La battaglia silente di Peppe Pillo nell’anno del decennale il lavoro di Troia conferma le scelte del forum

pillo_giuseppe1Da venticinque anni Giuseppe Pillo, pugliese, classe ’55, cura il disagio psichico. Eppure, non si sente logorato. Piuttosto, si considera un privilegiato, perché, a contatto con persone che soffrono, ha imparato a ridimensionare i problemi quotidiani e a sentire di più.

“Ora so – dichiara – cosa sono le amicizie più profonde e sincere”.

Nella struttura in cui lavora ha avviato varie iniziative a favore dei suoi pazienti. Tra queste Cont..orti e Sportiva…mente, che puntano al reinserimento di chi, nonostante il recupero, viene considerato inaffidabile e rischia di rimanere emarginato a vita.

Un tipo tosto, Giuseppe, che da anni si batte per “umanizzare i servizi sanitari destinati ai più fragili e sostenere i parenti dei malati”, spesso lasciati soli a gestire realtà devastanti. E pensare che quando si è laureato in Medicina aveva scartato subito la specializzazione in psichiatria!

Oggi in servizio presso il Centro di Salute Mentale di Troia – Unità Operativa territoriale del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL della Provincia di Foggia – come unico psichiatra in pianta organica, Giuseppe si considera fortunato. “Occuparsi di persone fragili – afferma – emarginate ed escluse dal contesto sociale, perché ritenute pericolose, fastidiose, ingombranti, violente, consente di accedere a tutte le contraddizioni, le ambiguità, il falso perbenismo dell’istituzione che facilmente sentenzia, discrimina, decreta, giudica, isola, rifiuta, con la scusa di tutelare la presunta parte sana della società”.

Dunque, non avrebbe voluto fare lo psichiatra!

Sì, è così. Mi dicevo sempre: ‘Quello che non farò mai è lo psichiatra, neanche se mi offrissero l’opportunità di accedervi senza concorso”. C’è chi sostiene che si sceglie psichiatria non per caso, ma per affrontare, in qualche modo, problematiche personali. Non mi sono mai posto questo problema.

Allora cosa è successo?

Con il tempo mi sono convinto che questo mestiere ha tanti aspetti positivi. Stare a contatto con persone affette da disagio psichico offre l’opportunità di riflettere sui veri valori della vita, sull’importanza dell’ascolto. Facendo lo psichiatra ho imparato anche a diventare più combattivo e determinato.

centro-diurno-itaca-di-troia1In che senso?

Beh, ogni giorno mi batto perché vengano umanizzati i servizi sanitari ed in particolar modo quelli dedicati alla salute mentale. E questo mi regala ogni giorno emozioni e sensazioni forti, che oggi forse non si provano più. Questo, proprio questo, mi fa sentire un privilegiato.

Quanto é faticoso fare lo psichiatra?

Credo che il problema non sia la fatica, ma la consapevolezza del proprio lavoro. Certo, non è facile avvicinarsi alla sofferenza psichica, ma neanche impossibile. L’importante è sapere che ci si sta occupando di persone con un alto carico di disagio e dolore, di aspettative frustrate e non di malattie.

Di sicuro il lavoro diventa molto stressante, se non ci sono strutture e personale adeguati. Qual è la situazione in Italia e in Puglia, in particolare?

La rete dei servizi di tutela della salute mentale si è sviluppata a livello nazionale a macchia di leopardo. Ci sono zone d’eccellenza, per le quali Trieste rappresenta ancora la punta più avanzata ed altre in cui il modello di assistenza consiste nella semplice offerta di ambulatori. La Puglia non fa eccezione, con realtà più avanzate e zone molto depresse. Eppure la normativa della regione Puglia in tale ambito non è affatto delle peggiori. Anzi.

Allora, cosa manca nella sua regione?

Non basta promulgare una legge per pensare che venga applicata. Troppo spesso assistiamo ad una quotidiana dissociazione tra quello che si dice o si scrive e quello che si fa.

Ci faccia un esempio!

E’ ora di spostare l’attenzione sulle pratiche per la salute mentale, sulle risorse messe in campo, sui modelli organizzativi dei servizi, sul rischio di ridurre queste pratiche a semplice psichiatria, che è cosa assolutamente diversa dalla salute mentale. Il primo progetto obiettivo “Tutela della salute mentale 1996-98″ prevedeva dei parametri ben precisi, come quello di destinare almeno il 5% del bilancio dell’ASL alle politiche per la salute mentale. Come al solito, però, esistono aree in cui questi parametri sono stati applicati, se non superati, e zone nelle quali si è ancora molto distanti da questi valori.

Nel tacco d’Italia?

Credo che la Puglia faccia parte di queste ultime. Il problema delle risorse, tuttavia, seppur di fondamentale importanza, non basta per affrontare la questione. Potremmo dire che rappresenta una condizione necessaria, ma non sufficiente. Occorre, poi, confrontarsi sui modelli operativi, su cosa vuol dire “fare salute mentale”.

Cosa vuole dire?

Prima della legge Basaglia del 1978 e della legge Mariotti del 1968, l’assistenza psichiatrica e la cura della malattia mentale erano assolte, si fa per dire, dagli ospedali psichiatrici. Istituzioni alienanti e totali rappresentavano l’unica possibilità esistente per la cura di tali disturbi. Con la legge 180 assistiamo al passaggio dal modello manicomiale a quello territoriale, dalla segregazione all’integrazione sociale, dalla custodia all’autodeterminazione degli utenti, dall’asilo alla rete dei servizi per la tutela della salute mentale. Con la legge Basaglia la malattia mentale veniva equiparata a tutte le altre malattie. Scompariva il concetto di pericolosità sociale, sostituito dal “diritto alla cura”. Venivano normati i trattamenti sanitari volontari ed obbligatori. Veniva sancito il fallimento del modello manicomiale di assistenza e fissato il divieto di costruirne altri.

Ma forse la Basaglia in Italia non è stata ben applicata. E l’effetto di questa cattiva applicazione oggi continua a ricadere sui parenti dei malati. E’ cosi?

Intanto, credo che la legge Basaglia sia una legge di civiltà, unica al mondo, che va salvaguardata e difesa come una conquista epocale. Per chi ha qualche anno in più, sono ancora nitide le immagini delle persone degenti nei manicomi, mezze nude, lerce, puzzolenti, incatenate, legate, segregate, senza alcuna possibilità di salvezza. Certo, deportare in un manicomio tre – cinque mila persone richiede meno risorse e modelli organizzativi molto più semplici, che non seguire queste stesse persone nei loro luoghi abituali di vita, per arrivare al loro reinserimento sociale e lavorativo. Ma occorre tuttavia stare molto attenti anche oggi.

Cosa vuole dire?

Il manicomio non è un luogo, ma un’idea perversa che nega i diritti e le libertà di persone tra le più vulnerabili. Ogni qualvolta questi diritti e queste libertà vengono calpestati, in pratica, rischiamo di riprodurlo, magari sotto vesti diverse, in luoghi diversi. Penso alle strutture per HIV positivi, alle RSA per anziani, a strutture per prostitute ed altro ancora. A questo rischio non si sottraggono alcune comunità riabilitative psichiatriche che, sorte per offrire una risposta ri-abilitante, rischiano di configurarsi come piccoli manicomi. Molte di queste strutture sono fatiscenti, lontane dai centri abitati, senza validi programmi di formazione, risocializzazione e reinserimento. In quelle strutture gli ospiti vengono trattenuti per anni, senza miglioramenti e di frequente anche per tutta la vita. Tale prassi si verifica nella gran parte del territorio nazionale.

Quindi le intenzioni di Basaglia sono state disattese?

Non è questo quello che Basaglia intendeva per “comunità terapeutica”, non sono questi i sistemi che egli auspicava per aiutare concretamente persone che, a causa di un disagio psichico, rischiano di essere per sempre escluse dal contesto sociale di appartenenza. Egli voleva che si facesse leva su tutte le risorse di un territorio – parlo di una rete sociale- per ammortizzare la fase di difficoltà e progettare quella della ripresa.

Si è, quindi, ancora molto lontani dalla riabilitazione così come la intendeva Basaglia?

Riabilitare significa intensificare gli scambi di cose, oggetti, sensazioni, emozioni, attese, fallimenti, successi, identità, perché è proprio attraverso gli scambi che si offre la possibilità di riappropriarsi di un ruolo, di risperimentarsi, di fruire dei diritti di cittadinanza. Riabilitare è aumentare il potere contrattuale di una persona. Offrire la possibilità di accedere ai diritti di cittadinanza. Troppo spesso, invece, a queste persone si concede solo la possibilità di trascorrere gran parte del tempo nello stesso luogo e con le stesse persone. Non so per quale motivo questo ragionamento, tanto semplice, non venga sufficientemente praticato. Forse perché richiede impegno, dedizione e costanza, che non si vogliono regalare a persone con disagio.

E le famiglie?

Quanto ai familiari, i problemi ci sono perché i servizi pubblici in più di una occasione sono latitanti o quasi. I familiari non sono contenti di come vanno le cose e non della legge 180. Troppo spesso vengono lasciati soli a gestire situazioni critiche e complesse. Credo che i servizi territoriali di tutela della salute mentale dovrebbero occuparsi di più di tale questione e fare in modo che i familiari, opportunamente ed adeguatamente sostenuti, siano una risorsa, parte integrante di quel progetto terapeutico – riabilitativo che trova il suo fulcro nel Centro di Salute Mentale. Noi ci stiamo provando, con due iniziative Cont…orti e Sportiva…mente. Inoltre per offrire uno strumento di aiuto da gennaio del 2000 è stata costituita un’associazione di familiari, che si chiama “Tutti in volo”, presieduta da Rosaria Caputo.

In venticinque anni di esperienza c’è un paziente che ricorderà sempre?

Penso a Francesca. Mi piace ricordarla con questo nome di fantasia che, all’età di circa 24 anni ha avuto un momento critico, di estrema difficoltà. Si sentiva continuamente osservata, inseguita. Arrivava a pensare che ci fosse una congiura nei suoi confronti, che volessero farle del male. E questo vissuto le generava angoscia, allarme e continua preoccupazione. A tale stato di cose lei reagiva in tanti modi: rifiutava di stare sola a casa, sbarrava di continuo porte e finestre, si faceva installare di continuo telecamere. L’angoscia nel tempo cresceva e coinvolgeva la sua famiglia. Vivere era diventato difficile. Erano tutti al collasso. Non è stato facile rsistere e proseguire sulla strada intrapresa. Ci siamo adoperati per farla lavorare in un negozio. Ma all’inizio con scarsi risultati. Sembrava che i nostri sforzi fossero inutili. I problemi per i parenti diventavano più pesanti. Dopo due anni di incontri serrati e di duro impegno, le cose sono cambiate. Ora Francesca lavora, si è sposata e aspetta un bambino. Ha un buon rapporto con la sua famiglia e con il contesto sociale. Purtroppo le storie non hanno sempre questo lieto fine, ma a me piace pensare, e i riscontri scientifici lo dimostrano, che l’esito della storia che ho raccontato possa essere considerato la norma e non l’eccezione e che guarire dalla malattia mentale si può, come è assolutamente possibile ri-prendersi una vita degna di questo nome. Basta crederci, volerlo, mettere in atto, con ostinazione, delle pratiche di salute mentale che abbiano senso, che indichino la direzione da intraprendere, che coinvolgano più soggetti, più attori, più intelligenze, più istituzioni, ed attendere pazientemente gli esiti senza fretta. Francesca ce l’ha fatta!

Quanto si sente tosto?

Io mi sento tosto nella misura in cui mi adopero e mi accanisco, a volte quasi in forma ossessiva e fino a rompermi la testa, per la tutela e la difesa dei diritti e delle libertà di persone che, pur essendo sulla carta dei cittadini, a causa del pregiudizio vengono messi da parte, non hanno la possibilità di accedere nel concreto ai diritti di cittadinanza, o detto in modo più semplice, al “diritto alla vita”. Mi sento tosto, perché quando mi dicevano “datti all’ippica” a causa delle mie idee e pratiche bizzarre su come affrontare il disagio psichico, mi sono specializzato in medicina dello sport e sono diventato uno “psichiatra sportivo”.

Tornando indietro, rifarebbe lo psichiatra?

Assolutamente si, perché mi ritengo, comunque, un privilegiato.

(Cinzia Ficco – da www.tipitosti.com)

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