Lettera aperta agli psichiatri che hanno inviato una lettera aperta alla ministra Lorenzin
(foto gentilmente concessa da Andrea Canzi)

(foto gentilmente concessa da Andrea Canzi)

di Roberto Morsucci (*).

Dopo che tanti eminenti scienziati hanno detto la loro sull’abolizione degli OPG, noi, familiari di persone che attraversano un periodo di disagio psichico, vorremmo dire la nostra. Modestamente, coscienti dei nostri limiti culturali, emotivi e di conoscenze tecnico-scientifiche sull’argomento. Vediamo gli illustri scienziati discettare su termini quali “InfermitĂ  Mentale”, “Disturbo Psichiatrico”, “Sofferente Mentale”. Solo per inciso, quando si confrontano dei termini sarebbe bene che fossero uniformi: se i primi due sono sostantivi è bene che lo sia anche il terzo e quindi si parli di “sofferenza” non di “sofferente”. La grammatica elementare ve ne sarebbe grata. E poi, via, state scrivendo ad un ministro della repubblica, un po’ di rispetto istituzionale non guasterebbe.

Non ci sogneremmo mai di parlare di termini tecnici così difficili, siamo gente semplice. C’è un concetto sul quale vorremmo dire la nostra, così, da semplici cittadini: è quello di pericolosità sociale.

Secondo voi il vostro collega Karadzic è stato o no socialmente pericoloso? E i vostri colleghi, tedeschi e non necessariamente nazisti, che hanno collaborato coscienziosamente al programma T4 (parliamo di 2/300.000 tedeschi disabili eliminati o, per meglio dire, uccisi) erano o non erano socialmente pericolosi?

E, ancora, i vostri colleghi che non rilasciano la ricevuta fiscale su parcelle elevatissime, sono anch’essi socialmente pericolosi?

Nella nostra semplicitĂ  noi crediamo che un individuo socialmente pericoloso debba andare in prigione o, se ricco e potente, affidato ai servizi sociali.

Non crediamo certo che qualcuno di voi potrebbe proporre di “curare” un collega che fosse riconosciuto colpevole di evasione fiscale. Cosa gli dareste una pasticca di Onestin da 10 mg ed una fiala di Sensocivic da 40 ml? Oltretutto, un comportamento del genere presupporrebbe un sistema sociale corporativo, assolutamente estraneo alla realtà italiana.

Vi chiediamo scusa per esserci presi gioco di voi. Bonariamente s’intende. Altrimenti avremmo dovuto parlare di quelli fra voi che fanno il doppio o il triplo lavoro: la mattina in clinica privata e il pomeriggio in ospedale (anche perché vi dovrete riposare, prima o poi).

Ciò che ci preme veramente sottolineare è come la pericolosità sociale appartenga a tutte le categorie di persone e, non particolarmente, a quella della sofferenza psichica. Possiamo forse avere l’ardire di suggerire che la bora ha un effetto terapeutico sui nostri familiari? Altrimenti non si spiegherebbe perché non ci sia alcun triestino negli OPG. Ad ogni effetto una causa e la bora la si potrebbe configurare come una sorta di elettroshock eolico.

Va bene, basta con gli scherzi. Quest’ultima domanda è seria. Qualcuno di voi può onestamente affermare che esistano legami logici (non statistici) tra la pericolosità sociale e il disturbo psichiatrico o la sofferenza mentale?

Diciamo appositamente non statistici perché è scientificamente molto difficile approntare una statistica seria quando le categorie da porsi in relazione sono così indeterminate. Si dovrebbero collegare infatti persone con disturbo psichiatrico (tutti o solo quelli con alcune patologie?) al numero di reati commessi. E anche in questo caso parliamo di tutti i reati o solo di alcuni?

Pensateci bene: sarebbe un pasticcio terribile con una limitatissima validitĂ  dal punto di vista scientifico. O, se permettete, euristico.

Ma se non c’è un legame, quantomeno logico, tra pericolosità sociale e salute mentale a cosa servono gli OPG? Se non servono, e se sono luoghi disumani, vanno aboliti. E voi, illustrissimi cattedratici, pare di capire che siate d’accordo.

Solo che non volete occuparvi delle persone che sono rinchiuse in quei luoghi. E chi potrebbe darvi torto? GiĂ  siete oberati da tanti pazienti che non riuscite a gestire, figuriamoci se ve ne aggiungono altri con tutti quei problemi causati da anni di detenzione. Inoltre sono persone che hanno giĂ  commesso crimini violenti e che, quindi, sono potenzialmente pericolosi. Per gli operatori dei Centri e anche per gli altri pazienti. E, forse, anche per voi, se disgraziatamente doveste venirne a contatto.

Ma benedetti psichiatri quale bisogno c’era di scomodare la scienza, l’autorevolezza di titoli altisonanti per dire una cosa così semplice. Avremmo capito meglio se ci aveste detto, con semplicità, che avete paura e che non volete ulteriori scocciature.

Chiaro, semplice, un pochino banale ma come darvi torto?

Oltretutto ci sarebbe anche il particolare che quei pazienti non li potreste dirottare alle vostre costose critiche private e, dove non c’è guadagno, c’è remissione.

Ma ora sarebbe il caso di smetterla di parlare di questioni tecnico-scientifiche della scienza medica (di cui capiamo ben poco) e di parlare di filosofia della scienza. E’ vero: non siamo tutti scienziati (ma qualcuno sì) però alcuni di noi le scuole serali le ha pur fatte e anche lì si rischia di imparare qualcosa. Vorremmo porvi una domandina semplice, semplice: “la medicina è o non è una scienza?” A questa domanda i filosofi non danno una risposta univoca. Non sono pochi ad affermare che la medicina è una prassi, o meglio una serie di pratiche, che si possono avvalere o meno dell’apporto di altri ambiti di studio che certamente possiamo definire scienze come la biologia, la chimica o la matematica.

Voi ci direte: cosa c’entra tutto questo con gli OPG? Abbiate pazienza e ci arriviamo. Non possediamo mica la vostra mirabile capacità di sintesi.

Perché affermiamo che la medicina non è una scienza in sé? Perche quando un medico, anche voi in questo caso, fa una qualunque affermazione, per renderla scientifica deve necessariamente far ricorso ad un’altra scienza.

Non basta dire che una terapia funzioni per essere uno scienziato. Bisogna spiegare perché funziona e appellarsi alla biologia o alla chimica.

Non sono pochi quelli tra voi che credono che l’elettroshock funzioni. Ma se vi si chiede come funzioni, nessuno va più in là di ipotesi fumose che di scientifico non hanno nulla.

Cosa c’entra? Direte voi. C’entra perché nessuno può dire con sicurezza quali siano gli effetti collaterali delle terapie che somministrate ai vostri pazienti se non siano passati un certo numero di anni. Questo perché voi avete somministrato una terapia senza conoscerne il funzionamento. Non c’è nulla di scientifico nell’affermare che una terapia funzioni o meno.

Fossi in voi andrei cauto nell’autodefinirvi scienziati perché a stretto rigor di logica non è così.

Intendiamoci: è un bene che non sia così, altrimenti i medici nazisti che hanno condotto i loro esperimenti nei lager sarebbero i più grandi scienziati medici di questo secolo.

Questo però significa anche un’altra cosa: che non vi potete permettere di non dubitare delle vostre convinzioni. Non certo quando fate il vostro mestiere, ché in quel caso sarebbe nefasto ma quando fate delle affermazioni che riguardano la “salute” di una nazione.

Parlare di evidenze scientifiche, come voi spesso fate, è un non senso logico: le evidenze sono tali e non hanno nulla di scientifico. Parlate piuttosto di probabilità statistiche, è una diminutio del vostro status siamo d’accordo, ma almeno è più corretto.

Infine diamo uno sguardo alla storia. Capita che qualcuno di noi, almeno un poco, la conosca. I grandi cambiamenti nella storia avvengono per strappi, per rivoluzioni, per balzi in avanti. Nessun cambiamento è mai avvenuto con gradualità. Così è avvenuto anche per la legge 180. Se si fosse chiesto il parere a voi, stavamo ancora a parlare del sesso degli angeli. Nei manicomi, naturalmente. Ché quelli sarebbero ancora aperti e funzionanti. Si è trattato di una riforma imposta dall’alto e subita dalla maggior parte degli operatori del settore. Fa ridere l’affermazione fatta da uno di voi secondo il quale gli psichiatri italiani hanno portato avanti la 180. La maggior parte di voi l’ha osteggiata e sabotata per almeno vent’anni. Tanto che si è resa necessaria un’altra legge che minacciasse di ridurre i finanziamenti a quelle Regioni che non dessero immediata attuazione alla chiusura dei manicomi, per farli chiudere veramente.

I grandi cambiamenti non avvengono mai per gradi. Ce l’ha insegnato lo stesso Basaglia. Nessuna istituzione può riformare se stessa. Bisogna intervenire con decisione, altrimenti gli apparati, le corporazioni, i poteri reali prendono il sopravvento con intenti restaurativi.

Gli OPG riguardano poche centinaia di persone. Fate finta, almeno questa volta, di accettare la volontà sovrana del Parlamento. Nessuno afferma che sia una cosa facile, sarebbe da incoscienti il solo pensarlo. Però ci sono delle risorse economiche a disposizione delle Regioni. Battetevi perché quei soldi siano spesi bene. Su questo avete non il diritto ma il dovere di dire la vostra. Battetevi perché quei soldi siano spesi bene e vedrete che i familiari saranno con voi. Perché forse non saremo tutti scienziati (ma qualcuno sì) però il buon senso ce l’abbiamo. E sappiamo che in fondo molti di voi sono brave persone che hanno a cuore l’interesse dei nostri cari.

P. S.: Un’ultima questione riguardante un’osservazione fatta da uno di voi che ho letto sul Forum. Parlava del famoso intervento di Umberto Eco nel quale il professore aveva dato dello schizofrenico a Berlusconi e nessuno l’aveva ripreso. Ha ragione naturalmente: Umberto Eco ha fatto una cosa riprovevole. Ma ha torto pensando che nessuno abbia detto nulla. Gli è stata inviata una lettera nella quale gli è stato fatto presente quanto male ha fatto ai nostri familiari essere accomunati ad un tale mascalzone. Naturalmente questa lettera è partita da Trieste, per la precisione dall’associazione “Articolo 32”. Ma a Trieste, come ormai tutti sanno, c’è la bora.

(*)Presidente Associazione Famigliari “Noi insieme” – aderente all’UNaSaM

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Un Commento a “Lettera aperta agli psichiatri che hanno inviato una lettera aperta alla ministra Lorenzin”

  1. NON LUOGO A PROCEDERE

    Mi piacerebbe avere la magica penna di Emile Zola per scrivere un je accuse da parte di chi lavora in trincea, e non un banale laptop con cui esprimere l’amarezza di un operatore stanco e incattivito.
    Forse martedi 27, giorno degli stipendi, verrĂ  varato un decreto sugli OPG dove, ancora forse spero, l’unica non fumositĂ  sarĂ  il quasi decidere quando finirĂ  la vergogna di queste strutture, con piĂą di 35 anni di ritardo.
    E poi tutto il resto sarĂ  ancora da definire.
    In questi due ultimi anni ho partecipato a diversi corsi istituzionali sul problema: si è parlato di molti aspetti, dalle leggi alla posizione di garanzia ai disturbi di personalità alle comorbilità con gli abusi di sostanze. Con un limite pesante: che molto spesso, troppo spesso, chi ne parlava aveva una conoscenza superficiale di quanto avviene negli ambiti di lavoro dove il sanitario collabora con il giudiziario.
    Aspetto inquietante questo, che giĂ  due anni fa mi faceva presente Antonino Calogero, allora Direttore di Castiglione delle Stiviere: non disperdiamo le competenze di chi ha sempre lavorato in questi ambiti.
    Mi piacerebbe che si tenesse in conto un aspetto non secondario, che chi lavora in carcere ben conosce: che esiste un «luogo» in queste strutture che è un punto nodale, forse addirittura il principale, dove inizia la definizione del ruolo di «reo folle».
    Un luogo, un campo in realtà indefinito che viene chiamato eufemisticamente «infermeria», ma che in realtà è un non luogo, una finzione.
    Luogo che nulla ha di sanitario, se non la presenza di una specie di ambulatorio porto di mare all’interno di una normale sezione carceraria: e dove va bene, con un giaciglio, piĂą che un letto, dotato di cesso (non di servizi igienici!) per il medico di guardia.
    Volendo trovare una definizione in positivo di questo non luogo, mi viene da parafrasare Montesquieu: il porto franco, dove si esercita una giustizia dolce, in grado di attirare flotte di persone per sottrarsi da terrore e persecuzioni. Il che non è certo un bene, ne per la giustizia ne tantomeno per la sanità.
    Mi viene facile il parallelo di quando, a militare, ero addetto come assistente di sanitĂ  all’infermeria della caserma: luogo di imboscati, sia per chi ne usufruiva che per chi ci lavorava, e dove la prima valutazione diagnostica che veniva richiesta da parte dell’ufficiale medico era se i presunti pazienti fossero o meno lavativi.
    In questo non luogo passa tutto ciò che è conflittuale, e incombe la richiesta della diagnosi psichiatrica e della terapia contentiva che psichiatrizza il detenuto.
    E da questo non luogo si intessono le perizie e valutazioni di incapacitĂ  e pericolositĂ , indipendentemente da quanto fino a quel momento ha visto ed agito lo psichiatra.
    In questo non luogo molti di noi si trovano, in solitudine, a tentare una empirica formazione sul campo dei colleghi medici penitenziari, degli infermieri, delle guardie.
    In questo non luogo ci si trova quotidianamente in solitudine a farsi carico del malessere. oltre che dei detenuti, dei colleghi, degli infermieri, delle guardie.
    Che ci azzecca questo, mi direte, con la psichiatria? Per saperlo basta esserci dentro, perchè nessun altro se ne fa carico: anche solo per sapere cosa vuol dire, quando vai a bere un caffè al bar del carcere, sentirsi quotidianamente piangere sulla spalla da qualche guardia che consola il suo malessere con qualche digestivo di troppo e ti chiede un certificato di malattia.
    Per poi trovarsi, come sta accadendo nel carcere dove lavoro, fortunatamente non a tempo pieno come i colleghi della medicina penitenziaria, a sapere che gli infermieri verranno appaltati da parte dell’azienda ad un’altra cooperativa, piĂą economica: dopo essere riusciti per due anni a mettere in piedi un minimo di corso di formazione sul campo per cercare di lavorare con una equipe un minimo esperta sulla difficile relazione con il detenuto: e questo lasciando perdere, certo non competenza nostra, di trovarci a piangere sulla spalla gli infermieri rimasti a spasso dalla sera alla mattina.
    Ecco, dentro a questo campo di solitudine in cui gli operatori sono abbandonati, mi piacerebbe che chi firma appelli, societĂ  scientifiche, societĂ  italiana di psichiatria, direttori di dipartimento, facesse i conti con la miseria che si continua a fingere di ignorare ma piĂą che conosciuta.
    Questo è quanto abbiamo a disposizione, e se non ne parliamo ogni soluzione non farà altro che perpetuare queste modalità di lavoro.
    So benissimo che la mia non è una critica costruttiva, è un je accuse senza la penna di Zola.
    Se sono l’unico a pensarla così, ditemelo che vedrò di prepensionarmi, ma se non sono l’unico fatemi sapere chi sono gli altri perchè forse è bene che anche noi alziamo i toni.
    E se qualcuno è capace di evocare i defunti, chieda a Basaglia cosa intendeva quando diceva che la psichiatria è politica perchè si occupa di sociale.

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