Libertà/cura: il paradosso dell’epoca della pandemia. E io il virus me lo sono presa

antoine-dagata[Photograph by Antoine d'Agata]

di Paola Grifo, psicologa, psicoanalista 
Membro del Forum Psicoanalitico Lacaniano in Italia – FLaI

Sono stata invitata ieri, 26 aprile, a un incontro via web, quelle cose che vanno di moda in questo periodo di isolamento fra chi prima lavorava con il pensiero, i cosiddetti intellettuali, categoria che oggi suona quasi come un velato insulto, e che include scrittori, sociologi, professori, artisti, professionisti vari. Si doveva discutere di libertà, ed eravamo alla vigilia della tanto attesa fase 2.

L’incontro è stato lungo, io non avevo preparato un intervento, ma solo alcune suggestioni sul rapporto tra libertà, cura e potere, poi non c’è stato tempo di esporle, quindi le ho lasciate sedimentare e ho deciso di provare oggi a metterle per iscritto, cosa che di solito mi facilita la sistematizzazione. Scrivo anche sull’onda dello sconcerto e – sì, lo ammetto – della profonda ribellione che mi ha suscitato una prima lettura del nuovo decreto, che prevede le nuove disposizioni in vigore dal 4 maggio.

Ulteriore premessa, per sgomberare il campo dalla visione faziosa per cui pare che esistano o quelli che credono che dobbiamo fare di tutto, ma proprio di tutto, per evitare il rischio di morte che il virus implica, o quelli che ne minimizzano la portata: io il virus me lo sono preso, è stata un’esperienza brutta, molto brutta, anche se fortunatamente non sono finita in ospedale e sono ancora qui a raccontarla. Vivo a Milano e lavoro a Bergamo, in una struttura sanitaria (salute mentale), quindi so bene cosa è successo in queste aree, la devastazione sociale, sanitaria e personale di tanti, nonché l’inumana fatica e sofferenza dei colleghi ospedalieri. Sono stata dunque una sfegatata fautrice di zone rosse (purtroppo non fatte, grazie a Confindustria e ai nostri vertici regionali) e di un lockdown serio, nelle prime settimane.

Ma oggi si impone una riflessione che vada al di là dell’emergenza, no?

In estrema sintesi, il nostro sistema politico ci sta dicendo: rinunciate ad alcune libertà in cambio della possibilità di essere curati da questo virus, così aggressivo e pericoloso. La segregazione, la privazione di libertà individuali avrebbero come contrappeso, sull’altro piatto della bilancia, il potersi prendere cura delle fragilità.

Una prima suggestione sul tema della segregazione, quanto mai all’ordine del giorno: Basaglia, e prima Foucault e Sartre, indicano come la segregazione avvenga sulla base di una strategica alleanza fra sapere e potere. L’uso politico-ideologico dell’apparato di sapere scientifico è, per Basaglia, alla base della segregazione manicomiale, ma credo che – per estensione – non si possa non notare come questo dispositivo sia alla base anche della nostra attuale segregazione, all’interno delle nostre case, o al massimo, nella cosiddetta fase 2, all’interno dei nostri luoghi di lavoro.

Mi si potrà obiettare: è la scienza che ce lo impone! Certo, ma sottolineo che la scienza, da sola, cura i corpi. Ricordava ieri, nell’incontro a cui accennavo all’inizio, il professor Riccardo Manzetti, docente di filosofia teoretica, che la libertà è attributo della persona, non del corpo, e che l’attualità ci vede ormai ridotti a corpi. Jacques Lacan sottolinea, a buon proposito, come il sentimento dell’angoscia sorga nel soggetto quando si sente ridotto a corpo, perché il soggetto non è corpo, ma ha un corpo…e credo che il sentimento di angoscia sia pervasivo, nella popolazione, in questo periodo. Sempre Lacan afferma come una certa degenerazione scientista del discorso scientifico determini inevitabilmente una de-soggettivazione della cura, perché una scienza fatta di protocolli e standard ha sempre una pretesa universalizzante, per cui la pura tecnica, e il potere che ne deriva, arriva ad annullare il valore dell’esperienza soggettiva, particolare. È invero un pericoloso connubio quello fra la tecnoscienza e quello che Lacan negli anni ‘70, con incredibile capacità previsionale trattandosi di quasi cinquanta anni fa, definì il discorso del capitalista, cioè il tipo di meccanismo discorsivo dominante nella società post-industriale, tratteggiandone i rischi segregativi e i connotati totalitari. In questo sistema discorsivo chiuso, senza resto, che disgrega ogni legame sociale, autoalimentandosi in una spirale senza resti, l’imperativo è il godimento illimitato di oggetti di consumo: i gadgets, oggetti che sembrano far brillare la felicità ma, ci mette in guardia Lacan, sono in realtà oggetti oblio che ci illudono che il desiderio possa essere completamente soddisfatto, ma in realtà sono oggetti niente, lichettes, fettine di godimento, come li definirà nel Seminario XVII. In questo assetto (pseudo-)discorsivo, la tecnica svolge un ruolo essenziale, con il proprio sapere pieno, che esclude l’eccentricità del singolo soggetto, definendo un uomo-automa che si relaziona a se stesso, che crea pseudo-legami non più rispetto alla sua soggettività, ma rispetto alla sua funzione (consumatore, paziente, lavoratore…).

Quando la scienza non ha come meccanismo moderatore una circolarità discorsiva, quella che dovrebbe garantirci anche una reale dialettica politica, il rischio di entrare in un tritacarne della soggettività in nome di ideali di salute pubblica è fortissimo, sia che si parli dei matti che Basaglia ha fatto uscire dai manicomi, sia dei vecchi, blindati in RSA, istituzioni che – in alcuni tristissimi casi dell’oggi – si sono trasformate in oscure anticamere della morte; sia, infine, che ci si riferisca a tutti noi, reclusi a casa, con i nostri moduli di autocertificazione in tasca, sempre mancanti della casella giusta da barrare, l’unica che ci servirebbe.

A questo punto, potrebbe insorgere qualcuno e liquidare le mie precedenti riflessioni come esercizi mentali da intellettuali gauchistes: «Noi dobbiamo prenderci cura della fragilità, e questo imperativo può implicare la rinuncia a qualche libertà, no?».
 Cura, libertà, fragilità. Parole che ricorrono nelle narrazioni di questi giorni. Proverò ad articolarle un po’.
Intanto, cosa intendiamo con la parola libertà? La libertà di…? O, piuttosto la libertà da…? Già solo una preposizione ci fa cambiare punto di vista. Di certo, la libertà è un concetto complesso, non è data per sempre, non è mai tutto o nulla, a volte serve rinunciare a un certo tipo di libertà per sostenerne un’altra, magari più nobile…dunque, la libertà non è qualcosa di assoluto, di universale, di uguale per tutti, ma richiede ogni volta un esercizio creativo, ci ricordava ancora il professor Manzetti nella videoconferenza di ieri. Chi ha letto i vari Dpcm, nei loro minuziosi elenchi del si può/non si può, potrebbe pensare che le task forces implicate nella loro stesura siano state alquanto creative, ma no, non è a questa creatività che mi riferisco, non è certo creatività inventare che si possono vedere i congiunti ma non gli amici o gli/le amanti, o si possa andare a fare il bagno in mare, ma solo se è entro 300 metri da casa, e guai se ne dobbiamo percorrere 400, o che siano più importanti i tabaccai delle librerie… L’esercizio creativo richiesto oggi, secondo me, è quello che ci costringe a ripensare la cura, e la libertà nella cura, includendo in questa cura il grande escluso, il soggetto, un soggetto responsabile. Ah, che parola abusata e mai realmente presa in considerazione da chi comanda, responsabilità. Ma ci torno più avanti, sulla responsabilità.

Si parla molto anche di fragilità, dicevamo. Ma anche qui, di quali fragilità parliamo? Chi ha stabilito le gerarchie? Chi ha stabilito che un malato di CoVid-19 abbia la priorità, in termini di fragilità, su – ad esempio – un malato psichiatrico, che ha di colpo perso le poche libertà conquistate a fatica nel suo percorso di recovery (ad esempio un tirocinio lavorativo, un’autonomia di spostamento sui mezzi pubblici, l’accesso a relazioni con altri in contesti extra familiari…e potrei continuare)? O rispetto ad un adolescente, che ha appena iniziato la sua avventura di crescita nel mondo, che vuol dire poter uscire da solo, avere un/a ragazzo/a, coltivare relazioni amicali, frequentare spazi aggregativi, non implodere sui social-network recludendosi in un ambiente familiare spesso claustrofilico…? O a una donna vittima di violenza intrafamiliare? O a un bambino che sta cominciando a muovere i primi passi separativi dall’ambiente materno grazie alle prime esperienze di socializzazione, alla scuola dell’infanzia, e il cui corpo pulsante ha bisogno di aria, movimento, gioco…? O anche rispetto a una persona anziana, sì, proprio a lei, il fragile CoVid per eccellenza, che magari non riesce a dar senso a una vita costellata di acciacchi e sopravvenute perdite che attraverso i pochi legami importanti: i nipotini, il figlio, l’amico con cui gioca a carte o a bocce, il barbiere, il giro per negozi…? L’elenco potrebbe continuare, perché le fragilità sono infinite. Di che cura parliamo? Come curiamo (come ci curiamo di) questi soggetti? E, aggiungo, perché non sembri che ho dimenticato la pericolosità del virus, come cureremo anche i prossimi malati CoVid? Lo chiedo, perché all’eventuale risalita di una delle famose curve di contagio, peraltro già prevista dopo la riapertura, pare che l’unica risposta delle autorità sia fate i bravi, perché se no richiudiamo tutto, come se solo nostra, di noi cittadini, capricciosi amanti dello spritz e del cazzeggio in compagnia, fosse la colpa del contagio.

Colpa, non responsabilità.
 Ecco, qui spacco in quattro un altro capello, perdonatemi, ma tanto, tempo ce n’è, durante la lunga convalescenza da Coronavirus.
 Sul piano etimologico, la parola colpa deriva dal greco Kello, spingere; spinta al mal fare, così come all’etimo germanico, Kalp, derivante a sua volta dal sanscrito, Kalpé, che sta per aggiustare, ma anche preparare… Il dizionario etimologico rimanda a un atto della volontà con cui l’uomo offende le leggi o la morale. Nel diritto, la colpa si distingue dal dolo perché la prima è un danno perpetrato, sì, ma per difetto di conoscenze o di prudenza. Dunque, giocando un po’ con le polisemie, l’uomo (anche per mancanza di conoscenza) è spinto a fare qualcosa di sbagliato, contro la legge imposta, e perciò il suo atto verrà sanzionato.

Il termine responsabilità deriva invece dal latino respònsus, participio passato del verbo re-spòndere, rispondere; cioè, in un significato filosofico generale, impegnarsi a rispondere, a qualcuno o a se stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. È un concetto molto trattato dalla filosofia, da Aristotele in poi. Il filosofo novecentesco Hans Jonas, teorico dell’Etica della responsabilità (1979), nell’elaborare il concetto di etica come qualcosa di orientato al futuro, da mettere in atto in nome della salvaguardia dell’essere e dell’umanità in un mondo minacciato dalla tecnica, formula una sorta di imperativo dell’etica della responsabilità che recita: Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana. Sono proprio gli attualissimi temi dell’ecologia e della bioetica, coì fortemente chiamati in causa dalla pandemia, i punti di mira di Jonas, che sostiene la necessità di applicare il principio di responsabilità a ogni gesto dell’uomo, il quale è chiamato a prendere in considerazione le conseguenze future delle sue scelte e dei suoi atti.

Dunque, in estrema sintesi, mentre il concetto di colpa ha a che fare con l’adeguarsi o meno dell’uomo nei confronti di una legge, di una morale stabilita, a cui è portato a trasgredire, anche in virtù della propria mancata conoscenza, la responsabilità rimanda a un impegno soggettivo a rispondere delle proprie scelte e dei loro effetti: Non il vitalismo bruto da legge della giungla, ma l’inclinazione di tenore ieratico a fare la propria parte (qui). Un’attitudine, quella della responsabilità, che è peraltro parte integrante della cura.

Dobbiamo sentirci responsabili perché il contagio non si diffonda, questo è il patto che dovrebbe stringersi fra lo Stato e ogni cittadino; pare invece che lo Stato possa vederci solo come potenziali colpevoli di trasgressione, a norme tanto minuziose quanto rigide. Confini sempre più invalicabili, sia di tipo simbolico, ad esempio fra tempo per il lavoro e tempo per sé, per i propri interessi e desideri, ma anche confini di tipo reale: l’instaurarsi di barriere fra regioni italiane che limitano la libera circolazione su un territorio. Se l’Altro-perturbante di ieri, terrorismo e immigrati, aveva di fatto quasi cancellato i trattati di Schengen e la libera circolazione europea, ecco che un Altro ancor più unheimlich, l’invisibile coronavirus, parassitandoci, cancella l’unità d’Italia, restituendoci nuovi e altrettanto invisibili confini fra aree divise per ragioni essenzialmente amministrative e che oggi sembrano diventate come le medievali dogane di Non ci resta che piangere, con l’indimenticabile Massimo Troisi: «Chi siete? Dove andate? Cosa portate? Ma quanti siete? Un fiorino!». Nuovi confini, sempre più rigidi. Sempre Basaglia ci ricorda come l’ispessimento paranoico del confine sia attributo fondamentale del pensiero e della realtà manicomiale…

Siamo dunque alla fase 2: se l’emergenza di marzo, con i vari Pronto Soccorso al collasso, le file di bare sui camion, i morti che crescevano esponenzialmente, avevano senz’altro necessitato di un’operazione estrema, di fermo, di sospensione delle libertà di tutti, per consentire al sistema di riorganizzarsi e di far fronte ad un problema sanitario molto serio, ora penso che dobbiamo tutti chiederci, e dobbiamo chiedere – forse anche pretendere? – qualcosa di più.

Ad esempio, chiedere che nessuno stabilisca d’imperio e per decreto le priorità dei nostri bisogni: perché non è davvero chiaro in base a quale criterio venga ritenuto prioritario lavorare in fabbrica o in ufficio, ma non incontrare il proprio partner se non stabile, (la prozia, però, sì! A parte l’arduo compito, per chi sarà incaricato di controllare, di verificare se una relazione è o meno stabile, questa enfasi sui congiunti pare far tornare in auge un certo familismo italico di cui francamente non si sentiva tanto la mancanza…) né prioritario parrebbe andare a casa di un amico, o con i bambini a fare un giro in campagna, o a passeggiare per le vie del centro… E perché il funerale con 15 persone, sì (per carità, sacrosanto!), ma lo spettacolo teatrale, se gli spettatori sono comunque 15, no? Gli artisti non sono lavoratori? …E così via.

«Sempre il solito disfattismo…tutti buoni a criticare, non si possono accontentare tutti…». Ecco la prevedibile eccezione, ed è giustificata, perché la situazione è complessa, e si fa presto a dire cosa non va bene, più difficile avanzare proposte concrete.

Una prima proposta concreta, che sento levarsi da più parti ormai e alla quale mi associo, è che si potrebbe fare un’operazione di maggior trasparenza sui numeri: malati, guariti, contagiati, dimessi, deceduti… Tutti sanno che, specie nella nostra martoriata regione, esiste un sommerso di malati non registrati; e di guariti che si sono per forza di cose autodefiniti tali perché sono passati 14 giorni dall’ultima febbre, ed escono, perché nessuno mai gli ha fatto un tampone e dunque sono liberi di infettare a destra e a manca, visto che è ormai verificato che si resta positivi e contagiosi per diverse settimane, a volte più di sei… Esiste anche un sommerso di morti in casa (o in RSA), lo hanno detto svariati Sindaci, e suppongo parlassero a ragion veduta, morti tra l’altro lasciati soli, spesso senza neppure le cure palliative, quindi in una condizione di grande sofferenza; e un sommerso di asintomatici, che però sono stati a contatto con positivi, e chissà che non siano contagiosi anche loro? Infine, non si sa neppure – di quella punta dell’iceberg di contagiati ufficiali – dove si trovino, e soprattutto dove origini la loro infezione: al lavoro? In ospedale? In RSA? Facendo jogging?

Perché i numeri servono, ma non devono essere i covoni di grano del Duce, che si spostavano dietro a lui in funzione dei vari cinegiornali Luce. Le decisioni strategiche, politiche – per la polis – si prendono a partire da dati seri, da indagini epidemiologiche che abbiano un valore statistico e rappresentativo, non da numeri aggiustati per incapacità, insipienza, o, peggio, per calcolo di opportunità politica, per non allarmare, o per non far fare brutta figura ai potenti di turno con evidenze numeriche poco rassicuranti.

In conseguenza di ciò, i cittadini dovrebbero poter pretendere una chiara e consistente azione di potenziamento della medicina territoriale. Ormai lo stanno ripetendo in tanti, e l’esperienza della Germania pare emblematica: la medicina territoriale, l’intervento sanitario precoce e preventivo, l’uno-per-uno che il medico di famiglia – supportato da uno staff multidisciplinare: infermiere, assistente sociale, etc. – potrebbe attivare con il proprio assistito, è un presidio indispensabile affinché questo virus, così contagioso, possa essere contenuto e non rischi di dilagare nuovamente, finendo di devastare una struttura sanitaria nazionale già in crisi strutturale prima del CoVid. A Milano, almeno due milioni di abitanti, a ieri mi pare che queste fantomatiche unità territoriali fossero sedici. Sedici. In due mesi, siamo arrivati a questo risultato, mi pare un po’ poco.

Giusto ieri, a un’anziana signora dell’hinterland metropolitano, che ha avuto a fine marzo polmonite e sintomi CoVid, gestiti a casa, e adesso ha solo una residua astenia, il medico di base ha detto che non potrà farle fare il tampone, ma sono passati 14 giorni, per cui esca pure tranquilla, che tanto è immune per sei mesi. Sua figlia, peraltro una collega, mi confessava oggi di essere abbastanza spaventata, giustamente teme che la mamma sia ancora contagiosa, e si interroga sul se e come dell’immunità… Ma la signora vuole uscire e riprendere la sua vita, e come si fa a spiegarle che il medico le ha detto, con tutta probabilità, delle – come definirle? A Roma, un po’ sbrigativamente, forse le si definirebbero fregnacce - diciamo, informazioni approssimative e discutibili… Probabilmente, poveretto, schiacciato fra le mille richieste e le altrettante difficoltà a dare risposte esaustive ed efficaci, ha solo detto ciò che gli è stato riferito da chi sta sopra di lui.

Questo è quello che i cittadini possono, e credo debbano chiedere, all’Altro istituzionale: e poi c’è quello che ciascuno di noi deve chiedere a sé, come persona, come soggetto, e che ha a che fare con il senso di responsabilità, ovvero con l’assunzione di un impegno a non nuocere all’altro e a sé medesimo, mantenendo rigore e attenzione rispetto alle minimali disposizioni di cautela, distanziamento sociale e di igiene personale ed ambientale, che però – sole – possono forse consentirci di salvaguardare una parvenza di legame sociale, e di sopravvivere in quanto soggetti di una comunità, in quanto cittadini di uno Stato, e non come passive macchine da lavoro, da segregare ogni qualvolta il sistema non regge più la pressione delle richieste di cura. Sopravvivere, e inceppare questo meccanismo discorsivo in cui pare esserci un potere che (come scriveva il sociologo Matteo Bortolini sul sito Le parole e le cose alcuni giorni fa), come un tritacarne, sembra abbia già creato un ordine del vivente: forse secondo un (invero cinico e spietato) disegno consapevole, o forse solo perché preda della confusione e dell’improvvisazione. In entrambi i casi siamo agli antipodi dell’umano.

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