La Società dei devianti tra distopia e riluttanza

13423947_1041083919279082_7978502861154970133_ndi Gennaro Pisano.

Questo scritto non pretende di essere una recensione o un pezzo di critica letteraria. E’ solo la descrizione di una molteplicità di emozioni, riflessioni e utopie che il libro di Piero Cipriano ha suscitato in me. E’ solo un semplice e caldo invito alla lettura. “La società dei devianti” (vedi) è un’opera che ti prende immediatamente, che ti assorbe nella lettura e che merita anche una rilettura per la mole notevole di fatti, trovate, eventi, espressi in maniera densa, rapida, leggera, per la serie incalzante di immagini e situazioni. Il primo capitolo, che immagino sia stato scritto per ultimo, è già un colpo ben assestato alla attenzione del lettore. L’autore non nasconde che il libro è stato montato come un film. Si tratta di una serie di scritti sedimentatisi nel tempo e nel pensiero di chi li ha concepiti, che, come in un montaggio di lungometraggio, vengono cuciti con abilità per mostrarsi alla fine nella loro coerenza e forza narrativa. Se potessi azzardare una suggestione letteraria non esiterei a dire che Piero riesce a far sue le “Lezioni americane” di Calvino, autore tra l’altro poco amato dal nostro amico, per l’idiosincrasia nata dalle colte citazioni di un vecchio cattedratico romano, il professor Reda , che pare amasse vantarsi di una raffinata predisposizione letteraria inserendo nelle sue lezioni magistrali frasi a effetto dell’autore del Barone Rampante, tanto per diluire la rigida impostazione organicista che veicolava ai suoi studenti. Tuttavia, a mio parere, e certamente non nelle intenzioni dichiarate dell’autore, è possibile ritrovare nella “Società dei devianti”, la leggerezza, la molteplicità, la rapidità, l’esattezza che rappresentavano per lo scrittore ligure le caratteristiche necessarie per tutti coloro che volessero cimentarsi con la scrittura nel secolo che stiamo vivendo. Ma i rimandi letterari abbondano nell’opera di Cipriano. Emanuel Carrère, Cèline, Huxley, Orwell, Elias Canetti con “Autodafè”, l’amatissimo Bolaño e tanti altri, mettono in rilievo l’importanza che la Narrativa ha nell’azione e nella memoria di uno psichiatra riluttante. “Un riluttante” è chi non si piega alle regole dei manuali diagnostici americani che si definiscono ipocritamente ateoretici (dire che si è ateoretici equivale ad affermare la teoria che tutte le altre impostazioni sono superflue, dunque imporre comunque una teoria anzi un’aporia), un riluttante che non lega, non si aggrappa alla psicofarmacologia per difendersi dalla relazione con l’altro, non si piega all’assurdità delle quotidiane pratiche dei tanti piccoli manicomi sparsi per l’Italia dove porte chiuse, telecamere, chiavi e chiavistelli hanno sostituito la libertà e l’empatia che sono le sole condizioni per una reale cura del disagio psichico nella multiforme varietà di come si presenta. Non si può non essere riluttanti se si vuole restare umani e guardare fino in fondo l’orrore della consuetudine alla contenzione meccanica, chimica e comportamentale, che si attua routinariamente, non solo nei piccoli manicomi della penisola ma nelle cosiddette “case di riposo” o nelle C.T.R.P. o nei vari reparti ospedalieri. Non si può non essere riluttante quando l’uso massiccio, improprio di antidepressivi o benzodiazepine s’impone nella nostra società realizzando quel “Manicomio chimico” che sia Cipriano che Whitaker con la sua “Indagine su un’epidemia”, hanno evidenziato. Anche gli eventi della vita, normali ed inevitabili come un lutto, sono malattia. Basta una settimana in più di sofferenza per una perdita di una persona amata e si può correttamente, secondo le linee guida internazionali, essere arruolato nel girone dei malati mentali. Un capitolo, tra gli altri, mi ha procurato un piacere particolare: “La società del mondo nuovo”. E’ un racconto distopico ricco di ironia e umorismo ma, se lo si considera nelle sue implicazioni reali, agghiacciante. Una piccola e, forse pleonastica, premessa sulla distopia come espediente narrativo: “Per distopia (o antiutopia, pseudoutopia, utopia negativa o cacotopia) si intende la descrizione di un immaginaria società o comunità altamente indesiderabile o spaventosa. I testi distopici appaiono come opere di avvertimento, o satire, che mostrano le tendenze attuali estrapolate sino a conclusioni apocalittiche” (Wikipedia). Dunque la distopia si basa su pericoli percepiti nella società attuale, spostando però l’interesse su un’epoca e un luogo distanti o successivi a una discontinuità storica, come nelle opere fantascientifiche di H.G. Wells, “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley o “1984” di George Orwell. Cipriano immagina, in questo capitolo, di trovarsi all’Hotel Hilton di Roma, sino a pochi anni fa la lussuosa cornice dei congressi della SOPSI (Società italiana di psicopatologia… ahimè povera psicopatologia). Ci troviamo dunque proiettati nel futuro nell’anno 2045. Il nostro autore è ultrasettantenne e si ritrova all’Hotel Hilton, durante il congresso della famigerata SOPSI ad ascoltare una relazione congressuale del professor Paolo Pancheri, oggi scomparso, ma nel libro in piena forma, ancora presidente della Società, assistito da giovani e avvenenti specializzande, che parla di un mondo nuovo, dove finalmente si è capito che la Psichiatria è la “soluzione finale”, la panacea per tutti i mali della società, la disciplina che più dell’Economia, della Filosofia e della Politica, ha contribuito a cambiare definitivamente i bisogni dei cittadini. Nel mondo nuovo, delineato nella relazione di Pancheri, la Psichiatria ispira le Costituzioni dei vari Paesi, soprattutto dopo che negli U.S.A. un presidente lungimirante (e io ho pensato purtroppo a un Donald Trump longevo col parrucchino indistruttibile) ha emanato il Mental Distress Annichilation Act che ritiene inalienabile il diritto al benessere mentale del cittadino. E quindi, grazie alla farmacogenomica, alla produzione di farmaci sempre più personalizzati, tutti i cittadini potranno liberamente accedere all’uso di antidepressivi di nuova generazioni anche senza la necessità di prescrizione medica. Metà della popolazione avrà la sua malattia mentale appropriatamente curata, l’altra metà farà da psicoterapeuta. In Italia tale assetto sarà garantito dall’unico ministero ancora presente: Ministero per l’annullamento della sofferenza mentale. Ci sarà il DSM 18, diciottomila sindromi cliniche in cui tutti potranno riconoscersi, la legge 180 (ultima resistenza al cambiamento) sarà stata abolita e gli ultimi basagliani, almeno quelli ancora viventi nel 2045, saranno stati ridotti al silenzio. E trionfalmente il professore conclude, sorbendo l’ultimo sorso di un caffè, anche esso addizionato a nuovi ingredienti: “la Psichiatria ha vinto, grazie alla mappatura del genoma abbiamo sconfitto le psicosi più gravi con dei vaccini specifici come per il vaiolo e la poliomielite ed è diventata obbligatoria come materia di studio nelle scuole di ogni ordine e grado.” Ecco il meraviglioso manicomio delineato e profetizzato già nel 2001 dal professor Paolo Pancheri.

Ma nel libro c’è di più: il racconto del rapporto discreto, tenero, profondo e difficile con diverse persone che hanno fatto o che fanno esperienza dell’SPDC. Le uscite al bar con Alberto, Felicia, Veronica a fare colazione, chi con cornetto e cappuccino chi, salutisticamente con latte di soia macchiato, vere e proprie fughe terapeutiche dove la differenza tra medico col camice e paziente si annulla. Le storie di Andrea e della sua finalmente riuscita e felice latitanza dagli psichiatri. Il racconto della vicenda di Fede Shoe un amico, una persona che ho conosciuto troppo poco e che non ce l’ha fatta. La necessità urgente di mettere mano al codice penale per eliminare il concetto di pericolosità sociale e dare nuova linfa alla lotta per il definitivo superamento degli O.P.G. Tutto raccontato e scritto come un film godibilissimo ed emozionante. Infine l’empatia, il co-sentimento dei fenomenologi tedeschi, il ritorno alla psicopatologia non più descrittiva ma, per dirla con una parola grossa, “eidetica” cioè che cerca l’essenza di ogni uomo e della sua unicità, che fa “epochè”, che non giudica, che non vuole esercitare Potere, viene ripresa da Cipriano passando per Minkowski e Bleuler. I dieci, cento, mille Basaglia sparsi per l’Italia, come ha detto Franco Rotelli, cercano un luogo per avvicinarsi, riconoscersi, parlarsi. Aggiungo un’ultima considerazione personale: il patrimonio culturale di persone come Giovanna Del Giudice o Peppe Dell’Acqua o Luigi Benevelli o Franco Rotelli e tanti altri “grandi vecchi (s’incazzeranno un po’ per questa definizione) deve trovare un modo per non essere disperso. Il modo, a mio avviso, è eleggere un luogo, non ideale, non itinerante ma geograficamente definito, perché i mille Basaglia d’Italia s’incontrino, si formino, non si sentano “come i cani nella Chiesa”, come dice Piero nel capitolo iniziale, e cambino le cose anche più velocemente di un’altra legge sulla Salute mentale. Leggere “La società dei devianti” è davvero una bella esperienza, Se potete, regalatevi questa gioiosa elegia della Riluttanza.

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