Il lavoro sociale nelle culture del sud del mondo

Impariamo dal Sud del Mondo

Parte rilevante del lavoro per la Salute Mentale è Lavoro Sociale (LS). Per Lavoro Sociale intendiamo un lavoro professionale qualificato, secondo i lineamenti proposti da Fabio Folgheraiter, non banale assistenza sociale. Un approccio tecnico ed umano insieme, che sia capace di spendersi con intelligenza tra livello micro e macro sociale.

Promuovere Salute Mentale, nella cornice internazionale che il meeting triestino si vuole dare, è per noi un intelligente modo d’intendere il LS nelle comunità multiculturali che si affacciano nei nostri ambienti di lavoro, nelle nostre città.

Il nuovo paradigma della psichiatria sarà il LS comunitario. Intendendo per comunitario una cosa precisa: l’apertura alle diversità. Non tanto l’apertura degli Altri alla diversità del disturbo mentale, quanto proprio l’apertura mentale di noi operatori ai mondi culturali, altri dal nostro. Operazione cruciale che ci costringe a rivedere la nostra di cultura, necessariamente.

Ciò comporta, ad esempio, che il valore dell’uguaglianza deve perdere posizioni rispetto il valore della fratellanza e dell’appartenenza, così forte nelle nuove comunità d’immigrati. Anche il tema dei diritti, così enfatizzato dalla nostra cultura sociale dovrà confrontarsi col valore dei legami comunitari. Perché così s’intende il LS nel sud del mondo.

Una genuina apertura internazionale ed interculturale ci costringe già oggi a rivedere il nostro modo di pensare la comunità e la priorità che si attribuisce al principio dei diritti individuali e dell’uguaglianza, rispetto il valore dei legami comunitari.

Questa “pratica”, che ci pone in crisi con i nostri principi, trova riscontro in un lavoro pubblicato sull’ultimo numero della rivista Lavoro Sociale.

Vi si sostiene che, in una prima fase, la nascita del LS professionalizzato in Sudafrica, Cina, Egitto ed India, è stato un fatto di colonialismo culturale. In tali paesi gli operatori erano formati sulla base della scuola Europea. Ma nel mondo post–coloniale, è apparso subito chiaro che un modo importato d’intendere il LS non fosse quello idoneo. Ciò ha portato molti paesi a rifiutare l’imperialismo culturale del nord del mondo ed a ricercare un cambiamento.

In Egitto, ad esempio, dopo aver sperimentato modelli anglosassoni, si é inaugurato un percorso d’indigenizzazione che ha comportato, tra l’altro, la presa d’atto da parte dei servizi sociali “laici” del fatto che la religione ufficiale ha un ruolo molto importante in ambito socio assistenziale. In tutti i paesi islamici, il LS deve confrontarsi con l’Islam. Ed ora dobbiamo farlo anche noi. Salvo che non si voglia convertire le comunità islamiche del nostro paese al credo delle culture sociali nordiche. Un’operazione che rischierebbe di scivolare nell’imperialismo culturale e nel pensiero unico.

In Africa, studiosi del LS, rilevano quanto è importante che esso si armonizzi con l’ambiente sociale africano. Poiché le società africane tendono ad essere comunitarie, il LS deve mirare ad integrare le risorse del singolo con quelle della famiglia e della comunità indipendentemente dal tipo di problema affrontato. A differenza che da noi, i livelli micro e macro sono sempre strettamente interconnessi e centrati sul capitale sociale più che su quello economico.

In Cina, il LS si è sviluppato secondo diverse fasi e linee di sviluppo. Le prospettive di riferimento però restano tipicamente cinesi: promuovere relazioni armoniose, rafforzare la coesione sociale e la partecipazione nella comunità locale. Il focus non è certo sull’individuo ed i suoi diritti e le pari opportunità, ma la comunità ed il vantaggio che i soggetti ricevono dal relazionarsi con una comunità forte e coesa.

Si vede bene, da questi esempi, come il LS cambi, secondo il contesto. In questi paesi il lavoro di comunità e la prospettiva che tiene conto dei fattori strutturali del disagio, sono visti come componenti essenziali del LS, in ogni caso. In questi paesi l’attenzione agli aspetti strutturali e alla dimensione comunitaria è legata al fatto che il LS si pone come obiettivo principale la promozione dell’armonia e della coesione sociale. Quindi, gli operatori s’interessano della disuguaglianza e delle cause strutturali del bisogno, ma mettendo in primo piano il principio per cui il modo per affrontare questi problemi va costruito, volta per volta, a partire da ciò che è considerato importante nei diversi contesti.

C’è una differenza tra le culture sociali del nord e del sud: in quelle del nord si dibatte se sia più giusto l’approccio macro invece che quello micro. In quelle del sud tale polarizzazione non c’è. Probabilmente perché il livello comunitario non è scotomizzato come da noi. Il livello cioè che connette il piano strutturale a quello delle dimensioni micro individuali. Da noi si confonde facilmente società e comunità. Però sono piani distinti, ancorché collegati. Se ne teniamo conto, rinunciando a tali semplificazioni e riduzioni, si coglie meglio la complessità dei bisogni del singolo, interconnessi con i piani familiare e comunitario, fino alla società nel suo complesso. Il LS può essere molte cose diverse che tuttavia potremmo ricondurre alla stessa ampia entità, se solo il nostro sguardo diventasse un po’ più ampio ed inclusivo.

Confrontarsi col sud del mondo ci aiuta a vedere come il nostro sistema valoriale sia un sistema in cui i diritti umani vengono interpretati in maniera marcatamente individualistica, sulla scorta della tradizione post-illuministica. Molti operatori del nord del mondo intenderebbero obiettivi come: ARMONIA SOCIALE o COESIONE SOCIALE, come un invito a sostenere lo status quo a discapito degli interessi degli oppressi. Tuttavia, in molti paesi del sud del mondo, l’idea tradizionale di comunità appare ancora di notevole importanza. Se il LS opera in questi ambienti culturali (anche qui da noi) con una nozione esclusivamente individualistica dei diritti umani, non solo rischia d’essere controproducente, ma d’essere, suo malgrado una forma di neo colonialismo!

In certe circostanze bisogna riconsiderare ciò che costituisce oppressione, specialmente quando la questione riguarda la conciliazione fra desideri o interessi personali e le esigenze della famiglia o della comunità. Chi appartiene a comunità particolarmente emarginate od oppresse spesso matura proprie specifiche capacità di fronteggiare certi problemi (ad es. patriarcato), in modi diversi, secondo i contesti. Modi, che ai nostri occhi possono apparire erroneamente come una rinuncia a combattere l’ingiustizia. Ad esempio la deferenza nei confronti degli anziani o della famiglia può essere letto, al nord, come una forma d’ingiusta oppressione, mentre al sud è importante per rafforzare una cultura delle relazioni, sfidata dalla globalizzazione.

Ci sono esempi di come le donne asiatiche trovino dei modi culturalmente appropriati per contrastare le diverse manifestazioni patriarcali, violenza domestica inclusa, cercando al contempo di non indebolire le relazioni familiari. Guardare in questo modo ai diritti umani potrebbe apparire eretico nelle nostre città, ma rappresentare la cosa migliore da fare al Cairo od in Cina. Dopo tutto, il concetto dei diritti umani non deve descrivere tanto uno stato di fatto, quanto piuttosto adempiere ad una funzione nelle relazioni sociali. Così bisogna vigilare che la promozione dei diritti umani non sia interpretata in un modo neo colonialista, per quanto in buona fede. Dobbiamo imparare dagli operatori del sud quale rapporto possa esserci tra cambiamento e stabilità sociale (“armonia”) ed in che modi si possano intersecare il lavoro sul caso con il lavoro di comunità.

Micro e macro si fondono accettando che lo specifico del nostro lavoro è prendersi cura delle persone nel loro ambiente. Il che vuol dire, sempre più spesso, superare oppressione ed ingiustizia (cambiamento), mantenendo armonia e stabilità. Enfatizzare solo uno dei due aspetti traviserebbe e distorcerebbe lo specifico del nostro impegno.

(tratto da R. Hugman: But is it Social Work? Some Reflections on Mistaken Identities. British Journal of Social Work settembre 2009, vol 39, n°6)

Collettivo Zymeriano

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