La sfida della medicina territoriale / 2

lavoroDi Maria Grazia Cogliati Dezza, psichiatra, già responsabile del Distretto 2 e coordinatrice socio sanitaria dell’Azienda sanitaria triestina

Un lavoro tutto interno per costruire una struttura distrettuale forte, coesa, di senso

Nel gruppo, la componente numericamente più rilevante era costituita dagli infermieri.

Qualificati, professionalmente preparati, presenti in tutti i servizi del distretto, in particolare nell’Assistenza Domiciliare Infermieristica (ADI, poi SID), hanno costituito un corpo monoprofessionale che, su segnalazione del medico di medicina generale e in raccordo con lui, gestiva tutta l’assistenza domiciliare. Molti dei risultati di salute garantiti a domicilio, in alternativa all’ospedale, sono da attribuire a loro. In un lavoro dove molto spesso si è da soli con il malato, nella sua casa, cioè in un setting insolito e sconosciuto, c’è bisogno di sviluppare non solo competenze professionali, ma anche autonomia, potere decisionale e capacità di scegliere le modalità del contatto. Ne è derivato un gruppo di operatori che sulla propria specifica professionalità ha costruito la propria forza.

Accanto i medici di distretto. All’inizio hanno fatto fatica a trovare un ruolo che non fosse solo quello di medico per le autorizzazioni, la verifica e il controllo. C’è stata una dialettica e una ricerca significativa, anche con punte conflittuali tra medici abituati a esercitare un potere sul corpo sanitario e l’organizzazione e infermieri dell’ADI che difendevano competenza professionale, autonomia e potere decisionale. Una dialettica che nel distretto alla lunga ha dato risultati molto significativi, con alleanze paritarie a partire da competenze diverse, fino a una ridefinizione del ruolo di medico di distretto come una sorta di figura ponte tra il cittadino utente, il medico di medicina generale, gli infermieri, gli specialisti, l’ospedale…attivo in specie nei punti più “bui” e nelle “falle” del sistema sanitario: a correggere cattive pratiche mediche di precedenti contatti, a discutere o negoziare con ospedale e medici di medicina generale, a spiegare e guadagnare consenso alla cura medica fuori dall’ospedale. A vincere l’inerzia istituzionale.

Il medico di distretto è una figura fondamentale se esercita a pieno e bene il suo ruolo. Ancora c’è bisogno di un potere forte, riconosciuto e storicamente consolidato, quale quello del medico, per produrre quel cambiamento delle pratiche e delle culture. Questo non significa creare sudditanza di un corpo professionale sull’altro. Tra medici di distretto e infermieri va consolidato un rapporto di collaborazione che si basa sul riconoscimento di competenze professionali diverse e su livelli di autonomia e di potere paritari.

[continua]

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