Il sogno della città che cura. 1) Cos’era il manicomio negli anni ’60?

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[In occasione dell'uscita dell'ultimo numero di Animazione Sociale (n.299-3/2016), il Forum salute mentale s'impegna a pubblicare da oggi i passaggi dell'intervista di Roberto Camarlinghi a Franco Rotelli sul suo ultimo libro, L'istituzione inventata, edito da Alpha Beta Verlag, per raccontare la distruzione del manicomio e l'inizio di una nuova storia, costituita da persone, relazioni e nuovi percorsi di cura.]

Nell’ultimo libro di Franco Rotelli, diario di 40 anni di esperienza triestina, risalta la quotidianità del lavoro lungo, difficile, appassionante di Franco Basaglia e dei suoi collaboratori, ossia di quello che è stato definito «uno dei gruppi intellettuali più sorprendenti nella storia del nostro Paese». Capace di mettere in discussione il sistema manicomio, o forse di più ilsistema società. E di svelare come il cuore della questione sia non solo abbattere muri, ma ricostruire tessuti di senso e di relazioni, dando vita ad altri modi di fare salute mentale. È una storia le cui intuizioni continuano a essere generative. E che spingono oggi a estendere quel progetto di cura a tutta la città.

In quest’intervista a Franco Rotelli – uno dei grandi protagonisti della riforma psichiatrica in Italia, collaboratore di Franco Basaglia al manicomio di Parma prima e di Trieste poi – ci sono molti dei temi che hanno costellato il suo impegno di
cittadino, medico psichiatra, intellettuale. Sono temi (la critica a ogni riduzionismo, la ricerca di una medicina al servizio
dell’uomo e della comunità, i percorsi di deistituzionalizzazione e di invenzione istituzionale, l’attenzione ai determinanti non sanitari della salute…) che nascono da una delle più belle storie che il nostro Paese possa raccontare: quella che ha portato al superamento degli ospedali psichiatrici e alla riforma in senso territoriale della cura e dell’assistenza.
Una storia mai conclusa, sempre da ricominciare e in larga misura ancora da attuare. Una storia che, come ha scritto la
rivista «Internazionale» recensendo l’ultimo libro di Rotelli, L’istituzione inventata/Almanacco. Trieste 1971-2010, è un diario che documenta per parole e immagini 40 anni di servizi di salute mentale triestini, che con le loro
intuizioni e la loro organizzazione hanno saputo tradurre la legge 180), «ha un senso epocale: restituire cittadinanza dove ogni diritto era cancellato. E un senso attuale: a ogni costo e ovunque, provare a includere l’incluso – il malato, il povero, lo straniero» (18 novembre 2015). Questi temi Franco Rotelli li ha perseguiti nella sua lunga carriera, come direttore dell’ex manicomio di Trieste dal 1979 al 1995, passando in seguito a dirigere l’Azienda sanitaria triestina e, nell’ultimo periodo, assumendo una funzione politica nella gestione della sanità del Friuli Venezia Giulia. Le riflessioni che qui proponiamo nascono da un incontro tenutosi a Iseo presso la Cascina Clarabella, una esperienza lombarda di salute mentale e storicamente affine all’esperienza triestina.

La sua esperienza di psichiatra inizia a fine anni ’60 a Castiglione delle Stiviere. In quell’Ospedale psichiatrico giudiziario lei avviò la trasformazione di un reparto di internati per gravi reati in una comunità terapeutica…

Sì, Castiglione delle Stiviere era all’epoca un grande contenitore, vi risiedevano circa duemila persone. Non c’erano solo i
«matti giudiziari»; c’erano anche i «matti normali» provenienti dalla Sardegna, che non avendo un manicomio provinciale li inviava a Castiglione; c’erano i «matti Tbc» portati dalle regioni italiane che negli ospedali psichiatrici non disponevano di sezioni per tubercolotici; c’erano i «matti alcolisti» di Milano, ovvero i tranvieri che, al quinto-sesto ricovero per alcolismo, venivano trasferiti definitivamente a Castiglione in una sezione apposita. Oggi Castiglione delle Stiviere continua
a mantenere 260-280 posti letto di Opg, nonostante una legge di un paio d’anni fa (la 81/2014) ne abbia decretato il superamento a favore di piccole strutture, le cosiddette Rems(residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria). Oggi la «piccola struttura» di Castiglione mantiene – in nome e per conto della Lombardia, del Piemonte, della Val d’Aosta e di qualche altra regione – persone ancora detenute. Così vanno le cose in Italia, Paese capace di fare ottime leggi sulla carta ma poi di stravolgerle nella realtà.
A Castiglione lavorai un anno, un anno e mezzo. In quell’arco di tempo riuscimmo a rovesciare quel luogo di totale segregazione, a creare forme di vita comunitaria, a costruire un rapporto diretto con le persone, ad avviarle al lavoro… E questo pur in presenza di leggi repressive; bastò un’assunzione di responsabilità da parte di un gruppo di tecnici, bastò un rapporto coerente con un magistrato intelligente, bastò un’interpretazione non stupida delle leggi per far sì che dei cambiamenti avvenissero. E alla fine di quell’anno, anno e mezzo, molte persone che erano lì recluse rientrarono a casa, altre uscivano al mattino e tornavano alla sera. Si costruì insomma una rete di situazioni alternative all’internamento.
E non accadde mai nessun incidente, sebbene molti fossero omicidi…

Ogni regola ha una versione intelligente. Erano i primi passi che avrebbero portato al movimento di chiusura dei manicomi. Una storia che parla di possibilità, di cambiamenti, ma anche di ostacoli, di inerzie…

Sì, è una bella storia costellata da resistenze e opposizioni. In fondo è sempre molto semplice bloccare i processi di trasformazione, c’è un’arma efficacissima che si chiama burocrazia. Non serve la repressione, non c’è bisogno della violenza o della forza per mettere fine alle cose; basta moltiplicare le regole, basta renderle pervasive e invasive, basta interpretarle nella loro versione stupida. Così fece – ad esempio – il partito comunista a Parma negli anni in cui Basaglia era direttore del manicomio. A un certo punto il partito non volle che il cambiamento andasse avanti, e come lo ostacolò? Cominciando a dire che i volontari che venivano dentro l’ospedale dovevano registrarsi, portare la carta d’identità, riempire un modulo, pagare i pranzi e le merende…Che non potevano più mangiare con i pazienti perché questo non era lecito, non era igienico e così via. Bastò insomma un po’ di burocrazia per impedire la nascita di una nuova cultura della cura. È un piccolo esempio per dire come sia sempre possibile bloccare il cambiamento, basta applicare le regole nella loro versione stupida. Ogni regola, ogni legge ha infatti una versione stupida e una versione intelligente. La prima è molto semplice da applicare, ma se si vogliono cambiare le cose bisogna interpretare le leggi nella seconda versione. Ed è sempre possibile farlo.
Dentro le leggi noi abbiamo cercato di lavorare in tutti questi anni, provando ogni volta a buttare giù i muri. E soprattutto
pensando che, una volta buttato giù un muro, occorreva assumersi la responsabilità di ciò che quel crollo comportava. Se per esempio butti giù il muro del manicomio, ti viene addosso una responsabilità. Il muro del manicomio era un muro importante e non è stato semplice demolirlo; ma ancor meno lo è stato – ed è tuttora – assumersi la responsabilità di ciò che accadeva dopo.

[Continua]

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