Le notti di guardia in manicomio. A margine del convegno “no restraint”

schermata-2021-11-24-alle-22-37-37di Peppe Dell’Acqua
23 novembre 2021

Ho partecipato al convegno che si è tenuto a Trieste/Gorizia nei giorni scorsi. Ascoltando interventi e testimonianze di notevole spessore non ho potuto non ripercorrere i momenti, le svolte anche drammatiche che hanno impedito che nemmeno per un attimo l’armamentario della contenzione trovasse posto nella mia cassetta degli attrezzi. Sono stato molto fortunato!

Ripensando oggi ai turni di guardia notturna in manicomio mi viene da dire che tanta parte del cambiamento si è realizzata proprio in quelle circostanze. L’urgenza, l’emergenza, l’allarme ponevano, allora in manicomio e pongono oggi nei Diagnosi e Cura ma anche in tutti i luoghi della vita e della cura delle persone con disturbo mentale, scommesse cruciali. Come se ti dicessero, ora come allora: “va bene tutto, i diritti, le storie, i bisogni, l’umanizzazione ma, quando uno è agitato, è pericoloso, è aggressivo, tu cosa fai?”. Durante le notti di guardia eri costretto su questa domanda a giocarti tutto.

In quegli anni ci sono più di 1.000 persone ricoverate. È come essere medico condotto di un piccolo paese. Dove gli abitanti sono tutti matti, dove ci sono, nei vari reparti, quasi 50 infermieri di turno che non conosci, che non si fidano di te, che hanno un modo di lavorare ben radicato, che non intendono assolutamente cambiare. Cominci il turno e sai che può succedere di tutto. La notte di guardia significa che mi chiama l’infermiere del reparto D-Agitati, per esempio, e mi dice che quel tale paziente non dorme, è aggressivo, ha già spintonato e fatto cadere il suo vicino di letto, che ha già lacerato le lenzuola e ribaltato il suo letto. Che non vuole assolutamente essere avvicinato. Mi dice che si è messo in un angolo e, con tono di sfida, non accetta nessun contatto. L’infermiere mi dice anche che se vogliono, però, possono “imbragarlo”, “incravattarlo” e metterlo nel camerino d’isolamento. L’infermiere, al telefono, mi chiede di fatto l’autorizzazione a metterlo nel camerino e conclude dicendo: “Non si preoccupi, dottore. Può anche non venire, pensiamo a tutto noi!”. Nel manicomio al medico di guardia si chiedeva questo: di star tranquillo che, alla sedazione farmacologica, alla contenzione, al corpo a corpo, ci pensavano gli infermieri. Il medico doveva muoversi quando c’era qualche cosa di organico: una febbre o uno scompenso cardiaco o quando qualcuno moriva per andare a constatarne il decesso e firmare il certificato di morte. Se rispondo che va bene, resto tranquillo e tutto va avanti.

Ma non potevo rispondere così. In quell’ospedale, stavamo cominciando a cambiare tutto. La risposta era sempre la stessa: Bene, arrivo subito.

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Era evidente che non si doveva più fare quello che l’istituzione, attraverso gli infermieri, si aspettava che io facessi, che lo psichiatra facesse. Proprio in quei momenti si capiva bene che un’altra storia stava cominciando. Avevamo capito, ma non so oggi quanti lo hanno davvero capito, che durante la guardia di notte non bisognava chiudere, legare, contenere, appiattire, soffocare. Non bisognava soprattutto fare quello che l’istituzione chiedeva di fare. Da qui si doveva partire.

Mi viene chiesto di rispondere: ok, va bene, passo domani. Oppure mi viene chiesto di andare a certificare, come un notaio, che c’è stato sangue, una contusione, un livido. Mi viene chiesto di far finta di non vedere che qualcuno sta urlando dietro la porta sbarrata e che qualche altro è legato come un salame. È chiaro che non posso accogliere questa domanda.

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Ma, nel momento in cui non faccio quello che mi viene chiesto di fare, devo avere una ragione per spiegare, proporre una teoria del perché di quel rifiuto. Devo entrare in quel reparto e cominciare ad ascoltare. Devo cercare di comprendere cosa c’è dietro quel conflitto, quell’agitazione, quell’aggressività. Devo cercare di cogliere il senso della domanda che mi fa l’infermiere, le condizioni di lavoro cui è costretto. Devo entrare in quel contesto, devo vietarmi giudizi e condanne preliminari. Devo ascoltare, ascoltare, ascoltare.

Ho passato ore, ho fatto mattina tante volte in quei reparti. Le 5, le 6 del mattino fin quando arrivava il cambio del turno. Ho fatto mattina ad ascoltare e discutere animatamente con gli infermieri. Ho fatto mattina ad ascoltare quelle persone, aggressive e violente che, quasi con dolcezza, una volta rassicurate mi raccontavano del loro delirio, dei demoni che tormentavano incessantemente le loro viscere, del gelo che avevano dentro. È chiaro, a ripensarci ora, che se avessi risposto alla telefonata dell’infermiere “va bene, ci vediamo domani”, avrei semplicemente confermato quanto l’istituzione da secoli riproduceva. Avrei soffocato quel bisogno di ascolto, avrei perduto una formidabile e unica occasione di conoscenza. Avrei perduto un momento così ricco di complicità per riconoscere ed essere riconosciuto da quegli infermieri dei quali non potevo fidarmi. Avrei perduto l’occasione per comprendere che cosa significava veramente quella resistenza al cambiamento.

Essere lì, ascoltare, mettermi in gioco comincia a darmi una qualche idea di che cosa posso fare. Mi rendo conto che, mentre ascolto, mentre parlo con gli infermieri, mentre ci prendiamo un caffè tutti insieme invitando anche quel paziente aggressivo e violento, stiamo costruendo un’altra scena, un’altra teoria della cura. Sto dando valore alle osservazioni degli infermieri che mi hanno chiamato. Sto considerando gli infermieri, il paziente e il reparto come un insieme unico di relazioni, di comportamenti, di culture. Sto mettendo quella persona al centro del nostro agire. Anzi, stiamo insieme pensando non a come contenere adesso e qui, ma a cosa fare domani. Quella condizione così speciale della guardia di notte sembra voler restituire instancabilmente senso a ciò che sta accadendo. Ecco dunque il secondo punto: trovare una teoria della non risposta.

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Per ultimo, terzo punto, devo comunque offrire una “soluzione” a quel problema che mi è stato posto. Non posso andarmene via avendo semplicemente ascoltato e preso atto. Soltanto nel momento in cui acquisto consapevolezza dell’impossibilità di una qualsiasi soluzione prendo coscienza della mia condizione. Mi rendo conto della mia solitudine, che sono assolutamente disarmato, che fuori dal codice istituzionale non ho strumenti. È la consapevolezza di quella solitudine, l’insistenza della domanda cosa faccio ora? che apre alla possibilità. È questo non sapere che invita a lavorare insieme, coinvolge, permette di sperimentare strategie, relazioni, aperture. Le Persone entrano finalmente in scena.

(da “non ho l’arma che uccide il leone” 2007)

Immagine: M. Strobl, Gli otto padiglioni e il viale centrale che li separa, 1910

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