La sfida della medicina territoriale / 1

palazzoniDi Maria Grazia Cogliati Dezza, psichiatra, già responsabile del Distretto 2 e coordinatrice socio sanitaria dell’Azienda sanitaria triestina

Verso la fine del 1999, ero allora responsabile del Dipartimento delle Dipendenze dell’azienda per i servizi sanitari triestina, Rotelli mi chiese di assumere la responsabilità del Distretto 2, al quale afferiva una popolazione di circa 60.000 abitanti dei rioni del centro città. Accettai. La costruzione di una medicina territoriale e di comunità, alternativa all’ospedale, era una nuova e affascinante sfida nel lungo percorso di deistituzionalizzazione iniziato con Basaglia nell’ospedale psichiatrico.

Non solo servizi territoriali di prossimità, che avrebbero dovuto svilupparsi in parallelo a ridimensionamento e rivisitazione dell’ospedale generale, ma anche, immaginavo, una presenza nel condominio, nel rione, nella quotidianità, che avrebbe potuto favorire nuovi legami e reti di relazioni solidali e produttive. In qualche modo credevo che questa sanità di territorio e di comunità per mandato e area di applicazione avrebbe potuto modificare l’assetto sociale in modo più esteso e generale di quanto la salute mentale aveva già prodotto.

Il Distretto 2. Bisognava provarci

Con un gruppo di operatori mosso dalla necessità di comprendere l’identità da attribuire al distretto e la definizione delle sue più importanti finalità, si è lentamente chiarita la strategia da adottare. Preziosa è stata la presenza, tra gli altri, di operatori che avevano lavorato in ospedale o nei servizi di salute mentale perché, spesso, riportavano conoscenze, una visione di sistema e una cultura del cambiamento istituzionale. Non solo la specifica qualità professionale del lavoro nelle diverse discipline, punto imprescindibile poiché si doveva dimostrare che la sanità territoriale non era da meno di quella ospedaliera, ma anche e forse soprattutto la  capacità di vedere a tutto campo e leggere criticamente le condizioni di salute di quella persona in quella casa in quel condominio in quel rione, ritenendo possibile e doveroso un cambiamento.

Abbiamo puntato a sviluppare connessioni tra i diversi servizi del distretto, i diversi operatori, le diverse discipline, spendendo ore in incontri e discussioni spesso accese.

Ancor prima che venisse definita e normata nel successivo regolamento dei distretti, abbiamo utilizzato periodicamente l’assemblea di distretto quale strumento di acquisizione identitaria, di coesione e sviluppo, aperta a tutti gli operatori, nella quale di volta in volta i diversi servizi, a più voci, si raccontavano e si discuteva, favorendo la conoscenza reciproca, le connessioni possibili, una visione di insieme. L’unità di misura segnata dalla persona, dai suoi bisogni intorno ai quali potevano ruotare diversi operatori a prescindere dalla appartenenza di servizio.

Di qui la necessità che ogni servizio si organizzasse in funzione del territorio: ogni struttura suddivisa per macrozone territoriali di modo che sempre gli stessi operatori, infermieri, medici, fisioterapisti, psicologi “insistessero” sullo stesso piccolo pezzo di territorio, facilitando gli scambi e le collaborazioni, lo sviluppo di una dimensione gruppale e la continuità di servizio con gli stessi cittadini utenti.

Difficile, così, non vedere uno spaccato di realtà nella sua generale complessità, filtrata dagli occhi del soggetto interlocutore. Difficile non costruire le modifiche necessarie e adeguate alle caratteristiche della particolare persona richiedente l’aiuto e al contempo “interpretate” da chi l’aiuto lo forniva per mestiere. Una relazione, potenzialmente, tra soggetti.

E pensare che all’inizio spesso nei diversi servizi distrettuali, periodicamente, gli operatori erano invitati a ruotare da una zona territoriale all’altra per mantenere una distanza professionale dall’oggetto del proprio lavoro, per evitare il rischio di eccessiva vicinanza relazionale e inutile consumo di risorse personali!

[continua]

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