Jefferson Garcia Tomala

Jörg Heidenberger_1

Di Amedeo Gagliardi*

Jefferson Garcia Tomala era un ragazzo di vent’anni, ucciso domenica scorsa a Genova Sestri Ponente, in seguito alla chiamata della madre al 112: «Ieri sera ho avuto un problema con mio figlio. Una storia lunga, adesso ha un coltello. Voglio un aiuto perché si sta facendo tanto male. Si vuole ammazzare». La vittima non era conosciuta dai servizi del Dipartimento di Salute Mentale. La madre aveva chiesto aiuto,cercava qualcuno che intervenisse per riportare il ragazzo alla calma, alla ragione, al buon senso. Lei non poteva piu’ farlo da sola. La tragedia arriva dopo un conflitto esploso il giorno precedente tra Jefferson e la fidanzata, mediato dal Pastore della Chiesa Pentecostale, Franklin Morales, che decide di prendere in casa lei e il loro figlio di due mesi per la notte.Dopo la chiamata al 112 insieme ai militi della Croce Verde, si presentano due pattuglie delle volanti e successivamente altre due. Dopo circa un’ora, gli agenti spruzzano uno spray al peperoncino che provoca una colluttazione: un’agente viene colpito dalla lama del coltello che Jefferson brandiva, l’altro agente risponde con cinque, sei colpi ravvicinati all’addome ,mettendo fine alla vita del ragazzo. Una tragedia. Una madre chiede aiuto per suo figlio e dopo un’ora circa lo rivede steso, ammazzato, nella sua cameretta.Una tragedia che lascia senza parole.

Invece le parole piovono a fiumi e tutte in una direzione. Un chiacchiericcio che alimenta la solita propaganda per una certa sicurezza, una sicurezza individuale, che separa e classifica le persone per quello che rappresentano nella scena sociale. Gli ultimi sono sempre quelli che si trovano a chiedere aiuto. Lo scarto. Il Sindacato della Polizia reclama più mezzi, i sanitari più coordinamento e il miglioramento delle procedure d’intervento, il Capo della Polizia promette che a breve saranno in dotazione le pistole elettriche. Infine il Ministro dell’Interno Salvini, annunciando di venire a Genova a far visita al poliziotto ferito dice: “è fondamentale che chiunque indossi la divisa sappia che il Paese è con lui. Se devo scegliere io so da che parte stare, da quella della divisa”. Un chiacchiericcio che divide il mondo in buoni e cattivi, demolendola cultura dell’aiuto e della cura che propone complessità, sospensione del giudizio, imparzialità, profondità. Cultura che diventa oggi sempre più minoritaria, sopraffatta ed incapace di reagire aduna propaganda che incendia la natura della convivenza democratica.

Una cultura della cura che necessita di un altro linguaggio per esprimere umanità, quella per cui, come indicava Don Milani, è necessario “sortirne insieme”. Un linguaggio capace di farsi ascolto, comprensione, compassione, empatia, amore per la vita, per qualsiasi vita, senza avere bisogno di indicare nemici o capri espiatori.Senza indicare buoni e cattivi. Un linguaggio che cerca come ripartire, imparando dagli errori, facendo silenzio, facendo emergere coscienza. Quella personale ma anche quella collettiva, entrambe ferite dal rumore di tante chiacchiere che rimangono indifferenti al grido di aiuto di una madre preoccupata per la vita del proprio figlio.

*Oltre il giardino: circolo di studi sociali Genova.

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