Lettera aperta dell’Unasam

unasam_logoAlla Ministra alla Salute Beatrice Lorenzin, Ai Presidenti delle Regioni, agli Assessori Regionali alla Salute, Al Presidente della Conferenza delle Regioni, Al Presidente del Comitato Nazionale di Bioetica, Alla Presidente della Commissione Sanità del Senato, Al Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, Al Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera

La Direzione Nazionale dell’Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale (U.N.A.SA.M), riunita a Bologna in data 15 ottobre 2016, denuncia il grave stato di crisi in cui versano la stragrande maggioranza dei servizi territoriali di Salute Mentale in Italia.

E’ stata analizzata la situazione nelle diverse Regioni d’Italia e il quadro che ne è emerso è disastroso e crea allarme e preoccupazione nelle migliaia di famiglie rappresentate dall’UNASAM e negli stessi operatori dei servizi:

  • Servizi di salute mentale con piante organiche ridotte del 50% (come denunciato anche dalla SIP e dalla SIEP), e con l’assenza di tutte le figure professionali previste dal Progetto Obiettivo Nazionale Salute Mentale tutt’ora in vigore;
  • Servizi non in grado di attuare adeguata e puntuale presa in carico, ridotti ad ambulatori psichiatrici che intervengono prevalentemente sulle urgenze con farmaci e T.S.O.
  • Servizi impossibilitati, in tali condizioni, a garantire progetti terapeutici riabilitativi individuali, con il coinvolgimento attivo e responsabile degli utenti e loro familiari, orientati alla ripresa e all’emancipazione sociale
  • Centri di Salute Mentale, per la maggioranza, aperti soltanto alcune ore al giorno, o qualche giorno o ora alla settimana
  • Centri di Salute Mentale che vengono accorpati privando il territorio di risorse socio-sanitarie fondamentali per la salute dei cittadini, la presa in carico e gli interventi riabilitativi
  • Dipartimenti di Salute Mentale sempre più accorpamento burocratico di unità operative, piuttosto che sistema organizzato di servizi riferiti ad un determinato territorio come previsto dal Progetto Obiettivo Nazionale Salute Mentale; causando perdita, dispersione e frammentazione delle responsabilità delle unità operative e dello stesso Dipartimento.
  • Assenza di una reale integrazione socio-sanitaria come previsto dalle norme vigenti con il coinvolgimento degli Enti Locali.
  • Difficoltà a garantire percorsi emancipativi che diano risposte in termini di lavoro, casa, relazioni sociali ed affettive; aggravando il carico familiare emotivo ed economico, costringendo gli stessi ad assumere in particolare l’onere delle spese di residenzialità, e di percorsi terapeutici con professionisti privati o in regime di intramoenia.

La Direzione Nazionale dell’UNASAM, denuncia inoltre la grave involuzione culturale che tale situazione di gravità sta determinando nella maggior parte dei servizi, con la ripresa e la legittimazione di pratiche coercitive e istituzionalizzanti:

  • Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura che praticano la contenzione, hanno le porte chiuse, la guardia giurata, la videosorveglianza, e con l’assenza di qualunque percorso realmente riabilitativo;
  • Aumento del ricorso a strutture residenziali accreditate e non, con caratteristiche di chiusura e limitazione delle libertà e diritti personali, con tendenza al progressivo prolungamento della permanenza;
  • Eccessivo ricorso ai ricoveri nelle Cliniche Private e nelle grandi istituzioni totali.

La Direzione Nazionale, denuncia inoltre l’assenza di un piano strategico sulla formazione continua degli operatori dei servizi e nelle Università, orientata alla Salute Mentale di Comunità.

La Direzione Nazionale, esprime viva preoccupazione per l’uso distorto delle REMS e per il mancato trasferimento delle risorse finanziarie (derivanti dalla Legge 9/2012 e Legge 81/2014) ai Dipartimenti di Salute Mentale, per i progetti terapeutici riabilitativi Individuali per i dimessi dagli OPG e per il potenziamento dei servizi territoriali del Dipartimento.

La Direzione Nazionale, esprime inoltre la propria contrarietà a qualunque proposta di legge sulla salute mentale, ritenendo sufficienti tutte le norme legislative attualmente in essere e le Raccomandazioni dell’O.M.S. e della Comunità Europea (Legge 180/78, Legge 833/78, Progetti Obiettivo Nazionali Salute Mentale, Piano d’Azione Europeo e Piano d’Azione dell’O.M.S. 2013/2020, Convenzione O.N.U. sui Diritti delle Persone con Disabilità), che vanno applicate e rispettate su tutto il territorio nazionale.

La Direzione Nazionale dell’UNASAM, invita il Ministro alla Sanità, i Presidenti delle Regioni, gli Assessori Regionali alla Salute, ad assumere un rinnovato e urgente impegno sulla questione “Salute Mentale” che costituisce una delle emergenze prioritarie nel nostro Paese. Rimettendo al centro dell’intervento pubblico la persona umana con la complessità dei bisogni che esprime nella sua condizione di sofferenza, a partire dalle situazioni di maggiore gravità e complessità.

La Direzione Nazionale dell’UNASAM, chiede che con ogni urgenza vengano assunte le seguenti iniziative:

  • La Convocazione urgente della seconda Conferenza Nazionale sulla Salute Mentale che

dal 2001 non è stata più convocata;

  • La ricostituzione della Commissione Nazionale Salute Mentale, presso il Ministero della Salute, che non viene convocata dal 2008;
  • Una disposizione Ministeriale che obblighi le Regioni al rispetto e alla piena applicazione della Legge 180/78, della Legge 833/78, della Legge 9/2012, della Legge 81/2014, della Legge 328/2000, del DPR 7.04.1994 – 1° Progetto Obiettivo Nazionale Salute Mentale 1994-1996, DPR 01.01.1999 – 2° Progetto Obiettivo Nazionale Salute Mentale, del Piano d’Azione 2013/2020 dell’Europa e dell’O.M.S., della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità.

Il non rispetto delle norme di cui sopra ha determinato grave pregiudizio alla salute di migliaia di cittadine e cittadini italiani, determinando cronicità e grave danno alle famiglie e all’intera comunità.

La Direzione Nazionale dell’UNASAM, resta in attesa di una risposta urgente da parte delle SS.LL. in indirizzo, riservandosi ulteriori azioni a tutela della salute e dei diritti umani dei propri associati.

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Un Commento a “Lettera aperta dell’Unasam”

  1. Sono molto d’accordo con la richiesta di UNASAM che si dia vita ad una II Conferenza nazionale per la salute mentale e che la stessa sia punto di arrivo di un lavoro severo, serio, approfondito sullo stato dell’assistenza psichiatrica italiana: il trattamento dei pazienti nei servizi deve ridiventare una questione generale, conquistare l’attenzione, il rispetto e l’impegno della politica e delle istituzioni a livello nazionale ed anche europeo. La norma del 1978 ha definito l’attuale assetto istituzionale della psichiatria italiana conferendole un esplicito mandato, rigorosamente sanitario: prevenire, curare, riabilitare. Ma esiste, non lo dimentichiamo, un mandato implicito, inespresso, sempre pesantemente presente, che attiene piuttosto alla domanda di controllo sociale. Di qui la necessità di mettere a fuoco la questione del cosa devono sapere e saper fare i professionisti che operano nelle istituzioni della salute mentale, di concentrare l’attenzione sulla qualità della formazione degli operatori.
    a) In Italia la riforma dell’assistenza psichiatrica è stata portata avanti da un movimento di psichiatri e altri operatori sanitari che lavoravano nei manicomi pubblici, insieme a famiglie e ad associazioni di famiglie; a differenza di quanto accaduto nei paesi anglosassoni e nell’Europa continentale, pazienti/utenti singoli e organizzati vi hanno avuto una presenza e un ruolo marginali. Questo ha significato, e continua ancora a significare, che le opinioni personali dei medici psichiatri , le pratiche che ne conseguono, le scelte da loro adottate nelle singole situazioni date, hanno un peso incomparabile rispetto a quelle di tutti gli altri attori della “scena” psichiatrica.
    b) Nella stagione della de-istituzionalizzazione, la seconda metà del secolo scorso, la formazione degli operatori avveniva nei luoghi di lavoro, si apprendeva nelle pratiche dei gruppi; oggi invece la formazione avviene principalmente nelle Università nelle quali prevalgono le culture di una “fascinazione neo-scientista e psicofarmacologica ad oltranza” (Giacanelli); spesso vi si fa riferimento a modelli scientifici ed a scelte culturali di orientamento solo clinico o psicologico; il più delle volte risultano riproduzioni di modelli estranei alla realtà in cui operano i servizi.
    c) Le scuole di formazione pubbliche sono sottodimensionate: il numero di psichiatri specializzati disponibili sul mercato, ma anche di tecnici della riabilitazione e di infermieri professionali e di educatori, è sicuramente inferiore a quanto appare necessario per un buon funzionamento dei servizi. E la qualità dei percorsi formativi è troppo spesso inadeguata perché non tiene conto delle norme vigenti, del dibattito a livello dell’OMS ed europeo, delle indicazioni del Comitato nazionale per la Bioetica, della Conferenza Stato-Regioni.
    d) Prima, appena laureati o diplomati, si cominciava a lavorare subito nei servizi manicomiali e non; da tempo, per i giovani laureati trovare occupazione è diventato più difficile; il lavoro è spesso precario e nelle Aziende sanitarie, fortemente gerarchizzate alle dipendenze di manager ( a loro volta rigidamente subordinati agli amministratori regionali che li hanno nominati) non è garantita la libertà di parola e spesso nemmeno di pensiero. E la torsione che sta assumendo l’articolazione del Ssn, Regione per Regione, porta alla costituzioni di Aziende sanitarie di grandi dimensioni sovra provinciali, nelle quali la dimensione e la voce della “rappresentanza politica” delle comunità locali finiscono con lo sparire in nome dell’efficienza e del controllo di gestioni sempre più centralizzate.
    Così, psichiatri, infermieri ed educatori professionali, ciascuno con la propria storia personali e i propri retroterra culturali, non hanno trovato, talvolta non hanno nemmeno cercato, ambiti più ampi di stimolo, confronto e verifica del proprio lavoro. Da qui ha origine, a mio avviso, una delle cause principali del tratto della frammentazione dell’esperienza italiana, da cui la caratterizzazione “a macchia di leopardo” del grado di implementazione dei percorsi a garantire un servizio pubblico di salute mentale degno di questo nome.
    E come dimostra l’azione in corso per “riuscire a fare a meno dell’opg”, il raggiungimento pieno dell’obbiettivo si ottiene se cambiano culture professionali, se si mettono in discussione e si riformano, anche qui, culture e prassi giuridiche.
    Per tali ragioni è necessario:
    • porsi l’obbiettivo di costruire e far conoscere percorsi ispirati alle culture della salute mentale e della recovery, dare una svolta alla formazione dei professionisti, criticare lo strapotere del “modello medico”;
    • restituire centralità alla dimensione comunitaria, “locale” nel lavoro per la salute mentale, senza cadere nei localismi cui paiono ispirarsi recenti iniziative di “riforma della riforma” ;
    • interpellare l’Istituto Superiore di Sanità, le associazioni professionali e scientifiche di psichiatri, infermieri, assistenti sociali, psicologi, educatori professionali, degli operatori che si occupano delle dipendenze e delle disabilità mentali;
    • portare a termine una indagine nazionale sui protocolli in uso a regolamentare le contenzioni nei servizi di psichiatria;
    • interpellare avvocati, magistrati e le loro organizzazioni professionali nella discussione sulle norme del Codice Rocco in tema di imputabilità e diritto al processo dei pazienti con diagnosi psichiatrica autori di reato.
    In conclusione, ritengo necessario, urgente cogliere l’occasione della richiesta II Conferenza nazionale per la salute mentale per garantire una formazione professionale di base e permanente di facile accesso, per verificare che cosa si insegna nelle Università, come si trasmette cosa bisogna sapere fare , come consentire destini di vita diversi dalla coartazione, dall’abbandono nella lungodegenza per ciascuna delle migliaia di persone che, anche dopo la chiusura dei manicomi pubblici, continuano a subire trattamenti di tipo manicomiale. Questo nella convinzione che un tale lavoro può dare solide basi ai servizi, consentire la bontà degli esiti degli investimenti di risorse nella sanità pubblica, della scelta di direzioni delle Aziende Sanitarie all’altezza della sfida, e di amministratori locali impegnati a garantire benessere alle loro comunità con il sostegno all’associazionismo delle famiglie e degli utenti.
    Alcune esperienze italiane dimostrano che si può: garantendo una buona qualità dell’accoglienza, ponendo attenzione alla qualità della vita quotidiana, riconoscendo alle persone dignità. responsabilità e potere, tutto quanto è stato nel precedente tempo di vita espropriato a seguito della stigmatizzazione della condizione di “sofferente mentale”.
    Da ultimo, e non per ultimo, i servizi di salute mentale si devono sempre più misurare con il lavoro di tutela della salute mentale delle persone detenute nelle carceri e delle persone immigrate in Italia che portano con sé concezioni e interpretazione del disturbo mentale appartenenti a molte culture non –europee. È una sfida inedita alla quale il nostro sistema formativo appare del tutto inadeguato, una sfida che mostra fra l’altro, se ce n’era bisogno, la inconsistenza delle pretese “universalistiche” dei modelli biomedici occidentali e che dovrebbe obbligarci a riconoscere le nostre ignoranze, a rivedere i percorsi e integrare le nostre conoscenze con nuovi approcci e saperi: per un lavoro competente, utile, aggiornato.

    Luigi Benevelli

    Mantova, 26 ottobre 2016

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