“Iniezioni nel cervello cacciano i foschi pensieri”, o delle miserie della psichiatria

musella

Abbiamo ricevuto da Gian Antonio Stella, che sta conducendo una ricerca sulla disabilità nel corso della storia e che di tanto in tanto si confronta giocosamente con la Redazione del Forum Salute Mentale, due articoli usciti sul Corriere della Sera negli anni ‘60.

Pubblichiamo di seguito il primo pezzo, scritto da Mario Musella, giornalista del Corriere della Sera, nel 1961, che racconta gli entusiasmi e le false profezie della psichiatria che abbiamo dovuto, con fatica, lasciarci alle spalle.



Corriere della Sera

Martedì 14 agosto 1961

p. 3

Mario Musella

UN RIMEDIO PER IL MALE DELL’EPOCA. Iniezioni nel cervello cacciano i foschi pensieri


Sino a qualche decennio fa, quando un disgraziato ammattiva, non s’intravedeva che un unico rimedio: prelevarlo dalla comunità sociale e isolarlo in manicomio, vita natural durante. Sprizzasse vigore e potenza da ogni sua attività funzionale, il poveretto, per la disperata irriversibilità di quel suo sragionare, veniva considerato irrevocabilmente un morto, un morto al consorzio civile.

S’ebbero poi i primi felici tentativi di recupero con la cura misteriosa dell’alta febbre, febbre provocata inoculando all’ammattito germi virulenti malarici. E di questa si giovarono gli sconsolati dementi paralitici, pazienti mentali, cioè, di cui, a differenza di altri dementi, non si era mai registrato nella storia un caso di guarigione spontanea. Avevano smarrito la ragione, per disgregazione psichica realizzata da un virus luetico nel liquido spinale, che nessun farmaco riusciva a stanare. Federico Nietzsche, la cui sintomatologia paralitica già spuntava nel volume Ecce Homo, con poche toccatine, di malaria terapeutica si sarebbe rimesso sùbito in sesto. Ma l’ideatore del metodo, la pirettoterapia (da pur, puròs: febbre che arde come fuoco), mentre appariva il patognomonico volume, frequentava appena il liceo.

La malarizzazione curativa incoraggiò la ricerca di altre pratiche. Susseguirono i trattamenti antidemenziali con choc violenti umorali indotti con endovenose di alte dosi di insulina. Riaffondato in un subacqueo letargo, il demente dopo lo choc tornava a galla con una mente più lucida. Ne beneficiarono altri pazzi, gli schizofrenici, pazzi in cui l’armonia del pensiero non si concreta non già perchè un congegno strumentale è stato spezzato come nel demente paralitico, ma perché i due ritmi di questa mirabile armonia — quello dell’impulso innato affettivo e quello acquisito intellettivo — non concordano, restano dissociati. Il ballerino Nijinski, armonioso nel danzare, dopo un tifo, mentalmente sì dissociò. La sua schizofrenia non si poté rimuovere con lo choc che quando contava cinquant’anni. Colpa la data della scoperta del metodo, era già tardi. Nijinski guarì, ma reintegrato nella mente si trovò torpido, grasso e irreparabilmente condannato a non più ballare.

Sopravvennero altri trattamenti atti a provocare lo choc, con l’elettricità (elettrochoc), droghe vasodilatatrici (acetilcolina), analgesiche (derivati del piramidone). Non più, dunque, sentenze spietate inappellabili di morte civile.

I passibili, però, di quella sentenza, per commutabile che sia, aumentano nella nostra era quotidianamente, a migliaia: mai vi fu un numero così alto di squilibrati. Dai freddi criminali agli psicopatici degenerati ai delinquenti giovanissimi: tutti malati, che, ancora più urgentemente dei conclamati dementi, andrebbero isolati in manicomio e choc-terapizzati.

Purtroppo su costoro, dementi o no, non sempre fa centro la choc-terapia. Si è quindi ricorsi al bisturi: la psico-chirurgia. L’operatore, con acuminato bisturi, raggiunge, attraverso l’osso frontale, le regioni anteriori del cervello, e vi sciabola su. Ne parlammo a lungo altra volta.

Un lustro fa, la psico-chirurgia non vantava che la leucotomìa: sgraffiature profonde inferte da un bisturi, incanalato dentro guaina nel tragitto dei fori aperti bilateralmente alla fronte da un trapano elettrico, sul tessuto delle cellule bianche (leucòs) dei lobi frontali cerebrali. Ora la psico-chirurgia annovera ben sei tecniche, ciascuna più audace di quella che cronologicamente l’ha preceduta: amputazione, non modesta sgraffiatura, di territori cerebrali (lobotomìa o topectomia), estirpazione di ingrovigliate circonvoluzioni in cui s’annidino focolai epilettogeni, et coetera. Di dette tecniche cruente la più giovane è quella sul tàlamo ottico, impresa chirurgica difficilissima ma con casistica numerosa di successi. La talamotomìa, la dissezione cioè del tàlamo che s’indova in complicati anfratti cerebrali, esige un intervento della durata di molte e molte ore.

Per audace, ardita che possa essere, la psicochirurgia, perfezionandosi, si è andata a tal punto affermando che la si prescrive persino a malati che nulla hanno da fare con i matti, e i quali però molto si giovano, alla pari di questi, dell’elettrochoc o dello choc con droghe: gli ansiosi, i fobici, i quèruli. Malati che per il perenne loro ruminare foschi pensieri resistono a qualsiasi farmaco, e diventano una calamità per tutta una famiglia.

Ma ai fobici, agli ansiosi ecc. s’imparentano altri derelitti erroneamente qualificati per malati immaginari. Chi non li conosce? Sono i distonici. Ora accusano il vago ora il simpatico, ora li punzecchia la colite ora il cardiopalmo, ora dichiarano di levarsi in volo ora di sentirsi barcollare e perdere l’equilibrio.

Il mercato farmaceutico ha allineato interessantissime specialità pronte a sbloccare l’uno o l’altro sistema, infrenando chimicamente il vago o, viceversa, il simpatico. Poi la distonìa nervosa, magicamente talvolta guarita senza aiuti esterni ma per impreviste autosuggestioni, ritorna e il malato si rinchiude in una di quelle depressioni psichiche che si sa come cominciano ma s’ignora come finiscano.

Va consigliata la psico-chirurgia ai distonici? È stato provato, di recente, che essa esplica un’efficacia sorprendente su casi in cui fallirono persino elettrochoc e insulina endovena ecc. Ma come osare con una prescrizione del genere? «Crede dunque, dottore, per propormi di farmi tagliuzzare il cervello, che io sia un pazzo?». No, il distonico ragiona — a suo modo, s’intende — ma ragiona; quindi non è un pazzo. Il meccanismo di azione della psico-chirurgia, come d’altronde degli choc, rimane tuttavia un mistero. L’ipotesi di recisioni cruente, con il bisturi, di tragitti, su cui si facevano ressa impulsi perturbatori, ormai non vale più. Si consolida il concetto che il cervello risuoni agli stimoli traumatici — chimici, chirurgici, elettrici — come un eccezionale altoparlante. Per questa sua eco reattiva, l’intero organismo rimane coinvolto da salutari vasti assestamenti ormonico-umorali. Non basterebbe allora, dopo aver perforato con sottilissimo trapano, bilateralmente, la fronte, al posto del bisturi, servirsi di un semplice robusto ago di siringa (quello per punture lombari), e iniettare dentro il cervello sostanze medicamentose: vitamine, acetilcolina, narcotici?

I risultati di queste iniezioni endocerebrali sono stati eccellenti. E poiché hanno costituito il tema di relazione in un importante congresso, settimane fa, all’estero, ne terremo più appropriata parola in un prossimo articolo.

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