Lettera a Vittorio Feltri
naufragio-migranti-messinis-002-1000x600Di Luigi Benevelli medico psichiatra.
Caro Direttore di «Libero», il suo quotidiano di oggi Venerdì 23 marzo ha titolato in prima pagina, a tutta pagina, “Accoglienza da pazzi- un richiedente asilo su due è matto da legare e va curato”. A seguire, le pagine 2 e 3 con i servizi “Richiedenti asilo- uno su due è matto e va curato”; “L’accoglienza è una roba da pazzi”; “Nei manicomi giudiziari (sic !!!) il 17% dei detenuti è straniero” e un reportage da Vicenza la cui Azienda Sanitaria avrebbe proposto un questionario per sapere quanti ospiti dei Centri di accoglienza avessero subito trattamenti sanitari obbligatori e soffrissero di disturbi legati al sesso, improvvisi atteggiamenti inconsulti ecc. ecc. Purtroppo non solo nei titoli, ma anche negli articoli si dispiega la narrazione di una grande pericolosità sociale e di comportamenti feroci a carico dei migranti. Si parla anche dell’arretratezza, se non della inesistenza di studi aggiornati sulla situazione assistenziale da parte dei servizi di salute mentale pubblici italiani; è citato solo lo studio di Medici senza Frontiere condotto nei Centri di accoglienza di Roma, Trapani e Milano. È del tutto evidente che i migranti che approdano sulle coste italiane dalla Libia sono persone a rischio molto elevato di grave sofferenza mentale per la pesantezza di traumi, eventi stressanti, violenze sessuali e non, maltrattamenti, umiliazioni, deprivazioni. Così come è evidente che la gran parte di loro declini e interpreti il proprio star male secondo i codici delle culture di appartenenza, diversi da quelli in uso da noi, comprese le culture scientifiche cui si ispirano i professionisti dei nostri servizi pubblici di salute mentale. Questo costituisce certamente un problema sia per le persone che stanno male che per quelle che se ne devono occupare per aiutarle. A fronte di tali difficoltà «Libero» usando il linguaggio del lessico manicomiale, lancia l’allarme di “bombe umane” di colore pronte ad aggredire e violentare, folli, inavvicinabili. Al di là di questa operazione a fomentare paura, diffidenza, odio razzista, si nota che non viene affrontato il nodo della questione: l’ignoranza delle culture psichiatriche italiane di fronte all’incontro con pazienti che arrivano da paesi non-europei. L’ignoranza si può superare studiando, parlando con le persone migranti, cercando di conoscerle e capirne le ragioni, andando a vedere cosa si fa in altri paesi europei. Ma all’ignoranza non si rimedia legando, “bombando” di psicofarmaci, chiudendo a chiave da qualche parte e in qualsiasi modo i migranti che stanno male, allontanandoli dalla nostra vista senza guardarli o lasciandoli affogare in mare. Un anno fa, nel marzo 2017, il Ministero della Salute ha licenziato le “ Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale compresi eventuali programmi di formazione e aggiornamento specifici rivolti al personale sanitario”. In esse si riconosce che i richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria (RTP) “sono una popolazione a elevato rischio di sviluppare sindromi psicopatologiche a causa della frequente incidenza di esperienze stressanti o propriamente traumatiche. Sono persone costrette ad abbandonare il proprio paese generalmente per sottrarsi a persecuzioni o al rischio concreto di subirne. Possono anche fuggire da contesti di violenza generalizzata determinati da guerre o conflitti civili nel proprio Paese di origine. Inoltre, durante il percorso migratorio, sono sovente esposti a pericoli e traumi aggiuntivi determinati dalla pericolosità di questi viaggi che si possono concretizzare in situazioni di sfruttamento, violenze e aggressioni di varia natura compresa quella sessuale, la malnutrizione, l’impossibilità di essere curati, l’umiliazione psicofisica, la detenzione e i respingimenti. Gli eventi traumatici che colpiscono i RTP determinano gravi conseguenze sulla loro salute fisica e psichica con ripercussioni sul benessere individuale e sociale dei familiari e della collettività.
Cosa hanno fatto in questo anno le nostre Regioni, che sono le responsabili dei servizi sanitari, anche quelle che si dicono piene di “eccellenze”; cosa hanno fatto le Università, che sono titolari della formazione, anche quelle che tengono i corsi e gli esami in inglese? Credo che abbia proprio ragione l’etnopsichiatra italiano Roberto Beneduce, quando a proposito della situazione italiana afferma che “la situazione migratoria rimanda decisamente ai nodi irrisolti della situazione coloniale” .
Luigi Benevelli
medico psichiatra
Mantova, 23 marzo 2018
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