La lunga storia della guerra agli «improduttivi»

improduttivi_jacobin_italia-990x361Di Agnese Baini

[articolo uscito su Jacobin]

Ogni mattina, in Italia, qualcuno si sveglia e sa che dovrà correre più veloce del leone che vuole additarlo come untore di questa pandemia. L’elenco è lungo e sempre in aggiornamento: ci sono stati i cinesi, i runner, chi fa aperitivi, gli studenti fuori sede che tornano a casa. I vecchi che uscivano senza mascherina erano già in questo elenco ma ora hanno guadagnato una nuova caratteristica: sono vecchi che non partecipano «allo sforzo produttivo del paese».

Il brusco risveglio di Toti

La scorsa domenica ci siamo svegliati con un tweet lanciato dal governatore della Liguria Giovanni Toti.

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Una semplice e breve analisi del testo ci dice che muoiono anche persone non «molto anziane» e che la maggior parte delle persone che muoiono non producono e nonostante tutto – quel «però» si porta dietro una vena polemica molto amara – lo Stato deve proteggerle. Mancherebbe soltanto l’hashtag #uffa a questo schifo di tweet.

È da mesi che ci sono attacchi indistinti da ogni parte verso i vecchi ma nessuno (con ruolo pubblico, almeno) si era ancora espresso in modo così becero questo tema. Se non produci, lo Stato non deve mantenerti e proteggerti. I vecchi non producono quindi potrebbero anche non intasare i reparti degli ospedali e non prendere i mezzi pubblici. Anzi, dovrebbero proprio rimanere in casa – lo spettro di un lockdown differenziato per età anagrafica continua ad aleggiare – così finalmente il virus smetterà di essere pericoloso!

Da marzo a oggi, chi ci governa non è stato in grado di prevenire questa seconda ondata, di rinforzare il sistema sanitario e la medicina territoriale, di sostenere le persone in difficoltà. Si è continuato però a far politica sul disprezzo per chi non produce. Siamo una parte affollata del mondo: ci sono i giovani che non vogliono lavorare, gli immigrati che ci rubano il lavoro, i finti poveri che prendono sussidi, i percettori di reddito di cittadinanza che stanno sul divano… i vecchi che prendono la pensione. Tutte queste persone che non lavorano e quindi non producono e probabilmente non consumano, perché dovrebbero uscire di casa?

Gli improduttivi sono indecorosi

Del resto da anni, i regolamenti per il decoro sono mirati a reprimere ogni forma di socialità libera e non imposta, di collettività, di disordine. Wolf Bukowski nel suo libro La buona educazione degli oppressi traccia un’analisi di questi regolamenti per il decoro e la sicurezza, sottolineando come tali politiche securitarie servano sostanzialmente a reprimere le classi subalterne. Negli ultimi anni il principale problema delle nostre città è sembrato proprio fermare il degrado che avanza: la movida fuori dai locali del centro, i senza fissa dimora, i parcheggiatori abusivi, e così via.

Questi regolamenti sottolineano come non tutti abbiano lo stesso diritto di muoversi e vivere le città. «Chi è quindi titolare del pieno diritto ad attraversare, frequentare, vivere la città decorosa? – domanda Bukowski – È ormai chiaro che i tradizionali diritti civili non sono sufficienti, e che bisogna sapervi associare un comportamento adeguato, che si sostanzi in un adeguato consumo». Questa pandemia ha offerto l’occasione di allargare la lista dei nemici delle città sicure. Hanno chiuso i locali, hanno messo il coprifuoco, si può solo stare soli. E la colpa di tutto ciò, a quanto pare, è dei vecchi improduttivi.

Riprendere in mano i Basaglia

Ma andiamo un attimo indietro nel tempo, arriviamo al 1978. Il 13 maggio di quell’anno viene approvata la legge 180, una legge rivoluzionaria che afferma che si devono chiudere tutti i manicomi e non se ne devono aprire di nuovi, mai più. Una legge che riconosce alle persone internate dentro quelle istituzioni totali un vero diritto a essere curate, non solamente controllate.

Da giugno a novembre dell’anno successivo, Franco Basaglia, protagonista della riforma psichiatrica che ha portato a quell’importante legge, si trova in Brasile per tenere delle conferenze raccolte nel libro intitolato Conferenze brasiliane (un ottimo spunto per chi vuole approfondire la storia della deistituzionalizzazione manicomiale). Il 20 giugno a San Paolo presenta Analisi critica dell’istituzione psichiatrica. Basaglia dice molto chiaramente che ciò che permette l’esistenza di manicomi e carceri è proprio l’idea che «tutto ciò che non produce è malato». I manicomi e le carceri si proponevano e si propongono come strutture di riabilitazione e di cura ma, nella realtà, servivano e servono per controllare e reprimere quelle «persone [che] non erano produttive in una società basata sulla produttività, e [che] se restavano malate era per la stessa ragione, perché erano improduttive, inutili per un’organizzazione sociale».

Basaglia parlava da marxista e aveva ben chiaro che la sua doveva essere un’azione tecnica e politica: curare il malato soltanto per curare il suo ritorno nel circuito produttivo non serve a nulla, bisogna capire dove e come si produce la povertà e il degrado, che portano alla produzione di malattia.

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Franca Ongaro, scrittrice, traduttrice, teorica (e compagna di Basaglia) compila negli stessi anni la voce «Clinica» per l’Enciclopedia Einaudi, in cui affronta i temi della fabbrica della malattia e della cura. Lo stato di salute, afferma, non è un dato definibile ma dipende dall’organizzazione del lavoro e della vita sociale:

La malattia si trova ad assumere il ruolo di una sospensione dalla norma, sospensione che se non si traduce velocemente in salute (quindi efficienza e partecipazione produttiva), viene assolutizzata come morte (cioè esclusione dalla vita), perché solo questa assolutizzazione consente di recuperare produttivamente anche questa forma di morte.

Franco Basaglia e Franca Ongaro avevano ben chiaro che salute e malattia non sono criteri obiettivi ma vengono definiti dai contesti politici e sociali. Per poter guarire le persone che stavano rinchiuse nei manicomi, bisognava chiudere questi luoghi e lavorare su questi contesti.

Deistituzionalizzare la vecchiaia

Il termine deistituzionalizzazione indica il processo di smontaggio e smantellamento dell’istituzione totale. Nasce in riferimento al manicomio e si allarga a tutte le istituzioni totali ancora esistenti. Una di queste istituzioni sono proprio le residenze per gli anziani, dove sono avvenute delle vere e proprie stragi in questi mesi. È notizia di questi giorni che al Pio Albergo Trivulzio di Milano ci sono una settantina di dipendenti positivi: lo stesso luogo dove nei primi quattro mesi di epidemia di Covid-19 sono morti più di quattrocento ospiti e su cui sta indagando la procura.

Proprio queste istituzioni totali create per emarginare le persone che invecchiano continuano a esistere e continuano a non essere messe in discussione ma, anzi, a essere difese. Queste istituzioni ci dicono che abbiamo qualche difficoltà a considerare vita anche quella delle persone che invecchiano, di coloro che sono fuori dai circuiti produttivi. Diventano corpi inutili, soli, destinati a morire. Ma per queste loro caratteristiche meriterebbero più cure e attenzioni da parte dello Stato, non meno.

Occorre allora ribaltare la strana logica per cui la salute è una merce e l’ospedale è un’azienda (sanitaria). Togliamo quest’idea di produzione dalla salute. Tutti dobbiamo avere diritto alle cure, alle terapie, alla guarigione. Anche se non produciamo, consumiamo se e quando vogliamo e pretendiamo un reddito universale – possibilmente prima della pensione. Non ci può essere guarigione, se parliamo solo di produzione.

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