Il gesto di Basaglia [2/2]

negrognoDi Luca Negrogno

Il testo è apparso su Studi sulla questione criminale online

La “disindividualizzazione” e il rapporto con le lotte di base

Partendo da una critica alla psichiatria positivista e attraversando la fenomenologia, Franco Basaglia riconnette l’epochè alla lotta per la trasformazione, verificando praticamente il legame tra l’esclusione sociale e la disciplina psichiatrica che emergeva dagli studi genealogici di Michel Foucault e da quelli microsociologici di Erving Goffman e della Scuola di Chicago[1]. Questo permette una critica più generale dell’incontro tra il tecnico e il bisogno sociale su cui opera e di riflesso una critica del rapporto tra l’intellettuale, anche politicamente impegnato, e la società; critica che negli stessi anni formulava Frantz Fanon a proposito dell’intellettuale socialmente inserito che in un contesto coloniale non può che scegliere tra la rivoluzione e il lavoro di oppressione tecnica dei subalterni[2]. A testimoniare la continuità di questi momenti, senza alcuna artificiosa separazione tra fasi dell’opera di Basaglia e del suo pensiero, sta il problema filosofico di fondo dell’incontro dell’uomo con se stesso, declinato nell’analisi successiva delle scappatoie che costantemente, come “tecnico” o come “politico”, egli (e il movimento stesso) può trovare nella “malafede”[3], nelle “ideologie di ricambio”[4] rassicuranti sulla linearità del progresso, nella posizione di comodo del produrre analisi teoriche generali senza possibilità di verifica pratica.

Questa critica si inserisce nell’insieme di tensioni sociali, politiche e culturali che caratterizzano l’Occidente tra gli anni ‘60 e ‘80, quando emergono nuovi movimenti di base che solo marginalmente vengono assunti e sintetizzati nei macroprocessi sociali di cambiamento (in parte interpretati e in parte rifiutati dai vecchi partiti politici di massa, finendo questi ultimi per esserne poi travolti). L’emergere dei movimenti di base corrisponde a una radicale messa in discussione delle divisioni tra saperi e discipline e contribuisce alla trasformazione in senso antiautoritario delle istituzioni classiche e delle scienze, così come delle forme politiche tradizionali. Ne è un esempio la medicina critica italiana che nasce negli anni ‘70 sulla base di un gesto politico di “disindividualizzazione” (un’espressione usata da Michel Foucault in altro contesto, che però riteniamo utilissima per descrivere questo movimento[5]): il tecnico del sapere medico fa emergere i “saperi assoggettati” mettendosi a disposizione di un contesto in cui sono i “gruppi omogenei” e le comunità autonome a descrivere i fattori di nocività del lavoro di fabbrica o della “malaria urbana” (l’espressione è di Giovanni Berlinguer e costituisce uno dei titoli più rappresentativi della collana Medicina e potere della Feltrinelli, diretta da Giulio Maccacaro e importante per una tematizzazione sistematica del rapporto tra politica e medicina. Di Giulio Maccacaro si veda l’importantissima raccolta di saggi Per una medicina da rinnovare[6]).

In questi casi, come ha sottolineato Davide Caselli parlando della vicenda della “psicologia di fabbrica” inaugurata da Ivar Oddone, «la critica alla dimensione disabilitante del potere professionale si intreccia a una critica complessiva del capitalismo»[7] producendo una nuova forma di definizione delle oggettività scientifiche: una scienza consapevole dei poteri cui decide di legarsi. Si tratta di una irruzione di nuovi corpi e nuovi saperi che piegano le oggettività scientifiche all’analisi dello sfruttamento, all’interno di processi complessivi di emancipazione e di presa di parola, come raccontano i movimenti femministi e le pratiche innovative di quegli anni sulla salute della donna intesa come rifiuto dell’incorporazione della subalternità.

Questo nuovo equilibrio politico tra saperi “minori”, militanti e scienze viene però superato da una nuova fase restaurativa in cui i politici si richiudono nell’esaustività del loro ruolo, allucinatoriamente rappresentato come quello di una gestione separata su una complessità indomabile, e la società viene pervasa da nuovi dispositivi di controllo, spesso ricalcati sull’involucro di quelle critiche anti-gerarchiche. In assenza di questa tensione politica i saperi innovativi nati dalla distruzione delle strutture autoritarie si sistematizzano come branche amministrative, individulizzanti, dell’igiene pubblica e del controllo biopolitico e statistico della popolazione.

Di Vittorio esemplifica queste tensioni culturali con il passaggio da una ricezione italiana “minore” di Michel Foucault, intrecciata con le lotte e le pratiche della psichiatria anti-istituzionale, a una dispersione di questi temi nel dibattito astratto degli ultimi quarant’anni, in cui il problema dell’intellettuale specifico è stato soppiantato da una volontà di ritorno all’intellettuale universale, magari un guru televisivo con rinnovate funzioni sacerdotali[8]. (Si pensi solo ai format di divulgazione della psicanalisi, autonominatisi fonti di moralizzazione paternalistica dell’agone sociale e politico – la distopia realizzata del Freud in svendita per le masse proletarie preconizzata da Nanni Moretti – ai tanti filosofi che hanno speculato sulla nozione foucaultiana di biopolitica o al ruolo dei virologi nell’informazione pubblica durante la pandemia di Covid: competizione affettiva sul mercato della comunicazione di massa con esiti nefasti di infantilizzazione della popolazione, di frivolezza epistemologica e di nascondimento delle dinamiche sociali e politiche sottostanti alla diffusione del contagio e alla sua variabile dannosità in termini di salute pubblica).

Innescare le micce

È necessario oggi riaprire gli archivi basagliani con l’obiettivo di innescare nuove lotte e nuove visioni su noi stessi. È necessario in un contesto in cui le forme governamentali e gli esperti che le riproducono sono largamente tecnicizzati e il discorso pubblico nega l’opportunità di un dibattito scientifico critico attraverso la nozione, insieme descrittiva e performativa, dell’“anti-scienza”, in cui si verifica quello che Mattia Galeotti definisce «un meccanismo di complementarietà artificiale, tra scienza e anti-scienza, che viene agitato in maniera da normalizzare le spinte contro-scientifiche, cioè i saperi conflittuali»[9].

Riprendiamo allora gli elementi conflittuali che nella gestione amministrativa della 180 non si risolvevano, neanche agli occhi di Basaglia. In primo luogo la sua consapevolezza che il modello di gestione dei sistemi assistenziali determina la condizione problematica a propria immagine: «in epoche successive la malattia e i suoi sintomi sono sempre stati influenzati e condizionati dai nuovi orientamenti terapeutici [...], noi produciamo una sintomatologia – il modo di esprimersi della malattia – a seconda del modo col quale pensiamo di gestirla, perché la malattia si costruisce e si esprime sempre a immagine delle misure che si adottano per affrontarla»[10].

Dobbiamo allora indirizzare la critica a «ciò che resta del manicomio», come ha scritto recentemente Antonio Esposito, facendo riferimento a un ricorso diffuso ai dispositivi amministrativi di internamento che pervade la società nel suo insieme in un contesto caratterizzato dal «ritrarsi della politica con il sopravanzare di logiche economicistiche e di poteri decisionali non democratici»[11], come per esempio si vede nelle forme di trattamento di anziani, disabili, migranti e altri marginali nelle istituzioni residenziali, dove l’utenza è valorizzata soprattutto secondo economie di scala ancora rivolte alla concentrazione e all’intrattenimento. Consapevoli nel frattempo che sulla base di una radicale “fragilità epistemologica” (l’espressione è di Roberto Beneduce[12]) la psichiatria diventa anche campo a maglie larghe di medicalizzazione di ogni contraddizione sociale: con il presupposto indimostrato della teoria dello scompenso neurochimico, attraverso un riduzionismo biologico funzionale alla biopolitica liberale, si oggettivizza scientificamente ogni sorta di comportamento deviante e problematico mentre la società ha visto il diffondersi di una psicomedicalizzazione “cosmetica” funzionale all’adeguamento individuale alle norme della produttività e dell’adattamento flessibile.

Nei vecchi archivi dell’epidemiologia critica da tornare ad innescare, invece, si coglieva l’obiettivo teorico e pratico dell’incontro tra bisogno e oggettivazione psichiatrica (come scrive Giulio A. Maccacaro in Appunti per una ricerca sull’epidemiologia dell’istituzione psichiatrica come malattia sociale, in Fogli di informazione, 1976). Riattiviamo l’indagine a partire dalle ricerche di Richard Warner (in Schizofrenia e guarigione. Psichiatria ed economia politica[13]), che da psichiatra e antropologo formatosi alla scuola marxista di Marvin Harris produce per l’OMS la prima meta-analisi mondiale dei dati su internamento manicomiale, dimissioni, diagnosi di schizofrenia e relative guarigioni dal 1880 al 1980, giungendo a dimostrare la correlazione inversa tra internamento manicomiale e richiesta di manodopera industriale, secondo la tesi marxista “forte” dell’esercito industriale di riserva, sulla base della quale poi analizza l’evolversi delle culture psichiatriche come fenomeno sovrastrutturale; questa tesi sarebbe oggi da rinnovare e adattare alle dinamiche della produzione postfordista.

Nel campo della ricerca sulle connessioni tra nocività delle politiche urbanistiche e condizioni di salute mentale è intervenuta recentemente Agnese Baini sul sito del Forum Salute Mentale, denunciando come nelle retoriche del degrado urbano e del decoro si realizzi una nuova esclusione della povertà simile a quella che si sintetizzava nella funzione del manicomio[14]. Giuseppe Allegri e Renato Foschi hanno mostrato, in un articolo sul Reddito di Base Incondizionato Universale, l’effetto positivo che le sperimentazioni in questo senso hanno avuto sul mercato del lavoro, sul capitale sociale e sulla salute mentale delle popolazioni coinvolte in vari paesi europei[15]. Un numero consistente di gruppi statunitensi di operatori e utenti dei servizi comunitari di salute mentale hanno aderito durante l’estate alle campagne favorevoli al definanziamento o all’abolizione dei corpi locali di polizia, denunciando il loro ruolo strutturale nella violenza sistemica ai danni delle minoranze e i disastri sociali causati da un’impostazione delle politiche di sicurezza che ne privilegia il lato poliziesco e repressivo a detrimento degli aspetti redistributivi. Sono questi tre esempi di sconfinamenti, di “uscita dallo specifico tecnico” per avventurarsi nel campo delle politiche urbane, delle politiche di welfare e della gestione dell’ordine pubblico. In questo modo si riprende esplicitamente il gesto di Franco Basaglia.

Si tratta di un gesto che richiede il coraggio di uscire dal proprio ruolo rassicurante e confrontarsi con la voce delle esperienze escluse e subalterne, permettendo ad esse di assumere legittimità nel discorso e nell’azione, anche contro le oggettività scientifiche e anche quando la vicinanza con loro ci fa sentire troppo “odore di merda” (sono le parole di Franco Basaglia, quando descrive l’esperienza provata prima in carcere, da antifascista, poi in manicomio, al suo primo giorno da direttore[16]).

[fine seconda e ultima parte]


[1] Basaglia, Franco; Ongaro Basaglia, Franca; Introduzione ad Asylums, Basaglia, Franco; Scritti, 2, Einaudi, 1981

[2] Basaglia, Franco; Il problema della gestione, Scritti, 1, Einaudi, 1981

[3] Basaglia, Franco; Ansia e malafede (La condizione umana del nevrotico), Scritti, 1, Einaudi, 1981

[4] Cfr. Basaglia, Franco; Ongaro Basaglia, Franca; La maggioranza deviante. L’ideologia del controllo sociale totale, Einaudi, 1971

[5] In Introduzione alla vita non fascista, Prefazione all’edizione americana de L’Anti-Edipo di Gilles Deleuze e Félix Guattari, 1977

[6] Maccacaro, Giulio Antonio; Per una medicina da rinnovare. Scritti 1966-1976, Feltrinelli, 1981

[7] Caselli, 2020, vedi nota 1

[8] Cfr. Di Vittorio, Pierangelo; Foucault e Basaglia. L’incontro tra genealogie e movimenti di base, Ombrecorte, 1999

[9] Galeotti, Mattia; Ripoliticizzare le scienze, su Jacobin Italia, https://jacobinitalia.it/ripoliticizzare-le-scienze/ consultato il 09/12/2020

[10] Basaglia, Franco; Ideologia e pratica in tema di salute mentale, in Scritti, 2, Einaudi, 1981

[11] Giannichedda, Maria Grazia; Esposito, Antonio; L’internamento prêt-à-porter e altri dispositivi del post manicomio. Dialogo tra Maria Grazia Giannichedda e Antonio Esposito, in Cennini, Elena; Esposito, Antonio; a cura di; COSA RESTA DEL MANICOMIO? Riflessioni sul fascino indiscreto dell’internamento, in Cartografie Sociali. Rivista di Sociologia e Scienze Umane, n. 9, 2020, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa

[12] Beneduce, Roberto; Illusioni e violenza della diagnosi psichiatrica, in Colucci, Mario; a cura di; La diagnosi in psichiatria, Aut Aut, 357/2013, Il Saggiatore

[13] Warner, Richard; Schizofrenia e guarigione. Psichiatria ed economia politica, Feltrinelli, 1991

[14] Baini, Agnese; Lo spazio pubblico non è più pubblico, su Forum Salute Mentale”, http://www.news-forumsalutementale.it/lo-spazio-pubblico-non-e-piu-pubblico/ consultato il 09/12/2020

[15] Allegri, Giuseppe; Foschi, Renato; Universal Basic Income as a Promoter of Real Freedom in a Digital Future, World Futures, DOI: 10.1080/02604027.2020.1792600, https://doi.org/10.1080/02604027.2020.1792600 consultato il 09/12/2020

[16] Basaglia, Franco; Conferenze Brasiliane, Raffaello Cortina, 2018

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