Legare non è un’arte

legareDi Amedeo Gagliardi

Ho letto il libro di Paolo Milone e alcune delle recensioni che lo hanno seguito, ad iniziare da quella di Nicola Lagioia su Robinson, di Vittorio Coletti su Repubblica di Genova e di Paolo Peloso su P.O.L. Voglio qui dare il mio contributo di lettore, operatore sociale, membro del Circolo di studio sul lavoro sociale Oltre il Giardino e Portavoce del Coordinamento per Quarto.

Penso che questo sia un testo importante e che merita di essere letto. I libri che nascono dall’esperienza sono sempre importanti, soprattutto se, come in questo caso, raccontano un’esperienza intensa che ha coinvolto l’intera vita dell’autore.

Sulle questioni stilistiche non posso dire molto, sono un semplice lettore, ha già detto Nicola Lagioia su Robinson di Repubblica, dove lo accosta allo Spoon River di Edgar Lee Master «per forma, oggetto di scavo, capacità di indagine». Il testo procede per epigrammi, una soluzione che stringe il lettore verso l’angolo della riflessione attraverso numerose sequenze narrative divise in capitoli, i quali assumono gradualmente tutti i sapori e i dolori dell’esperienza della sofferenza psichica, facendone emergere contraddizioni, incongruenze e paradossalità. La lettura prosegue in modo coinvolgente e il succedersi ritmico di questi frammenti, alcuni di notevole intensità, ben rappresenta l’esperienza di chi accanto alle persone e al loro dolore psichico è riuscito a mantenere presenza qualificata ed umana.

Si comincia dai due luoghi in cui l’esperienza nasce e si manifesta, il Reparto 77 e la Stanza del Glicine. Con il primo si fa riferimento al reparto di diagnosi e cura di uno dei grandi ospedali genovesi, con il secondo allo studio professionale. Il racconto procede attraverso diversi capitoli che conducono il lettore nei meandri della cura, sullo sfondo Genova. Tra un vicolo e l’altro, tra le piazzette e gli interni delle chiese, tra una discesa e un affaccio al mare, compaiono i volti, le sofferenze delle persone e l’umanità dell’autore. Incontriamo Lucrezia, Filippo, Rufo, il collega che si precipita a tutti i convegni, gli infermieri e tanti altri. Come ha anche sottolineato Vittorio Coletti vengono raccontati in forma originale molteplici episodi, a conferma di come anche la prosa possa diventare poesia, andando oltre l’esperienza e creando quello spazio sublime capace di accogliere con senso anche il dolore più grande, la tragedia più inaspettata.

Si arriva così agli ultimi capitoli. Qui il racconto, riprendendo il titolo L’arte di legare le persone, cambia tono e in modo inaspettato diventa saggio. Dalla lirica comincia ad emergere una teoria su quest’ipotetica arte, la tecnica della contenzione, e sulla sua decisiva importanza. Qui la parola diventa paglia, prassi inutile. Così anche la psicologia diventa una pratica che si preoccupa solo di cercare un colpevole, strada non percorribile in psichiatria. Gradualmente si fa strada quello stereotipo secondo cui la pericolosità del matto rioccupa l’intero spazio della scena e la complessità della cura ridotta a battaglia personale, tra la bontà di un abbraccio e la severità di una contenzione.

A questo punto la mia lettura diventa incerta, i volti delle persone scompaiono, ricompaiono le caratterizzazioni delle diagnosi, i tanti luoghi comuni che spezzano quella continuità antropologica tra gli umani, siano essi psichiatri, matti, curanti o pazienti. Ritorna l’alieno, come giustamente afferma Paolo Peloso nella sua recensione su P.O.L. Qui la tecnica, addirittura l’arte, sentenzia sul mondo, in una relazione totalmente asimmetrica che tende ad escludere il dubbio e la perplessità. In questo finale l’interesse per la malattia sovverte l’indicazione della riforma della fine degli anni Settanta, che non ha mai negato la sofferenza psichica e la malattia mentale, ma voleva metterla tra parentesi, cercando di farsi prossima al malato, evitando di separare la malattia dalla sofferenza della persona. Qui la malattia torna ad occupare la centralità dell’interesse del curante, un ritorno che storicamente ha permesso l’agibilità delle cure più estreme e più assurde.

È per questi motivi che mi sono spinto a scriverne. A mio parere il titolo e le sue conclusioni pongono dei rischi nel rappresentare la cura in salute mentale e nel costruire un immaginario collettivo, rispetto a questo tema, che rinforza la paura, lo stigma e la vergogna. La lettura dell’articolo di Vittorio Coletti, che considero un autorevole osservatore della vita cittadina, mi ha confermato questo rischio. Coletti è entusiasta del libro perché lo considera finalmente non negazionista: «Milone sa che la pazzia esiste, non è un’invenzione sociale come hanno creduto menti abbagliate dalla propria intelligenza». Coletti individua dunque questa negazione all’origine della riforma che ha chiuso i manicomi scaricando la cura «allegramente sugli sventurati parenti». Accogliere questo libro come testimonianza dell’Arte di fronteggiare la malattia mentale rischia di far diventare questo corpo a corpo solo personale, riducendo nuovamente la follia ad una questione individuale, riportandola in ordine alla sola sua pericolosità sociale e ridando fiato alla costruzione di apparati scientifici, processi amministrativi e rapporti di potere che la riconducono ad un oggetto da separare dalla sofferenza della persona in relazione al contesto sociale. Ancora Coletti nella recensione: «Lo psichiatra può curarla, per quello che si può, solo standole fisicamente vicino, come un chirurgo abbracciandolo e persino, se occorre, come recita il titolo del libro, legando il malato, sporcandosi il camice, prendendo botte, sputi, lacrime, riducendo la distanza fisica, fino alla colluttazione e all’abbraccio.»

È purtroppo vero che molte famiglie hanno vissuto e continuano a vivere l’esperienza della malattia mentale nella solitudine. È per questi motivi che rimane latente il desiderio di un ritorno ai manicomi, a luoghi in cui concentrare e separare il problema. Sappiamo però che la questione è più complessa e che i muri storicamente non sono mai stati in grado di restituire cure adeguate, né buon governo della convivenza, invece hanno fornito ottimi alibi per costruire solidi rapporti di potere. È vero anche che gli anni seguiti alle riforme, purtroppo, non sono stati all’altezza delle aspettative. Fatti salvi pochi centri di eccellenza e tante piccole iniziative lodevoli, nelle politiche generali di salute mentale in Italia si fatica a mettere al centro la persona sofferente, il suo sapere esperienziale, i suoi bisogni, un coinvolgimento attivo in percorsi di recovery. Diversi i motivi. Nel nostro Paese viene investito appena il 3% del Fondo sanitario nazionale in questo ambito, mentre in altri Paesi europei (Germania, Francia, Inghilterra) questa percentuale oscilla tra il 10 e il 15%. Ma c’è anche una questione culturale per cui dove prevale è il sapere dei medici rispetto a quello degli utenti e dove le procedure standardizzate, quasi sempre appiattite verso il basso, vengono preferite a soluzione innovative, coinvolgenti, aperte e talvolta anche più convenienti da un punto di vista economico. Ancora alcuni numeri per comprendere meglio. I lavoratori nell’assistenza sociale sono in Italia 10 ogni 1000 abitanti contro i 22 dell’Europa. La questione culturale rimane centrale, anche per come si investono le risorse: ricordo che i sistemi di cura, soprattutto in salute mentale, sono costruzioni socio-culturali, non neutri apparati scientifici. In questo senso il testo di Milone pone dei rischi. L’arte e la conseguente tecnica a cui fa riferimento diventa una relazione di aiuto orientata esclusivamente all’impresa individuale. Un corpo a corpo con l’altro, una relazione a due esclusiva, che mette in azione una competenza che esclude l’appartenenza a un progetto collettivo e più complesso. Qui la questione della violenza diventa nodale, non perché si tratta di malattia mentale o di matti ma perché si tratta di persone e di relazioni. E la violenza trova spesso origine in una relazione ridotta a dimensione duale, che diventa cannibalica, dove io mangio te o tu mangi me, dove il terzo viene completamente estromesso. Il fine di quest’arte pertanto non può fermarsi alla contenzione, anche la psichiatria d’emergenza ha la necessità di recuperare un oltre. Per provarci bisogna uscire da un io che nella relazione con il tu rinuncia alla mediazione del noi. È attraverso la dimensione del noi che l’io può osservarsi da una prospettiva riflessa ed estranea. È in questa relazione a tre che si può allentare la violenza e riconquistare una visione di se stessi più estranea, diversa, che dia modo di sospendere convinzioni incistate, restituendo fiducia nel cambiamento, nel futuro.

Negli ultimi anni, con grande fatica, anche a Genova si è provato a riprendere un cammino in questo senso. Un cammino iniziato nato 2012 a seguito di un’imbarazzante vicenda. A seguito della vendita del Complesso dell’ex Ospedale Psichiatrico di Quarto, per liberarlo dai circa ottanta pazienti che vivevano lì, ASL3 procedeva con una gara al massimo ribasso, per lotti di venti. Questo succedeva nel quasi totale silenzio degli oltre cinquecento operatori impegnati nel Dipartimento. La reazione non tardò. Alcuni familiari fecero causa ad ASL3 per maltrattamenti e parallelamente si costituì un Coordinamento capace di manifestare indignazione e maturare un nuovo impegno civile su questo tema. Negli anni questo impegno ha maturato la costruzione di un Patto per la Salute Mentale, La città che cura, per ricostruire fiducia e tenere insieme una pluralità di protagonismo. Un cammino tutto in salita.

Ritorno infine sul libro, che invito a leggere. A mio avviso dalla narrazione emerge con forza anche la solitudine dell’autore. Questo è un sentimento che professionalmente condivido e sul quale credo sia importante tornare a riflettere collettivamente. In questo mestiere di grande esposizione al male e alla sofferenza emerge con prepotenza questa dimensione anche per l’operatore. Il dolore, la sofferenza psichica possono essere molto coinvolgenti e particolarmente contagiosi, e questo dovrebbe essere un ulteriore motivo per cercare di rimanere incardinati in una dimensione sociale e di lavoro di gruppo. Non solo la persona che esprime una sofferenza psichica va reinserita in una dimensione collettiva, ma anche l’operatore ha necessità di nutrirsene. Se si vuole pensare ad una relazione di aiuto come ad un’arte, anche nelle pratiche più estreme, come nella psichiatria d’urgenza, credo sia bene ricominciare a declinare una dimensione più vasta. Un’arte deve essere capace di dare un respiro nuovo. Spesso gli operatori si sentono soli o, ancora peggio, per non rischiare di sentirsi soli cercano di coinvolgersi il meno possibile. Se c’è un’arte di cui abbiamo bisogno, e che questo libro conferma quanto sia importante ricercare insieme, è quella del ricucire legami significativi per restituire fiducia ed efficacia all’impegno di tutti, pazienti e operatori. Questo legame può essere ricercato restituendo libertà alle persone: come afferma Anna Maria Ortese in Corpo Celeste, la libertà è «respiro universale, rollio inavvertibile e misterioso della vita».

Speriamo che il contributo di Paolo Milone vada in questa direzione.

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