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	<title>Commenti a: I luoghi della cura</title>
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		<title>Di: Leda Cossu</title>
		<link>http://www.news-forumsalutementale.it/intro-buone-pratiche/comment-page-1/#comment-18</link>
		<dc:creator>Leda Cossu</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 20:52:50 +0000</pubDate>
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		<description>... “un altro modo” di curare è possibile. 
Prendo spunto dallo scritto di Dell&#039;Acqua per gettare un sasso nell&#039;acqua delle &quot;Buone e Cattive Pratiche&quot;.
Quando la persona diventa un problema da gestire, anzichè un essere umano da riavviare nel gioco della vita.. non è più una persona, nasce così un manicomio dalla cattiva pratica di gestire un problema, anziché promuovere una persona. Dov&#039;è finita la parola riabilitazione? N
Come un locomotore la 180 ha trascinato con se una civiltà differente dal manicomio non solo per i sofferenti mentali, ma per vecchi, disabili, malati di povertà: strutture piccole, inclusive, disseminate nei centri cittadini, non accentrati. Gruppo Appartamento, o Comunità, o Albergo, o.. 
Genitori di disabili, famigliari di anziani, persone di buona volontà oggi possono aggregarsi (e spesso lo fanno) per costruire case, non manicomi, con norme nazionali e regionali nate grazie alla 180, a Basaglia e a quell&#039;appassionata generazione che ha accettato la scommessa di guardare all&#039;essere umano come ad un viaggiatore che transita il mondo, piuttosto che destinato ad un confine, confinato.
Una viaggiatore non è un fotogramma statico, i paesaggi cambiano se non lo costringi ad un luogo, un letto, quattro mura. Ma la cultura corrente è quella del confinare ogni problema ad un luogo, lontano. Ciò che vivo praticamente sempre nei luoghi di cura e di vita degli anziani istituzionalizzati, case di riposo o ospedali che siano è che non si investe sulla persona, anzi, più ferma resta meglio è. Nulla interrompe la vita fra un pasto e l&#039;altro, fra una pratica igienica e l&#039;altra, tutte rigorosamente eseguite &quot;sulla&quot; persona, anziché &quot;con&quot; la persona. Manca totalmente la cultura riabilitativa, non ci si chiede come fare questo e quest&#039;altro &quot;con&quot; la partecipazione dell&#039;anziano. &quot;Non collaborante&quot; si dice, si scrive e si agisce di conseguenza. 
Ma la realtà è un&#039;altra, ogni qualvolta mi siedo davanti ad una persona, chiedendole se vuole muoversi, spostarsi, camminare.. mettendomi in relazione con lei, in pochi minuti succede qualcosa, lei concentra lo sguardo su di me e nell&#039;ora successiva avviene di tutto, minimo riesci a sederla sul letto se prima era stesa, a mettersi in piedi, a fare due passi a sedersi in bagno.. rendendo così inutile il pannolone, il catetere. Scompaiono fasce contenitive, inutili pedalini della sedia a rotelle che servono solo a mantenere flesse le gambe e rendere possibile lo spostamento autonomo della carrozzina. Il suo panorama cambia: dal confino di una stanza al corridoio, al giardino, al bar e i pensieri tornano ad abitare il corpo: la persona torna in se, orienta in modo armonico il corpo, lo sguardo e da &quot;non collaborante&quot; torna ad essere persona. E&#039; così pericoloso, costoso, innaccettabile orientare il busness di queste istituzioni costosissime verso &quot;abitazioni civili&quot;? Abbiamo costruito mondi chiusi privi di senso, disanimati. E&#039; impossibile rassegnarsi a queste mostruosità, alla militarizzazione della non autosufficienza.. che poi proprio non autosufficienza non è se la persona cammina, si spoglia e si veste da sola.. con un aiutino, ma occorre un altro modo di vivere l&#039;età anziana: ogni gesto dovrebbe avere in se la cultura riabilitativa, avere un senso, non essere una deprivazione delle facoltà, dei talenti della persona. E gli operatori sanitari? Perché non potrebbero essere a loro volta &quot;soggetti&quot;, organismi multidisciplinari, dialoganti nei differenti ruoli che non escludano (tutti assieme)i bisogni delle persone. Ma quando le persone anziane in una struttura diventano non 10-20... ma minimo 50, 100 se non molte di più quel luogo assume regole rigide, costrittive.. un manicomio.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230; “un altro modo” di curare è possibile.<br />
Prendo spunto dallo scritto di Dell&#8217;Acqua per gettare un sasso nell&#8217;acqua delle &#8220;Buone e Cattive Pratiche&#8221;.<br />
Quando la persona diventa un problema da gestire, anzichè un essere umano da riavviare nel gioco della vita.. non è più una persona, nasce così un manicomio dalla cattiva pratica di gestire un problema, anziché promuovere una persona. Dov&#8217;è finita la parola riabilitazione? N<br />
Come un locomotore la 180 ha trascinato con se una civiltà differente dal manicomio non solo per i sofferenti mentali, ma per vecchi, disabili, malati di povertà: strutture piccole, inclusive, disseminate nei centri cittadini, non accentrati. Gruppo Appartamento, o Comunità, o Albergo, o..<br />
Genitori di disabili, famigliari di anziani, persone di buona volontà oggi possono aggregarsi (e spesso lo fanno) per costruire case, non manicomi, con norme nazionali e regionali nate grazie alla 180, a Basaglia e a quell&#8217;appassionata generazione che ha accettato la scommessa di guardare all&#8217;essere umano come ad un viaggiatore che transita il mondo, piuttosto che destinato ad un confine, confinato.<br />
Una viaggiatore non è un fotogramma statico, i paesaggi cambiano se non lo costringi ad un luogo, un letto, quattro mura. Ma la cultura corrente è quella del confinare ogni problema ad un luogo, lontano. Ciò che vivo praticamente sempre nei luoghi di cura e di vita degli anziani istituzionalizzati, case di riposo o ospedali che siano è che non si investe sulla persona, anzi, più ferma resta meglio è. Nulla interrompe la vita fra un pasto e l&#8217;altro, fra una pratica igienica e l&#8217;altra, tutte rigorosamente eseguite &#8220;sulla&#8221; persona, anziché &#8220;con&#8221; la persona. Manca totalmente la cultura riabilitativa, non ci si chiede come fare questo e quest&#8217;altro &#8220;con&#8221; la partecipazione dell&#8217;anziano. &#8220;Non collaborante&#8221; si dice, si scrive e si agisce di conseguenza.<br />
Ma la realtà è un&#8217;altra, ogni qualvolta mi siedo davanti ad una persona, chiedendole se vuole muoversi, spostarsi, camminare.. mettendomi in relazione con lei, in pochi minuti succede qualcosa, lei concentra lo sguardo su di me e nell&#8217;ora successiva avviene di tutto, minimo riesci a sederla sul letto se prima era stesa, a mettersi in piedi, a fare due passi a sedersi in bagno.. rendendo così inutile il pannolone, il catetere. Scompaiono fasce contenitive, inutili pedalini della sedia a rotelle che servono solo a mantenere flesse le gambe e rendere possibile lo spostamento autonomo della carrozzina. Il suo panorama cambia: dal confino di una stanza al corridoio, al giardino, al bar e i pensieri tornano ad abitare il corpo: la persona torna in se, orienta in modo armonico il corpo, lo sguardo e da &#8220;non collaborante&#8221; torna ad essere persona. E&#8217; così pericoloso, costoso, innaccettabile orientare il busness di queste istituzioni costosissime verso &#8220;abitazioni civili&#8221;? Abbiamo costruito mondi chiusi privi di senso, disanimati. E&#8217; impossibile rassegnarsi a queste mostruosità, alla militarizzazione della non autosufficienza.. che poi proprio non autosufficienza non è se la persona cammina, si spoglia e si veste da sola.. con un aiutino, ma occorre un altro modo di vivere l&#8217;età anziana: ogni gesto dovrebbe avere in se la cultura riabilitativa, avere un senso, non essere una deprivazione delle facoltà, dei talenti della persona. E gli operatori sanitari? Perché non potrebbero essere a loro volta &#8220;soggetti&#8221;, organismi multidisciplinari, dialoganti nei differenti ruoli che non escludano (tutti assieme)i bisogni delle persone. Ma quando le persone anziane in una struttura diventano non 10-20&#8230; ma minimo 50, 100 se non molte di più quel luogo assume regole rigide, costrittive.. un manicomio.</p>
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