Insulti agli psichiatri: cui prodest? Le scuole di pensiero non curano i pazienti

di Antonello Tronci*

Piacerebbe alla signora Gisella Trincas, presidentessa dell’associazione ASARP, Associazione sarda per la riforma psichiatrica (il mistero sul numero dei suoi adepti sembra il terzo segreto di Fatima), fregiare le proprie mire di visibilità e la propria avversione personale verso la categoria dei medici con l’appellativo di “scuola di pensiero”.  Nelle vicende tormentate della Psichiatria cagliaritana è sempre esistita soltanto un’unica scuola: quella del 90 per cento degli psichiatri dell’Asl N. 8 (mancano i tre-quattro “agevolati” dall’amministrazione Gumirato-Del Giudice, oggi rigorosamente tutti primari). La stessa percentuale di specialisti che ha esplicitato con un comunicato all’assessore alla Sanità il totale dissenso verso gli azzardi ideologici di stampo triestino e verso le sedicenti “innovazioni” barbaramente imposte e calate dall’alto, reputandole unanimemente fallimentari. Una scuola che ha sempre promosso lo svolgimento, spesso con grandi sforzi e spirito di sacrificio, della propria professione nella relazione di aiuto con le persone sofferenti, in questo attenendosi con rigore alle evidenze della scienza. Professione finalizzata al raggiungimento di concreti e misurabili obiettivi di benessere, e non certo mirata al raggiungimento di un consenso ideologico e politico che entusiasmi le aspettative di non meglio definibili filosofi, benpensanti o grilli parlanti (meglio se potenti). Comportamento, questo, praticato con costanza e tenacia da chi, lungi dal perseguire con un civile confronto il raggiungimento di sostanziali vantaggi per i pazienti, finisce col comprometterne i progressi: la così detta “aderenza terapeutica”, ovvero la capacità di un paziente di accettare e partecipare attivamente alle cure personalizzate prescritte dai medici, rappresenta indiscutibilmente il primario obiettivo di prevenzione e riabilitazione perseguito da qualsiasi serio presidio sanitario, e le invettive aprioristiche e denigratorie verso la categoria dei medici e, conseguentemente, verso le strutture nelle quali questi prestano servizio, lungi dal portare concreti vantaggi nel percorso terapeutico, seminano terrore, acredine, sfiducia, paure e incertezze nell’animo delle persone sofferenti e dei loro cari. Appare quindi a dir poco grottesco il recente esposto della signora Trincas alla Procura di Cagliari in merito al decesso nel reparto di Psichiatria del SS. Trinità dello sfortunato quarantunenne affetto da gravissima patologia cardiaca. Soprattutto alla luce della revisione del defibrillatore, dei ripetuti elettrocardiogrammi e della consulenza cardiologica effettuati nei giorni precedenti il decesso, consulenza che confermò peraltro la terapia psico-farmacologica in corso. E alla luce per giunta di una autopsia correttamente richiesta e tempestivamente effettuata che confermò pienamente l’origine cardiogena della morte. E che dire del decesso della paziente avvenuto in SPDC (Servizio psichiatrico diagnosi e cura) nel 2005 (del tutto indipendente dall’operato degli psichiatri) deliberatamente rintracciato, disseppellito ed “esposto” dalla nostra sempre alla Procura di Cagliari (e al pubblico ludibrio), azione anch’essa che palesa un preciso e testardo proposito persecutorio avente l’unica finalità di collezionare “punti carriera” screditando ad oltranza la tanto odiata categoria di professionisti. Prese di posizione come queste portano poi i magistrati ad intervenire, condizionati come spesso sono (anche se non sempre) da obblighi procedurali, con indagini destinate, dopo aver causato un grande dispendio di risorse economiche, di tempo e professionalità, a dissolversi nello stesso nulla delle accuse che le hanno mosse. E in tutta onestà, né la parola “scuola” né quella “pensiero” ci evocano di primo acchito l’immagine della presidentessa in questione nelle sue ridondanti affermazioni. Né l’ASARP è d’altronde (e per grazia di Dio) l’unica associazione di familiari di pazienti (l’ARAP è una associazione molto più grande e seria che dialoga collaborando – o criticando in modo costruttivo – con gli psichiatri), e alla lunga questa sua politica di denigrazione preconcetta finirà col trascinarla nella stessa polvere nella quale vorrebbe vedere rovinare i medici. Continuiamo però a non sentirci toccati nella nostra etica dai fastidi che simili diffamazioni ci comportano e proseguiamo nel nostro lavoro. Sia chiaro infatti alla signora Trincas, come saggiamente affermato dalla grande scrittrice pre-romantica britannica Jane Austen che “non desideriamo che certa gente sia gradevolissima, in quanto ci salva dal problema di piacerle molto”.

(28/10/2009  Unione Sarda)

*Psichiatra – UGL medici

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2 Commenti a “Insulti agli psichiatri: cui prodest? Le scuole di pensiero non curano i pazienti”

  1. O SI PENSA O SI CREDE diceva Schopenhauer, ovvero contro i seguaci dell’ipse dixit.
    Ipse dixit… l’ha detto “Lui”, così dicevano i Romani.
    E Galileo Galilei diceva nella Lettera a Madama Cristina di Lorena, 1615

    “Mi par che nelle dispute di problemi naturali non
    si dovrebbe cominciare dalle autorità di luoghi
    delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e
    dalle dimostrazioni necessarie”.

    Ne parlavamo ieri con un’amica professoressa di italiano.Avevo da pochi giorni rimesso in piedi una sua anziana zia dichiarata “non collaborante”, nessuno ci credeva che avrebbe ricominciato a camminare e dato che nessun “esperto” ci credeva.. la zia non camminava. E siccome ipse dixit (l’ha detto lui, l’esperto, ai tempi dei Romani ce n’era solo uno l’Imperatore, che equivaleva a Dio).. non si faceva.
    E’ bastato invece molto poco, un po’ di umanità, voglia di fare (rischiando di non riuscirci.. ma tant’è, la zia già era ferma) e un po’ di esperienze positive, una riabilitazione messa in pratica insomma, non ideologia, pregiudizi. Ora è una settimana che sta dimostrando che camminare è possibile.. certo occorre non legarla se vogliamo che cammini.
    Ma fintanto che i famigliari non hanno preso un po’ di coraggio e l’hanno ascoltata, quell’ipse dixit la invalidava, perché l’esperto aveva detto “non può camminare”. Guai a contraddire, pensare, mettere in moto esperienze.. crolla il mondo. … ipse dixit.
    Questo fino a Galileo e Copernico, quando a parlare di astri in movimento rischiavi il rogo (c’è finito Giordano Bruno).
    Dopo oltre 500 anni siamo ancora quì a faticare per andar oltre quell’ipse dixit (l’ha detto lui), per poter pensare, fare esperienze.. quali mangiare un profumato pane commestibile dal nome dolce “Si può fare”.

  2. Leggendo questa lettera appare chiaro l’obiettivo.

    In quella che vuol sembrare un’esposizione attenta e meticolosa dei fatti, si leggono tante parole che hanno UN UNICO SIGNIFICATO : giudicare, sentenziare, disprezzare ed accusare una persona che vuole CAPIRE E VERIFICARE alla luce del sole, cosa realmente accade alle persone, queste sono azioni dell’amore e l’amore più forte, dice Paulo Coelho è quello capace di mostrare la propria fragilità e non già le percentuali degli aderenti o degli adpti.

    Ciò che emerge dalla lettera, è la volontà di allontanare ed eslcudere a priori, la presa in visione di altri modi di fare e sopratutto per CHI fare.

    Chi legge, senza necessariamente essere un “professionista” del disagio mentale ,come dite voi, dei matti dico io, non ci trova nulla che abbia a che fare con la speranza, l’ascolto e la passione per quanti di noi -esseri umani- si sono trovati, si trovano o possono trovarsi a tu per tu con la sofferenza e il dolore nell’anima.

    Forma e linguaggio, ancorchè politicamente corretto, è la manifestazione di formali e burocratici comportamenti , dietro ai quali ci si può illudere che formule e procedure scientifiche ci mettano al riparo dal fallimento.

    In realtà ci precludiamo ogni possibile diversa visione dell’umana fragilità.
    Qualche giorno fa, un quotidiano locale, riportava la notizia sulle gravi condizioni di salute in cui si trova un uomo di 68 anni, il quale aveva ucciso la moglie e per questo ,ovviamente , condannato e incarcerato. Al tempo del processo, l’uomo era stato sottoposto a visita psichiatrica , anche per verificare eventuali attenuanti.
    L’esito della commissione stabiliva che, a seguito di esame psichiatrico con metodi scientificamente consolidati, il soggetto si poteva dichiarare perfettamente in grado di intendere e volere.

    Quest’uomo, ora, è in coma. Una semplice TAC ha riscontrato che nel tempo si sono sviluppati 2 grossi tumori che comprimono il cervello e che gli causavano terribili mal di testa.

    E’ certamente giusto difendere il proprio operato ma pensare che basti avere una (qualsiasi) maggioranza a testare le nostre ragioni, si rischia di mortificare il nostro spirito di ricerca da un lato e l’attenzione verso chi chiede di essere accolto ed aiutato dall’altro.

    Orgoglio e Pregiudizio è il più conosciuto dei libri scritti da Jane Austen due secoli fa, ma sembra evidente che c’è ancora tanta strada da fare.

    Marina Marino

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