Impazzire si può quando i servizi sono orientati alla guarigione

di Peppe Dell’Acqua

Le persone vogliono essere protagoniste della propria guarigione e hanno bisogno di servizi all’altezza di questa scommessa. Di questo anche abbiamo parlato nell’incontro triestino, dal 22 al 24 giugno, “ Impazzire si può – Viaggio nelle possibilità delle guarigioni”, il secondo Incontro nazionale di associazioni e persone con l’esperienza del disagio mentale. eravamo in 500 e nell’ultima assemblea alla presenza dei senatori Saccomanno e Poretti abbiamo cercato di rispondere alla domanda: “Dal disturbo mentale è possibile uscire. Le persone che vivono l’esperienza sono protagonisti e testimoni di questa possibilità. Occorre che i servizi non solo esistano ma che siano anche capaci di accogliere le diverse esigenze delle singole persone. Ma, se le leggi sono le stesse, perché i servizi sono così diversi da Regione a Regione?

Questi servizi esistono. Sono nati negli ultimi trent’anni, prima di tutto in Italia, scegliendo di porre al centro del proprio operato “il malato e non la malattia”, strutturando reti di salute mentale nella comunità, sperimentando organizzazioni, dispositivi e investimenti di risorse che li hanno resi formidabili alleati di chi non accetta che la sofferenza e la risposta che riceve segnino irreparabilmente il proprio destino. Occorre riflettere sul fatto che chi soffre di un disturbo mentale rischia il progressivo isolamento, la perdita dei diritti e l’esclusione non in ragione della severità della sua condizione, ma molto più spesso perché sconta il vuoto progettuale di servizi centrati sulla malattia, sulle presunte inguaribilità e pericolosità. Servizi completamente sconnessi dai contesti di vita reale; servizi autoreferenziali, afflitti da tecnicismo e assistenzialismo e responsabili di forme sempre più palesi di reistituzionalizzazione.

Si tratta di operare una scelta di campo radicale: per la persona, per la “normalità”, per la cittadinanza, per la guarigione. Si tratta di reinterrogarsi sulla natura della malattia, sui significati, sulle relazioni rivedendo il senso della cura e le modalità con le quali si destinano le risorse e di coinvolgere i soggetti, le loro famiglie e tutti gli attori sociali (associazioni sportive e culturali, cooperative di tipo A e di tipo B, servizi sociali, scuole di formazione, agenzie per la casa, distretti sanitari) che possono progettare insieme impegnandosi in un contratto di reciproca responsabilità.

Oggi, negli orientamenti di molti gruppi di lavoro, è proprio l’attenzione alla singolarità delle storie e delle esperienze, insieme alla promozione della partecipazione ad orientare le pratiche e a misurarne l’efficacia. Il progetto terapeutico riabilitativo personalizzato, ritenuto decisivo fin dai primi anni di lavoro sul territorio, divenuto oggi uno strumento di lavoro concreto, anche se poco diffuso, assume un valore paradigmatico in questo senso. Costruito intorno a bisogni, storia, abilità, di una specifica persona, della sua famiglia e del suo contesto, pretende la partecipazione e la condivisione come sue condizioni preliminari. Ecco allora che, in base alle risorse umane, economiche, e organizzative che si attribuiscono a quell’individuo per quel particolare percorso riabilitativo, si definisce una sorta di “capitale”, un budget, un investimento, il cui profitto sarà la salute del destinatario di questo progetto. Benché sperimentale, questo dispositivo è già stato utilizzato con risultati inediti in molte aree della Regione Friuli Venezia Giulia, della Campania, in Sardegna, Sicilia, Toscana. Il budget di salute rovescia la logica per cui la Salute Mentale ha innanzitutto bisogno di strutture residenziali (comunità, residenze, gruppi appartamento) perché queste ultime, in assenza di servizi dinamici e proattivi e di progetti personalizzati, rappresentano una completa distorsione del lavoro territoriale; il buon luogo, la comunità terapeutica, quale esclusivo strumento di cura, a cui le stesse associazioni di familiari rischiano di aderire incondizionatamente, è spesso un mito e un inganno che finisce per riprodurre tutte le contraddizioni della peggiore psichiatria riduzionistica, Eppure se si considera il costo delle rette di strutture residenziali e comunità “sedicenti” terapeutiche, mediamente di 4000 euro mensili (ma anche fino a 6-7000), è possibile immaginare quanto, in alternativa, si potrebbbe offrire in termini di opportunità differenziate con le stesse risorse: ad esempio consentendo alla persona di restare a casa propria e mettendo in campo accompagnatori, educatori, corsi di formazione professionale, borse di lavoro, attività sportive e di socializzazione che, assieme al servizio di salute mentale aperto 24ore, possono concorrere autenticamente all’emancipazione della persona e alla crescita delle sue capacità di stare in percorsi “di normalità”.

E’ nelle relazioni autentiche che è possibile immaginare la cura. Nei contesti di vita reali dove le persone, opportunamente sostenute, possono costruire e ricostruire identità. Dove, pur confrontandosi con la proprio condizione di sofferenza, possano muoversi all’interno di identità multiple. Servizi capaci di maneggiare il capitale individuale familiare e sociale possono agire contemporaneamente sulle tre aree che costituiscono le basi del consolidamento di ogni individuo. Ossia su quei sostegni indispensabili per essere a pieno titolo dotati di potere contrattuale: formazione/lavoro, casa/habitat sociale, affettività/socialità.

“Attraversando il Centro di salute mentale – ha detto Paolo titolare di un budget di salute, all’incontro delle radio – ho compreso il senso di un progetto che mi permetteva di riprendere la mia formazione, interrotta a causa della mia malattia. In borsa di lavoro alla radio ho trovato in un certo senso la mia strada. La radio e il lavoro di fonico sono diventati dei cardini nella mia vita. Continuo comunque a prendere i farmaci. Di sera prendo qualcosa perché il mio cervello lavora troppo. Posso dire che si può fare tanto con lo spirito, ma i farmaci, spesso, rendono meno pungente il dolore.

Io direi alle persone che attraversano esperienze simili alla mia di tentare di agganciare quello che è stato prima della malattia con quello che è venuto dopo. Bisogna tentare di controllare la malattia, che si può anche sconfiggere, comunque ci puoi convivere. Io vivo con le mie stranezze, il mio medico lo sa. Basta che non diventino, come ha detto lui, stranezze troppo strane.”

Trieste, giugno 2011

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Un Commento a “Impazzire si può quando i servizi sono orientati alla guarigione”

  1. In realtà in tutt’Europa e anche negli altri continenti, non c’è stato mai niente di simile alla legge 180 e al sistema di analisi e terapia, con al centro la persona, che fu impostato da Basaglio e seguito nei vari Centri di Salute mentale. Gli stessi centri fanno parte della Grande Riforma. Se qualcuno impazzisce in Francia, si improvvisano ricoveri in strutture private, si va a caso.
    E’ vero che oggi si tende a ridurre la Riforma Basagliana solo ai TSO, tagliando sulle cooperative di tipo B, sul lavoro e le terapie non farmacologiche che si tengono nei centri. Ma questa è stata una riforma importante che ha cambiato la concezione della malattia e della cura ,che tutti ci invidiano , ma non riescono a ripeterne il paradigma. Per questo a Trieste c’è stato il Congresso, per questo Peppe dell’Acqua oggi è all’Aquila con Marco Cavallo e tra giorni a Caserta sulle terre liberate dalla camorra. La battaglia continua contro gli opg, contro i tagli che di fatto vanificano tutto quello che è stato fatto dagli anni 70 in poi.
    Non solo, ma è a rischio un intero stato sociale avanzatissimo, che il liberismo sfrenato sta distruggendo.
    Sembra una storia vecchia, e oggi nessuno conosce più la storia….
    Quindi tutti si meravigliano a sentir parlare di Basaglia, di matti, di tutto un no che trova la cura, ma di tutta un’organizzazione ,come il son è questione del medico bravsistema combinato di cure, un sistema veramente che tien conto dell’ascolto e della persona…Ma poi, quando leggono e s’informano e sentono le storie, si appassionano e finalmente comprendono che i ‘matti’non sono un mondo a parte, separatoe che poi c’è l medico bravo che li fa guarire.Queste parole le ho sentite in una riunione e sono il frutto di un’ignoranza profonda. Basta andare al DSm di Trieste, leggere i racconti di quelli che soffrono e spiegarli anche.
    Ripeto sembra che in questo paese nessuno ricordi o abbia sentito parlare… Memoria azzerata.

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