Dal lavoro alla cooperazione sociale sono molte le testimonianze della portata storica della legge 180
Chi si trovasse a frequentare le persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale, le loro famiglie, i luoghi dove è realmente accaduto e continua ad accadere il cambiamento, scoprirebbe che esistono associazioni di persone che rivendicano la propria storia, che ci raccontano le loro svolte, le loro conquiste, che ci dicono come è possibile vivere malgrado la malattia. Scoprirebbe le tante associazioni di familiari non più condannate alla vergogna e all’isolamento, che si battono per la costruzione di una rete efficace di servizi nei loro territori. Verrebbe a sapere che nuove figure sono sulla scena e il campo del lavoro terapeutico è davvero mutato. Che sono molte e poi molte le opportunità di formazione, di lavoro, di riconquista del protagonismo sociale e relazionale. Che la cooperazione sociale – così ben resa dall’illuminante “Si può fare”, il bellissimo film di Giulio Manfredonia con Claudio Bisio – ha aperto scenari impensati di rimonta. Oggi sono moltissimi i giovani e meno giovani, gli uomini e le donne che lavorano, che guidano l’automobile, che hanno figli, che si scommettono quotidianamente nella normalità e nella fatica delle relazioni. Persone, ad esempio, che malgrado il disturbo schizofrenico, hanno risorse spesso insospettate e grazie a queste giocano le loro relazioni, con consapevolezza e spesso con gioia. Persone con l’esperienza del disturbo mentale, non più malati di mente, che oggi, concretamente possono interrogarci a partire dalla loro semplice presenza, esperienza, dai loro bisogni che ora finalmente possono e sanno esprimere. Tutto ciò è accaduto e continua ad accadere laddove l’eredità e l’esperienza di Basaglia non hanno smesso di essere ricercate, alimentate, aggiornate. Assiduamente, con la consapevolezza della durezza e della fatica del rapporto con l’altro e l’umiltà di voler imparare dagli errori, non smettendo mai di pensare al bene delle persone, di mettere al centro di ogni cosa la vita della singola persona con tutte le sue peculiarità e contraddizioni, il dolore, la bellezza, la irripetibilità. Grazie alla legge 180, nel campo della salute mentale si sono prodotte accelerazioni, innovazioni, inconfrontabili col resto degli altri paesi occidentali, cambiamenti che hanno restituito speranze e possibilità. Possibilità di restare cittadini, di essere titolari dei propri diritti, di rimontare il corso delle proprie esistenze, di guarire nel mondo condiviso e non lontano da esso. Una legge che ha il suo sofferto retroscena: quello che, nel 1978, ha indotto il legislatore a chiedersi se anche per gli internati, i malati di mente, dovesse valere l’articolo 32 della Costituzione: “…diritto alla cura e alla salute nel rispetto della libertà e della dignità..” e a rispondere di sì. Non c’è più da allora lo Stato che interna e che interdice per difendere l’ordine e la morale; né il malato di mente “…pericoloso per sé e per gli altri e di pubblico scandalo”. C’è un cittadino, bisognoso di cure, cui lo Stato deve garantire, e rendere esigibile un diritto fondamentale della Costituzione, senza privarlo di tutti gli altri. E questa la scommessa più ardua da accettare. Basaglia, quando entra per la prima volta nel manicomio di Gorizia è angosciato e consapevole della sfida che dovrà affrontare. Di fronte al vuoto, alla violenza e all’orrore che scopre è costretto a chiedersi “che cos’è la psichiatria?”, è costretto a rivisitare criticamente le culture e le pratiche che da quasi due secoli informavano il lavoro nei manicomi. È costretto a “mettere tra parentesi la malattia” quale condizione necessaria, indispensabile a fare emergere le persone, i soggetti avviando così un lungo e durissimo lavoro di deistituzionalizzazione che coinvolgerà via via sempre più operatori, soggetti politici, mezzi di informazione e comunicazione, cittadini. In questo difficile percorso lo sostengono anni di lavoro all’università di Padova così come lo studio di Goffman, Sartre, Foucault, Fanon, Husserl, Heidegger. E, non ultime, una profonda conoscenza delle esperienze inglesi delle comunità terapeutiche e le molteplici relazioni da lui intrattenute con gli psichiatri francesi impegnati nella trasformazione degli ospedali psichiatrici. Questa la portata storica della ferita irreparabile prodotta da Franco Basaglia nel corpo dei saperi e delle istituzioni della psichiatria: e tuttavia, ciclicamente, ritornano opinioni e definizioni estremamente discutibili intorno a questo passaggio. Anche quando riecheggiano le parole di personalità per altri versi straordinariamente ricche e preziose, come Oliver Sacks e Mario Tobino. Il primo, recentemente, quasi dimenticando la ruvidezza della vita istituzionale, si è lasciato andare a una morbida e nostalgica memoria degli asili. Ma ancora di più, nel centenario della nascita di Mario Tobino, la parola di questo grande della letteratura, che è stato anche psichiatra, viene ripresa nella parte che esprime la resistenza alla fine del manicomio, dove egli stesso aveva vissuto per quarant’anni. “Le libere donne di Magliano” mi hanno affascinato e hanno forse sostenuto la mia scelta di fare lo psichiatra. Non posso quindi non riconoscere la formidabile profondità letteraria con cui Tobino descrisse la follia, il delirio, le passioni amorose, le storie, la guerra, la drammatica esistenza delle donne e degli uomini ritratti nei suoi libri. Non alla stessa maniera ritengo di celebrare il Tobino medico, che scrive di manicomi e di psichiatrie. Quando smette di chiedersi se la “pazzia” sia una malattia chiamandola “una delle tante misteriose e divine manifestazioni dell’uomo”; quando prende a difendere i manicomi con una sorta di dovuta, quasi inviolabile affezione, liquidando con ironia chi si dedica alla folle impresa di smantellarli e dimentica che queste istituzioni annientano gli uomini, le donne che vi sono internati; quando arriva a sostenere il non reversibile destino del “malato di mente”, l’incomprensibilità, l’inguaribilità. Qui la narrazione di Tobino così eccezionale, fantastica, stupita riduce le persone e le loro biografie, le storie e la loro singolarità, a un oggetto tanto evidente quanto immutabile detto malattia mentale. Che delle biografie, ossia delle persone non lascia traccia. Effettivamente, solo chi non ne conosce minimamente l’opera e il lavoro può affermare che “Basaglia tende a considerare i malati come vittime della società, il manicomio come causa prima del disagio mentale, psichiatri e infermieri come aguzzini al servizio del potere capitalistico” sbarazzandosi con un colpo di penna di una faticosa e aspra impresa culturale, etica, politica e sociale. Nel manicomio di Gorizia prima e di Trieste dopo, Basaglia, aprendo la porta, scompaginava praticamente le forze in campo riportando nella dimensione della cittadinanza, del diritto, del contratto sociale le persone che avevano perduto con la malattia ogni cosa e che oggi sempre più numerose, la “maggioranza deviante”, rischiano di vedere sottratta la loro soggettività, la loro possibilità di essere nei luoghi, nelle relazioni, nel tempo della loro vita. Il film televisivo “C’era una volta la città dei matti”, in onda su Raiuno in questi giorni, è pervaso dalla drammaticità di questo passaggio e di questi rischi. Il meeting “Trieste 2010: che cos’è salute mentale?” intende creare uno spazio amplissimo di discussione intorno a queste questioni. Che cos’è la psichiatria? è stato l’interrogativo che, alla fine degli anni ’60, ha aperto la ferita più irreparabile nel corpo dei saperi e delle istituzioni psichiatriche. Che cos’è salute mentale? è l’interrogativo che oggi si propone di illuminare il campo ormai vastissimo delle imprese della deistituzionalizzazione, delle fabbriche del cambiamento, dei nuovi orizzonti possibili.
(Peppe Dell’Acqua per il Piccolo del 09.02.2010)



UN DERAGLIAMENTO MISTERIOSO – FERMATA 6


