L’omosessualità diventa una colpa

DSC_00613di Pier Aldo Rovatt.

La notizia è che in un liceo di Perugia un insegnante di religione ha distribuito un questionario costituito da un elenco di “colpe”. Ai ragazzi si chiedeva di stilare una classifica. Nell’elenco figuravano omicidio, infanticidio, abuso di bambini, fare la guerra, smerciare droga, inquinare l’ambiente, e, tra le altre colpe, l’omosessualità. Il fatto di catalogare l’omosessualità come una colpa e di mescolarla con atteggiamenti criminosi anche gravissimi è apparso ovviamente scandaloso e ha suscitato l’immediata reazione da parte delle organizzazioni gay e una diffusa preoccupazione nell’opinione pubblica. Ma come? Il papa afferma: “chi sono io per giudicare gli omosessuali?”. E intanto in una scuola viene fatto girare un simile questionario!L’episodio di Perugia può essere considerato marginale, e pare che gli stessi ragazzi l’abbiano preso così. In ogni caso resta un segnale allarmante. Sarebbe interessante soffermarsi sull’intero elenco delle “colpe”, una trentina, e osservarne la strumentalizzazione ideologica: accanto all’omosessualità troviamo anche il suicidio, l’eutanasia, l’aborto, il divorzio, la prostituzione, l’adulterio (se “continuato”!), il frodare il fisco (!) e perfino il non andare a messa: insomma, un miscuglio incredibile unificato sotto la voce “colpa”. Verrebbe da pensare che la cosa veramente colpevole sia innanzi tutto l’idea di allestire un questionario come questo e di somministrarlo agli studenti.

Ma c’è poco da scherzare poiché siamo in un Paese in cui un molto tardivo provvedimento contro l’omofobia è tuttora bloccato in Parlamento, mentre fatti di omofobia, anche assai gravi, si registrano quotidianamente. E, insieme a essi, si registra la persistenza di una massiccia cultura che li giustifica, li favorisce e in sostanza li alimenta. Il caso di Perugia è appunto una goccia di questa cultura avvelenata. Certo, c’è anche un’opinione critica che stigmatizza l’omofobia e pochi si dichiarano o si dichiarerebbero a favore di essa. Tuttavia molti italiani sotto sotto un po’ la condividono e moltissimi sono inclini a ridimensionarne la gravità alzando le spalle, così che questa opinione critica risulta alquanto fragile e certamente più debole di quanto dovrebbe.

A mio parere qui si apre un buco, anzi una voragine. È un buco di amnesia e di ignoranza: una non volontà o, peggio, un’incapacità generalizzata di vedere come l’omofobia venga da lontano, si irradi nella storia patria e in un certo carattere nazionale, peschi nel razzismo maschilista che assurge a retorica ufficiale nel famigerato ventennio ma viene preparato assai prima e si propaga anche dopo e fino a oggi innervando la cosiddetta “mutazione antropologica” in cui viviamo. Il buco di ignoranza corrisponde all’incapacità di ricostruire una genealogia precisa e chiara di tale devastante fenomeno. Di esso non c’è quasi traccia negli insegnamenti di storia impartiti nelle nostre scuole.

A Trieste sono appena state ricordate le leggi razziali contro gli ebrei della fine degli anni trenta, quando Mussolini, proprio in una piazza Unità gremita e festante, decise di mettersi al passo con Hitler. A volte ci facciamo perfino un vanto nazionale di questo ritardo, come se l’Italia non avesse già da prima praticato pesantissime politiche razziali nella gestione del suo colonialismo in Africa Orientale (e non solo lì).

Quale era il succo di tale cultura razzista? Una rigida scala di valori a partire dalla necessaria predominanza del colore della pelle e soprattutto dell’essere maschi. Razzismo e sessismo si confondono nell’immaginario dominante che arriva fino a noi e seguita ad abitare la cultura di massa: “faccetta nera” ed esaltazione degli attributi maschili ne divennero il Leitmotiv, che si traduce in una potente secondarizzazione del ruolo delle donne e in un elogio smisurato della virilità, nel quale è esplicita la condanna dell’omosessualità come negazione stessa del carattere maschile.

Un robusto laccio stringe ancora oggi razzismo e omosessualità, omofobia e xenofobia. Sono cose che davvero sappiamo? Mi si permetta di dubitarne, se non altro sulla base di quanto si insegna normalmente nelle scuole: poco o nulla si dice sulla genealogia storica di tale cultura razzista e omofoba e al massimo si fanno distinzioni tra temi morali e temi storici, come se l’omosessualità fosse una questione morale da cui dovrebbero discendere gesti di tolleranza. Se invece ci mettiamo nella prospettiva più ampia, più significativa in senso storico e culturale, allora, forse, l’episodio di Perugia non risulta tanto marginale e non può essere archiviato come lo scivolone di un docente un po’ ingenuo.

(da Il Piccolo del 27.09.2013)

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