Sul fatto che esiste la parola “guarigione” vorrei non ci fossero dubbi.

La guarigione è un progetto di vita. Può costituire un obiettivo, un punto di arrivo per molte persone che conoscono ed hanno attraversato il disagio psicofisico in un certo momento della loro vita, per persone che hanno sofferto difficoltà anche gravi di salute mentale.

In realtà per tutti la meta non è una linea ferma, stabile; non è una linea che assicura “…e vissero felici e contenti. . . “, come nelle favole di una volta, per il resto del tempo della vita a venire.

Il sogno della guarigione non toglie nulla alle problematicità che nascono ogni giorno, che hanno radici dentro il nostro io complesso; che si aggrovigliano nei rapporti interpersonali ineludibili, come quelli biologici e strettamente familiari; che si accumulano di ansie negli incontri necessari con gli altri; che si accavallano negli impegni ineluttabili posti come ostacoli nello spazio di un giorno.

Piuttosto la guarigione è una linea mobile, che avanza costantemente innanzi a noi, che ci sembra di toccare come la meta di un traguardo, ed invece, oltrepassata la soglia, ci accorgiamo che c’è dello spazio incognito ancora davanti, ancora oltre…

La guarigione diventa allora un progetto di vita.

Solo riuscendo ad interiorizzare la metodologia del “fare”, del fare per noi stessi in primo luogo, del fare per chi amiamo, del fare per chi ci sta vicino, riusciremo a costruire regole di vita che alla fine diventano proponibili, ferme dentro di noi, da ultimo necessarie, ma soprattutto utili per la nostra crescita, per il nostro andare verso il benessere.

Costruire paletti nel percorso di vita quotidiano, nel giorno dopo giorno, è anche costruire certezze, punti di riferimento forti, finalizzati a incardinare i secondi, i minuti, le ore, il tempo che sta per travolgerci, anche con la noia, anche con l’angoscia, anche con il nulla, oppure con il troppo pensare.

Solo dopo aver toccato il fondo comincia la ripresa, la recovey, il cammino lento e faticoso verso la costruzione di un nostro proprio bene stare, diverso per ciascuno di noi: ascoltando noi stessi, mettendo attenzione ai nostri propri bisogni si può trovare una risonanza, una voce che indica strade, scelte, opportunità.

Tutto ciò non ci preserva in assoluto da difficoltà, da dolori, da sconfitte, da malesseri; ma riusciremo a venirne fuori, a superare ogni ostacolo, a vivere la sofferenza psicofisica, se troveremo la forza dentro di noi, se reagiremo ad un certo momento.

Il percorso che ci aspetta è simile all’andatura del gambero, che procede di qualche passo, per poi anche magari retrocedere, ma alla fine, contando il risultato finale, arriva la constatazione che un cammino in avanti c’è stato: un progresso, magari piccolo, magari banale, lo possiamo mettere al nostro attivo.

La svolta, la necessità della reazione al male, l’azione che ad un certo momento dobbiamo fare per venire fuori dall’incubo in cui siamo caduti, possono essere dati da gesti semplici, anche minimali: così, in uno stato di depressione, di sofferenza psicoflsica, la scelta di alzarsi dal letto per farsi un caffè, in cucina, è già stare meglio, è già un puntello da cui parte la reazione al male, è già una piccola tessera del percorso di ripresa, di rimonta. Ed è un segno di cura verso se stessi, è un segno di attenzione verso i propri bisogni, è una speranza di trovare un aiuto verso uno stato migliorativo, è una volontà di uscire dal torpore e dall’abbandono, in cui siamo caduti.

Tutte le persone vivono momenti più felici e momenti più impegnativi e duri: ma durezza della vita non deve infrangere le difese, che opponiamo come barriere al dolore e alla sofferenza.

Le persone più fragili, più sensibili, più esposte al rischio del malessere psicofisico, del male oscuro che avvolge e qualche volta sovrasta, devono trovare il coraggio di vivere quei momenti, anche i momenti di dolore, di lasciarli passare, come passa e scorre perennemente l’acqua di un fiume.

La fase di difficoltà va vissuta, va interiorizzata, perchè può costituire addirittura una risorsa per noi, può diventare una forza interiore, una consapevolezza di aver sentito, di aver vissuto un’esperienza, di sapere cos’è, ma alla fine di averla oltrepassata, uscirne fuori con più anticorpi psicologici e psichici accumulati.

L’onda che si rinnova abbattendosi sulla spiaggia non ci travolge, ne usciamo fuori con coraggio, quando puntiamo bene a terra i nostri piedi, quando troviamo un appiglio sicuro.

I punti di riferimento bisogna cercarli dentro e fuori di noi, nelle occasioni che la vita originale e curiosa offre costantemente: le opportunità stanno nel nostro volerci bene, nel costruire una barriera di corretta autostima, nello stabilire fiducia nelle proprie possibilità.

Ma le opportunità stanno anche fuori di noi e allora bisogna “uscire”, cercare intorno, guardare gli altri in viso, cogliere le espressioni amicali, le mani che vengono tese. Possono essere diversi i puntelli che troviamo, come ciascuno di noi è diverso: ma rifiutare occasioni di aiuto preclude a nuovi scenari, che potrebbero rivelarsi utili e fruibili positivamente.

Il percorso della guarigione o recovey dura tutta la vita: la prospettiva può scoraggiarci, può fare paura, vorremmo tutto subito. Ma il senso del quotidiano, della costruzione a piccoli passi, in una proiezione in avanti non troppo ampia, in una programmazione che intanto copre le prossime ore che ci stanno davanti, aiutano a procedere anche sul lungo cammino, sugli anni che passano, sul tempo nostro che viviamo e che siamo.

La scena nella quale ci troviamo oggi è quella in cui le persone che soffrono il male psichico non perdono i loro diritti di cittadini davanti alla legge; godono della possibilità di esprimersi e di venir ascoltati, e non solo nei luoghi deputati dei Servizi.

Davanti a noi si prospetta non la negazione della malattia, ma la fine della ineluttabilità della malattia mentale, in una ricerca di riproposizione del benessere delle persone, dell’attivazione e implementazione delle possibilità, delle attitudini e dei saperi individuali.

Oggi si contesta la medicalizzazione totalizzante, invece si procede avanti nella strada della deistituzionalizzazione, dell’inserimento nell’opportunità del quotidiano, nella ricostruzione della “normalità”.

Se il destino non è più ineluttabile, la guarigione è una possibilità, e pertanto una necessità, un dovere morale verso la quale dobbiamo andare. Con coraggio.

Silva Bon, Presidente Associazione Luna e l’altra

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