Le scarpe dei matti

espositoDi Paolo Peloso, psichiatra, Genova

[articolo pubblicato su Psychiatry on line Italia]

Della prossima uscita del libro Le scarpe dei matti. Pratiche discorsive, normative e dispositivi psichiatrici in Italia (1904-2019) Antonio Esposito, giornalista e ricercatore indipendente nel campo sociale di Napoli, mi aveva parlato l’anno scorso, in occasione della presentazione a Genova del volume Storia di Antonia. Viaggio al termine di un manicomio, scritto con Dario Stefano Dell’Aquila e recensito in questa rubrica.

L’immagine da cui il testo prende le mosse è quella di un cumulo di scarpe spaiate e impolverate scoperto accidentalmente nel sottoscala di un manicomio, ed è suggestiva per due ragioni. La prima è l’implicito rimando al lager; la seconda, all’idea che è un percorso attraverso l’ultimo secolo e poco più di psichiatria italiana quello che ci viene proposto.

Non è facile classificare il volume perché rispetto al testo di riferimento per la storia della psichiatria italiana, Liberi tutti di Valeria Paola Babini, del quale condivide quasi, per la parte storica, la data d’inizio (1902-1978 in quel caso), manca dell’equilibrio tra le parti e dell’ordinamento cronologico che caratterizzano un testo, appunto, di storia, e si pone in una prospettiva diversa arrivando a comprendere la storia più recente, quasi il giornale di ieri.

Parte però forse da troppo indietro per essere un volume dedicato alle questioni aperte della psichiatria dell’oggi, molte delle quali vi trovano uno spazio, alcune più adeguato e altre meno (dall’impatto dell’amministrazione di sostegno, al superamento ancora in atto dell’OPG, alla contenzione, al TSO e all’ASO, alla neoistituzionalizzazione, persino ai LAI e alle tecniche di brain modulation, nonché alle recenti proposte di riforma di Lega e Radicali, ai dati ProgRes e agli ultimi dati diffusi dal Ministero e commentati da SIEP sullo stato dei servizi).

Il taglio comunque rimane quello dello storico, applicato anche alla cronaca, il che mi pare indubbiamente un tratto di originalità e di interesse.

Il testo si compone di diversi capitoli: il manicomio e la legge 36, il lungo periodo dalla legge 36 alla legge Mariotti, le esperienze degli anni ’60 e ’70, gli scandali manicomiali, la legge 180, lo stato attuale dei servizi, il TSO, il manicomio e l’OPG, le terapie di shock e la psicochirurgia, la contenzione, la psicofarmacologia. Difficile è anche capire a chi sia dedicato: per chi già conosce e frequenta la materia propone senz’altro una documentazione preziosa e ricostruisce in modo puntale passaggi importanti, come quello del dibattito in Costituente sull’articolo 32, tra le pagine più belle; in altri casi però ripropone nozioni che forse avrebbero potuto essere date per note e riassunte. Per essere dedicato a chi si avvicina per la prima volta a una vicenda complessa, quella della psichiatrica italiana, il livello di documentazione e approfondimento è in alcuni casi senz’altro abbondante, in altri forse carente, e l’attenzione è forse sbilanciata a favore dell’evoluzione della normativa, rispetto a quella delle pratiche, delle esperienze concrete.

Se dovessi identificare il pregio maggiore, mi pare che sia lo sforzo di ricerca documentaria e di riproposizione diretta delle fonti che ne sta alla base: perché dentro la mole davvero imponente delle pagine, sono molte le perle nelle quali ci si imbatte, le cose che erano dimenticate e che fanno riflettere. Molti sono i documenti interessanti riportati, e ne sono senz’altro un punto di forza, come l’appassionato appello di Sartre, Chomsky e Dedijer lanciato in difesa di Basaglia sotto processo (p. 169), o il giudizio di Bobbio sulla 180 (p. 255), o in senso contrario il riferimento al suicidio di un care-giver che si sentiva abbandonato dai servizi a Brescia nel 1982 (p. 263), o ancora il dibattito tra Basaglia e Orsini, ospiti di Maurizio Costanzo (pp. 275-279), ma anche moltissimi altri.

E forse, il principale limite invece è il fatto che l’attenzione per il dibattito in alcuni casi non sia pari a quella per le fonti; un po’ come se, su vari temi, dalle fonti a questo volume poco fosse stato scritto e discusso. Se si dovesse dare una valutazione complessiva, perciò, il tratto fondamentale di questo testo – che ne è insieme il difetto e il pregio – mi pare una sorta di “voracità”, di “affanno” quasi, un bisogno di toccare tanti temi, approfondendone alcuni, e altri inevitabilmente no. Vi si trovano, come dicevo, passaggi rispetto ai quali il lavoro di ricerca e documentazione è decisamente minuzioso e prezioso: il dibattito a monte della promulgazione della legge 36/1904 e le sue previsioni, scelto come punto di partenza, e poi le sue conseguenze. I ritocchi normativi apportati in senso custodialistico in epoca fascista, ma anche la ripresa dell’aumento del numero di posti letto nel dopoguerra, un fenomeno di cui si parla poco. La precisione con cui è ricostruito il dibattito nella Costituente sull’articolo 32, che ho trovato di grande interesse perché in fondo è proprio lì che la questione del TSO e della legge 180 trovano un fondamento spesso trascurato. Il dibattito sulla promulgazione della legge 180 – un ampliamento del diritto di cura ai non pericolosi e scandalosi, scrive Esposito, e mi sembra originale e interessante vederla anche da questo lato – con la ricca e documentata ricostruzione del dibattito, in particolare sulle questioni spinose: TSO, SPDC e suo rapporto con l’organizzazione dipartimentale, e quella del ruolo (meglio del non-ruolo) giocato in quella fase dall’Università. Con lo stesso approccio di questi momenti, vengono affrontati nodi molto recenti: il superamento degli OPG, la questione della contenzione che dalla citazione dal viaggio del belga Joseph Guislain in Italia nella prima metà dell’Ottocento alla vicenda di Franco Mastrogiovanni con le fasi più recenti del dibattito attraversa tutto il volume come una sorta di fil rouge, ai più recenti aspetti della questione psicofarmacologica e delle terapie di modulazione cerebrale.

E ho trovato senz’altro pregevole la puntuale ricostruzione della promulgazione a breve distanza dei due decreti Bindi in tema di terapia elettroconvulsivante (pp. 466-469), o quella del pronunciamento della Cassazione sulla contenzione in riferimento al caso Mastrogiovanni (pp. 484-393). Se occorra, poi, come vorrebbe l’Autore, una legge che esplicitamente vieti la contenzione negli SPDC, mi pare opinabile, perché questa previsione mi pare già garantita dall’attuale quadro normativo, e come ben si vede questo non è sufficiente a limitare il ricorso al solo stato di necessità, perché è la definizione di stato di necessità che rischia di presentare in questo caso confini troppo labili. E quanto poi all’ipotesi che il fatto che questo reato sia compiuto in ambito sanitario possa essere previsto come aggravante, ci si può ragionare, anche se io resto convinto che la scorciatoia di perseguire la riduzione o l’abolizione della contenzione per legge sia destinata a dare scarsi risultati, e per ottenere quest’obiettivo sia più importante invece lavorare a una trasformazione della cultura dei gruppi di lavoro, a partire ovviamente da chi li dirige.

In altri casi il volume non introduce sostanziali novità rispetto a vicende già note, ed è il caso dei riferimenti al dibattito eugenetico, alle due guerre, al cammino dal dopoguerra alla legge 180, alle prassi di trasformazione degli anni ‘60-‘70 dove però è interessante l’ampliamento della prospettiva di studi precedenti con l’inclusione di Nocera, Torino, Reggio Calabria.

Alcuni temi mi sono parsi affrontati in modo forse un po’ troppo convenzionale e sbrigativo: è il caso della storia del manicomio che quasi parrebbe sia stato, al di fuori di una prospettiva storica, nel suo secolo e mezzo di vita sempre lo stesso; o di una questione complessa come quella dell’ergoterapia della quale non viene forse del tutto colto il carattere ambiguo di elemento disciplinante ma anche evolutivo, strumento di coercizione e ricatto a volte, ma altre testimonianza di autentico e appassionato sforzo di cura là dove altre cure non c’erano, o il fatto che sempre nella letteratura ottocentesca a un maggior impegno nell’ergoterapia corrisponda minore ricorso alla contenzione e viceversa; o la nascita del manicomio giudiziario e i nodi più delicati del suo superamento, a proposito del quale vengono sì riportati preziosi documenti come quello della posizione del CSM sui delicati e discussi temi delle misure di sicurezza provvisorie o delle liste d’attesa per le REMS, ma poi i riferimenti al dibattito in atto e ai punti di vista alternativi su queste questioni non sono forse sufficienti; o ancora la funzione dell’amministrazione di sostegno, figura sull’utilità della cui introduzione siamo tutti d’accordo, ma della quale mi pare non siano colte a sufficienza quelle che si stanno via via rivelando le criticità, almeno nella mia esperienza, a partire dal sentimento di oppressione che spesso la nomina evoca comunque nel “beneficiario” (che tale spesso non si sente, nonostante le buone intenzioni, per nulla) o il ruolo neoistituzionalizzante che rischia a volte di assumere, per carenza di cultura antiistituzionale, chi esercita la funzione nella dialettica coi servizi (se è collocato lì, si è tutti più tranquilli).

In altri casi ancora poi la posizione di Esposito mi pare tradire un’ambivalenza, come nelle pagine dedicate al ruolo degli psicofarmaci nella deistituzionalizzazione, che sono testimonianza di uno sforzo da parte sua di coglierne, da un lato, sulla scia di varie e profonde citazioni da Basaglia, il carattere complesso; e della tentazione, dall’altro, di sottolinearne unilateralmente il carattere disciplinante e sfigurante la “naturalità” della follia, al cui fascino l’Autore pare non sapersi del tutto sottrarre. Pagine in bilico, insomma, tra Basaglia e Antonucci, mi paiono queste, senza saper esercitare un’opzione decisa a favore del primo come, personalmente, credo che sia opportuno.

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