Le radici di Basaglia che qualcuno vuole tagliare

diversoEppure Basaglia fa lezione in California malgrado la negligenza di chi ci governa

di Allegra Carboni, studentessa del corso di laurea in Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Udine

Dévora Kestel dallo scorso dicembre ricopre il ruolo di Direttrice del Dipartimento di Salute Mentale e di Abuso di sostanze presso l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS). Lo stesso incarico è stato ricoperto in passato da Benedetto Saraceno. Se si spulcia tra i curricula di Saraceno e Kestel si scopre senza troppe difficoltà un’esperienza che li accomuna: parte della loro formazione è avvenuta nelle città di Trieste e di Udine, sotto il diretto insegnamento di Franco Basaglia. Sarà solo una banale coincidenza? Il Dipartimento di Salute Mentale di Trieste riveste dal 1987 il ruolo di Centro Pilota dell’OMS ed è stato riconfermato Centro Collaboratore OMS per la Ricerca e la Formazione in Salute Mentale anche per il quadriennio 2018-2022. Si tratta di una funzione guida, di assistenza e supporto all’OMS, un punto di riferimento per gli altri Paesi che intendono intraprendere percorsi di deistituzionalizzazione. Dévora Kestel ha voluto, cominciando il suo lavoro a Ginevra, tornare a Trieste e a Udine per visitare i servizi di salute mentale. Non un rappresentante delle istituzioni ha trovato il tempo per incontrare la direttrice dell’OMS, che invece nei primi mesi di lavoro è stata ricevuta dal segretario dell’ONU, da presidenti in carica, da ministri della salute. Tuttavia, malgrado la colpevole disattenzione dei governi locali, l’impresa della regione Fvg, la psichiatria, non solo è sopravvissuta alla morte di Basaglia, è andata oltre.

Recentemente, come ha raccontato Giulia Basso sulle pagine del Piccolo (leggi Los Angeles chiama Trieste per avviare una rete di assistenza psichiatrica), è emersa anche l’intenzione di aprire nella Contea di Los Angeles un centro di salute mentale comunitario ispirato al modello triestino, ulteriore dimostrazione che quest’ultimo rappresenta una buona pratica che a distanza di quarant’anni continua a influenzare le politiche di salute mentale in tutto il mondo. Come scritto da Allen Frances – psichiatra e professore emerito presso il Dipartimento di Psichiatria e Scienze comportamentali della Duke University School of Medicine di Durham, Carolina del Nord – sull’Huffington Post meno di due anni fa, «gli Stati Uniti sono il posto peggiore al mondo per avere una malattia mentale, mentre Trieste è il migliore. […] Trieste è il migliore perché ha a cura le persone con disturbi mentali e le tratta come persone» (vedi Chissenefrega dei matti: il caos e lo strazio della salute mentale). Proprio grazie all’iniziativa di Frances è nato il progetto Trieste in the United States, e a novembre 2017 una delegazione del Dipartimento di Salute Mentale della Contea di Los Angeles ha visitato Trieste per conoscere il modello basagliano e avviare una collaborazione. Los Angeles può essere considerata la capitale dei senzatetto degli Stati Uniti: dare vita ad un modello ispirato al sistema sanitario triestino sembra essere l’ipotesi più concreta, e visionaria, per far fronte a tale situazione. Nel 2020 nascerà un centro di salute mentale per un’area di 100.000 abitanti a Beverly Hills (vedi www.accoglienza.us).

Eppure, nonostante le premesse appena esposte, il sistema basagliano è a rischio per le confuse politiche regionali che si prospettano all’orizzonte: da dichiarazioni di membri della giunta e di qualche responsabile di azienda sanitaria è emersa infatti l’intenzione di riorganizzare i servizi territoriali, nel senso di accorpare servizi e dequalificare la preziosa prossimità che negli anni hanno coltivato nel territorio. Una spesa già molto esigua destinata alla salute mentale, il 3,5% su tutta la spesa sanitaria, in linea con la media nazionale, sarebbe destinata ad ulteriori riduzioni. Certamente per erogare un servizio di qualità, oltre alla rivoluzione culturale – oramai ben assimilata dai più – e alla presenza di operatori motivati servono risorse e attenzione alla crescita di culture e conoscenze. C’è chi ritiene erroneamente che quanto destinato alle politiche sanitarie sia una mera voce del bilancio troppo gravosa da sopportare, rispetto a cui bisogna intervenire con tagli netti per abbattere almeno in apparenza i costi, di certo elevati, necessari per mantenere anche alcuni dipartimenti riconosciuti come modelli eccellenti e a cui si ispira tutto il resto del mondo. Una riflessione va però fatta a monte: i costi pubblici da sostenere per mantenere determinati livelli di erogazione dei servizi non sono da considerarsi semplici spese, bensì investimenti. Vi sono nel mondo fin troppi esempi tangibili di elevati livelli di disagio sociale strettamente correlati a quello fisico e sanitario. Garantire un servizio sanitario equo ed efficiente è di fatto un modo per contrastare la povertà: non bisogna infatti dimenticare che, come afferma l’OMS, «le disuguaglianze nella salute hanno origine dalle condizioni sociali in cui gli individui nascono, crescono, vivono, lavorano e invecchiano, ossia dai cosiddetti determinanti sociali della salute. Intervenire su tali determinanti risulta essenziale per creare società eque, e costituisce per tutti i decisori un imperativo etico». Pertanto investire sulla salute, in particolare sulla salute mentale, equivale a risparmiare sui costi della spesa sociale.

Pare assurdo pensare che Trieste, culla della rivoluzione basagliana, rischi di pagare la negligenza e l’imperizia di coloro che ci governano. Altrettanto paradossale è l’asimmetria tra le priorità e le politiche del Friuli Venezia Giulia, regione dove peraltro la soddisfazione dei cittadini rispetto alle cure nel campo della salute mentale è riconosciuta, e le richieste che provengono dal resto del mondo.

Evidentemente aveva ragione Montale quando nel 1971 scriveva che la storia non è magistra di niente che ci riguardi.

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