sembra ancora un attuale spunto di riflessione sui fatti della contemporaneità. I graffiti di Fernando rappresentano anche le voci di tanti internati che su quei muri si sono schiantate senza lasciar traccia, che non hanno avuto la forza di “reagire” in nessun modo a quella forma di alienazione istituzionalizzata che era il manicomio. Una marea di storie individuali negate e superficialmente etichettate come “inutili”, perché scomode, dalla società del tempo e dalle tassonomie biomediche di un “potere psichiatrico” forse troppo impegnato a consolidare le proprie certezze piuttosto che ad aver cura di tutti quei differenti disagi dovuti a differenti vissuti.

Con il suo lavoro Alessandra Cotoloni ha simbolicamente riscattato i tanti Nannetti chiusi in manicomio. Ha reinserito Fernando nella Storia con la esse maiuscola, nel contesto che lo aveva rifiutato e nelle vicende che lui non ha potuto vivere, perché rinchiuso, ma soltanto immaginare provando, con la sua mente, a vagare divagando sul suo immenso foglio di pietra.

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